“E giunse Jacov integro alla città di Shechem che è nella Terra di Kenaan nel suo venire da Padan Aram e si accampò dinanzi alla Città. Ed acquistò la parte del campo nella quale aveva piantato lì la sua tenda dalla mano dei figli di Chamor, padre di Shechem per cento monete. E piantò lì un altare e chiamò: ‘Iddio è D-o di Israele!’.”

Genesi XXXIV, 18-19

Già in passato ci siamo occupati di questi versi, che rappresentano il rientro di Jacov in Eretz Israel. Nella nostra derashà del 5761 abbiamo approfondito la questione del tchum, il limite dello Shabbat. Lo scorso anno 5771 invece, studiando lo Sfat Emet, abbiamo visto le sue riflessioni sul rapporto tra Jacov e lo Shabbat.

Vorrei, secondo il principio tanto caro allo Shem MiShmuel che ‘non c’è studio senza chidush, innovazione’, approfondire proprio il pensiero del Rabbi di Sochatchov sugli stessi versi.

Partiamo nuovamente dal Midrash già citato in passato, così come lo riporta il Radak.

“e si accampò dinanzi alla Città … ma nelle parole dei nostri Maestri, sia il loro ricordo di benedizione: ‘Giunse col calar del sole e stabilì i limiti quando era ancora giorno, da qui si impara che Jacov nostro padre osservava lo Shabbat prima ancora che fosse stato dato.’”

Radak in loco, citando Bereshit Rabbà 79,6

Lo Shem MiShmuel chiede innanzitutto perché mai il verso ci ricorda “nel suo venire da Padan Aram”. Sono due Parashot (quasi tre) che non parliamo d’altro. Lo sappiamo che tornava da casa di Lavan!

Egli risponde secondo il commento di suo padre, l’Avnè Nezer su TB Sotà 41a. Lì si sottolinea come Jacov mandi Josef da Chevron, ad intendere, dal consiglio profondo di quel giusto sepolto a Chevron. Ovvero che Jacov sa (consciamente o inconsciamente) che sta mandando Josef in esilio. Spiega l’Avnè Nezer che le persone non apprezzano ciò a cui sono abituati. Il consiglio profondo di Avraham è proprio quello di sperimentare l’esilio per comprendere la redenzione. Quasi che per apprezzare in fondo Eretz Israel bisogna sapere che cos’è la diaspora. L’abitudine, infatti, può provocare il raffreddamento dell’amore. Jacov, è noto, racchiude in sé l’intero popolo ebraico e pertanto la sua esperienza individuale è apripista per le peripezie della nostra nazione. Egli non aveva conosciuto altro che santità. Santità in casa con Avraham ed Izchak e santità della terra, la Terra d’Israele appunto. Ecco che attraverso l’esperienza in Mesopotamia egli può arrivare ad una migliore comprensione della grazia di Eretz Israel. Così, citando il Maharì di Vorka (e lo Sfat Emet dice sostanzialmente la stessa cosa), propone che il termine vajchan, che abbiamo tradotto si accampò, abbia come radice la parola chen, grazia. Jacov percepisce il chen, la grazia, di Eretz Israel. Apprezza Eretz Israel.

Così anche il Maharì prosegue notando che lo stesso termine è usato appena prima del Matan Torà. “Vajchan sham Israel”, e si accampò lì Israel, che, come sappiamo, viene reso nella Mechilta ‘come un solo uomo con un solo cuore’. Generalmente le persone seguono la propria indole individuale e quella preferiscono. Nonostante ciò, in quel momento hanno trovato grazia, hanno apprezzato reciprocamente la strada ed il percorso del prossimo giungendo così ad un’unità d’intenti nella molteplicità. L’unicità d’Israele.

Allora potremmo dire che il chen in questione ha una doppia caratteristica. È in primo luogo simbolico dell’apprezzamento di Eretz Israel al quale si arriva attraverso le peripezie dell’esilio, ma è anche simbolico del rapporto collettivo d’Israele basato sul rispetto e l’apprezzamento della diversità del prossimo. Allora capiamo perché era necessario ricordare che Jacov veniva da Padan Aram, perché proprio venendo di lì egli apprezza così tanto la città di Shechem.

C’è quindi nel chen tanto un aspetto introspettivo che un aspetto sociale.

Nel Talmud (TB Shabbat 33b) l’inizio del nostro verso “E giunse Jacov integro alla città di Shechem” è commentato da Rav come: ‘integro nel corpo, integro nelle sue proprietà ed integro nella sua Torà’.

Questo è descrittivo del livello acquisito da Jacov nel suo percorso. Poi però la Ghemarà propone tre idee diverse per il resto del verso.

“‘Vajchan et penè hair’, e si accampò dinanzi alla città. Ha detto Rav: stabilì per loro una moneta. Shemuel ha detto: stabilì per loro dei mercati. E Rabbì Jochannan ha detto: stabilì per loro dei bagni.”

Ciò ben si sposa con l’aspetto collettivo di poc’anzi. Il chen di Jacov si traduce nel fare qualcosa per la collettività. Lo Shem MiShmuel traccia un parallelo tra le tre integrità di Jacov e le tre opinioni sul senso dell’accampamento, secondo il classico tracciato del “con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze materiali”.

Integro nel corpo è con tutto il tuo cuore. Integro nella Torà è con tutta la tua anima. Ed integro nelle proprietà è con tutte le tue forze materiali.

E così la moneta è il simbolo dei beni materiali. I mercati sono l’anima, l’altra faccia della Torà, nel senso della vocazione professionale dell’uomo secondo quanto hanno detto in Jomà 71a, le terre della vita, sono il luogo dei mercati. Il commercio come vitalità. I bagni sono evidentemente il simbolo del corpo, del cuore. Sono il luogo nel quale ci si purifica.

Non c’è dunque contraddizione tra le idee dei tre amoraim, dice lo Shem MiShmuel. Ognuno sottolinea un aspetto dell’operazione che compie Jacov. Tant’è che alcuni commentatori del Talmud legano le tre cose. Jacov batte moneta e permette a Shechem di rendersi indipendente dagli altri, giacché prima usavano la moneta di altre città. Per il Maharash la grazia del volto della città significa che Jacov imprime l’immagine di Shechem nella moneta che batte. E così il Ben Jeoiadà spiega che questo provoca una forte crescita economica per Shechem (e forse è da qui poi che vengono i mercati e i bagni). È certo una riflessione affascinante in un periodo come il nostro nel quale non si parla altro che di valuta unica.

Il criterio è che Jacov fa un tikun, aggiusta ognuna di queste dimensioni. Nello stesso TB Shabbat 33b compare infatti la celebre disputa tra Rabbì Jeudà e Rabbì Shimon Bar Jochai. Il primo loda i romani per i loro mercati, per i loro bagni e per i loro ponti. Per Rabbì Shimon, tutto quello che hanno fatto è negativo: i mercati sono per metterci delle prostitute, i bagni per narcisismo ed i ponti per farsi pagare il pedaggio e la dogana. Tra parentesi, il governo d’occupazione romano non gradisce questa opinione di Rabbì Shimon Bar Jochai e lui deve fuggire nella famosa grotta.

Lo Shem MiShmuel fa notare come si tratti degli stessi strumenti di Jacov. Mercati, bagni, denaro. Ebbene, Jacov farebbe il tikun di tutti e tre. I mercati possono essere luogo di prostitute o luogo di sano commercio che è il fondamento del vivere civile. Dipende da noi. I bagni possono purificare o essere luoghi di narcisismo. Dipende da noi. Ed anche il denaro, ancora ai nostri giorni, può essere strumento di santificazione del collettivo e di crescita economica oppure di tasse oppressive. Dipende da noi.

Jacov santifica queste tre dimensioni prima dentro di sé (integro nel suo corpo ecc.) e solo dopo nella società secondo il criterio espresso in TB Bavà Metzià 107b ‘abbellisci te stesso e poi abbellisci gli altri’. Vale la pena ricordare che anche Rabbì Shimon non riesce ad uscire dalla grotta fintanto che non si preoccupa di fare qualcosa per la collettività. Azil Atkin Milta, andrò ad aggiustare qualcosa per la collettività.

Il Rabbi di Sochatchov ricorda che lo stesso termine chen, grazia è interpretato nel Talmud (TB Sotà 47a) come da riferirsi a tre situazioni.

“Ha detto Rabbì Jochannan: ‘Ci sono tre grazie. La grazia del luogo per i suoi abitanti. La grazia della donna per suo marito e la grazia dell’oggetto per chi lo compra’”.

I commentatori spiegano che ciò che Rabbì Jochannan intende è che questi tre fenomeni di grazia, vengono dal Cielo e sono necessari per il corretto equilibrio del mondo. Che le persone apprezzino il luogo in cui vivono, il marito la moglie e l’acquirente la merce, a prescindere dalla loro bellezza oggettiva. Se così non fosse nessuno sarebbe contento della propria residenza, della propria moglie e nessuno commercerebbe. Questo, tra parentesi, ha delle ripercussioni halachiche per le quali ogni sposa è sempre navà vachasudà, bella e pia anche se è brutta, e la si deve lodare al marito (TB Ketubot 17a) e lodare l’acquisto che fa una persona (Jiun Jacov) anche se non ci piace.

Lo Shem MiShmuel non lo dice espressamente ma la mia modesta opinione è che intenda che anche queste tre dimensioni del chen siano da leggere nello schema. La grazia dell’acquisto sembrerebbe essere il mercato, l’anima. La grazia del luogo, il denaro, come la città-luogo impressa nella moneta. E la grazia della moglie, i bagni, simbolo della purità della vita coniugale, la taarat hamispachà.

Il senso è che questo sentimento di grazia introspettivo dal quale poi scaturisce la capacità di relazionarsi con la società è un dono del Signore. Così possiamo capire il nesso con lo Shabbat che Jacov stabilisce contestualmente alla moneta, ai mercati ed ai bagni.

Il rapporto tra Israele e lo Shabbat è paragonato al rapporto tra due coniugi ed è simbolico poi del rapporto di coppia che c’è tra Israele ed il Signore. Nelle parole dello Shem MiShmuel:

“E c’è da dire che una specie di ciò è il fatto che Israele sono graditi (nesuè chen) dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia nello Shabbat ‘e la Collettività d’Israele è il tuo partner’ (Bereshit Rabbà 11)”.

Tutte quelle dimensioni di chen nel rapporto sociale trovano la loro dimensione proprio nell’annullamento dello Shabbat. La grazia di una moneta è nel non usarla di Shabbat. La grazia di un mercato è nell’essere chiuso di Shabbat e la grazia delle terme è di non bagnarcisi di Shabbat.

Di Shabbat noi riconduciamo tutto il mondo al Signore. Sospendiamo la società con le sue necessità e troviamo l’identità per negazione. Quando arriva lo Shabbat ‘kehilu col melachtecha asuià’, è come se ogni tua opera fosse fatta. Arriva lo Shabbat ed anche ciò che è imperfetto o non completo, trova la sua completezza.

Ed allora possiamo anche capire, mi sembra, l’ossimoro intrinseco nella descrizione di Jacov. Perché Jacov claudicante tutt’è tranne che integro fisicamente dopo la lotta con l’angelo. Integro nei suoi averi... ha appena donato una grossa parte del suo patrimonio al fratello. Integro nella Torà: dice lo Shem MiShmuel in un’altra sua derashà che il timore di Jacov prima di incontrare Esav è una rabbia rivolta verso sé stesso per non essere ad un livello di emunà, fiducia in D., tale da non aver paura.

Jacov non è perfetto. E forse non è neanche shallem, integro. Ma quando arriva lo Shabbat, quando stabilisce lo Shabbat e pone il tchum, il limite alla rivoluzione economica che ha messo in atto a Shechem, egli trova la shlemut, l’integrità. È il tchum, il limite, che paradossalmente ci rende integri. È lo Shabbat che ci rende attivi.

È l’annullarsi, chiamato l’ucciderci sulla Torà, davanti a D. che ci rende vivi.