“Ed Avram prese Sarai sua moglie, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano messe insieme in Charan e proseguirono per raggiungere la terra di Canaan e giunsero alla terra di Canaan” (Lech-Lechà XII, 5).
Qual’è il segreto del successo di Abramo nella sua qualità di patriarca e fondatore del popolo ebraico? Quali qualità lo rendono così speciale e così diverso?
Dopotutto, forse Noach non viene descritto come “un uomo giusto e magnanime nella sua generazione”, e tuttavia non viene indicato come il primo ebreo? Uno degli aspetti centrali della nostra fede è che Abramo, Isacco e Giacobbe raggiunsero ciascuno una relazione individuale col Signore. Abramo riuscì a trasmettere la sua fede monoteistica. Ed è qui che sta la sua particolare personalità. Essere un ebreo significa trasmettere la propria ebraicità alla propria progenie; non proprio, significa vivere per la propria discendenza e comprendere che la meta e la visione dell’ebraismo possono realizzarsi soltanto nel futuro.
Da una prospettiva storica e sociologica, ebreo è chi ha nipoti ebrei, chi si batte per rivendicare e pretendere un futuro ebraico. Se il più grande successo di Abramo è stato quello di generare Isacco, è ragionevole presumere che pure Abramo deve aver imparato qualche lezione da suo padre. Invero persino quanti hanno rigettato gran parte dei valori e stili di vita del proprio padre, si accorgono che persino nella loro separazione c’è uno certo collegamento; si accorgono che, in ultima analisi, siamo tutti figli dei nostri genitori.
La storia della famiglia di Avram è affascinante. Suo fratello Charan morì durante la vita del padre e Terach combinò i matrimoni dei suoi figli sopravvissuti, Nachor e Avram. Alla fine, Terach lascia Ur Kasdim e guida la sua famiglia in un viaggio verso la Terra di Canaan. Tuttavia, giungono solo sino alla città di Charan. Questa storia è simile a quella di così numerosi ebrei attraverso i secoli, simile alla storia di ebrei che avevano pianificato di andare in Israele ma che in Israele non vi giunsero mai. Fu lasciato ad Abramo, il figlio, di completare il viaggio iniziato dal padre.
Nonostante il noto midrash che dipinge Terach come fabbricante di idoli, ed Abramo come ribelle e distruttore di idoli, che prese le distanze dall’idolatria del padre, rimane il fatto, registrato dalla Torà, che Terach partì per la terra di Canaan. Questo può davvero essere un’indicazione che Terach cercasse il monoteismo etico.
La Torà registra le parole di Malkizedek, re di Shalem (Gerusalemme, Canaan) che riconosce il Signore come Padrone del Mondo e chiede impegno etico. Se il viaggio di Terach riflette una destinazione spirituale, è logico pensare che il figlio sarebbe stato quello che avrebbe raggiunto quella destinazione anche materialmente.
Rabbi Mordechai Elon, che quota un midrash da Rabbenu Bachaya, mi ha segnalato un midrash che pone direttamente Terach alla stregua di Abramo, Isacco e Giacobbe. Al tempo della nascita di Abramo una stella spuntò da oriente ed inghiottì quattro stelle dai quattro angoli dei cieli. I consiglieri di Nimrod dissero allora al re: “In questo momento a Terach è nato un figlio dal quale proverrà una nazione che erediterà questo mondo come pure il mondo a venire. Se vuoi, offri a Terach, suo padre, una casa piena d’argento e d’oro a condizione che possiamo uccidere il bambino”. Senza esitazione, Nimrod mandò una lettera a Terach promettendogli una casa d’argento e d’oro se avesse permesso che suo figlio venisse ucciso. Terach risponde a Nimrod in forma allegorica: “A che cosa può essere paragonata la tua offerta? Ad un cavallo al quale si dica lasciaci tagliare la tua testa ed in cambio ti daremo una casa piena di avena”; il cavallo rispose così: “pazzo, se mi tagli la testa, come potrei essere in grado di mangiare l’avena? Ed ora se tu uccidi mio figlio, chi erediterà l’argento e l’oro?”. Ciò che è sorprendente nella risposta di Terach è che l’allegoria non è del tutto parallela all’offerta di Nimrod. L’avena è il cibo del cavallo e se al cavallo si taglia la testa, l’avena non può certamente essere più mangiata dal cavallo mentre, d’altro lato, l’argento e l’oro, rimangono a Terach e persino dopo che il bimbo è stato ucciso, Terach può ancora trovar piacere nello splendore della sua nuova ricchezza!
Terach rifiuta l’offerta che presuppone che padre e figlio siano due esseri separati. L’analogia con il cavallo mette ancor più in evidenza una totale unità ed identità tra padre e figlio. Senza la testa, il cavallo non è un cavallo. Senza il figlio Terach non è più Terach perché avrebbe rinunciato al suo vero futuro! E per la famiglia di Abramo, il futuro è la più vera essenza di sé stessi!
La differenza principale tra i figli accettati, Isacco e Giacobbe, ed i figli rigettati Ismael ed Esaù, è che gli eredi legittimi del codice abramitico sono orientati verso il futuro e persino i loro nomi Isacco e Giacobbe testimoniano il futuro (“egli gioirà” e “egli emergerà vittorioso”). D’altro lato la parte rigettata, Ismael, che è riferito come il Metzahek, “colui che deve gioire e divertirsi ora, nel presente” (Vayerà 21, 9), ed Esaù, orientato completamente al presente, pronto a rinunciare al futuro diritto di primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie, hanno entrambi interesse solo per ciò che sta davanti a loro, qui ed ora, entrambi orientati alla loro gratificazione immediata. Terach non raggiunge mai Canaan ma indica la meta a suo figlio. Sei versi più tardi, leggiamo come Avram prese Sarai e Lot e tutti i loro averi e andarono a Canaan.
La descrizione del viaggio del figlio, raffrontata con quella del viaggio del padre, crea un parallelismo col verso che descrive il viaggio di suo padre, vedi Noach XI, 31. Un confronto con l’ebraico originale rivela come molti dei verbi sono esattamente gli stessi rafforzando così la nostra tesi che la loro relazione era di continuità piuttosto che di conflitto.
La forza segreta del popolo ebraico, attraverso tutte le sue prove, è stata nel dirigere le sue posizioni verso il futuro.
È chiaro che Abramo ha imparato questo da suo padre Terach.
Questa derashà è tratta dal libro del Rav Shlomo Riskin, rabbino capo di Efrat e fondatore della Ohr Torah Stone Colleges and Graduate Programs, intitolato “Commenti alle Parashot della Torà”.
Nel 2007 Raffaele Levi z”l, lo tradusse e lo pubblicò con il permesso del Rav che lo incitò a diffondere quanto più possibile le sue derashot.
Il libro, dedicato da Raffaele Levi “ai suoi figli, nipoti e pronipoti, presenti e futuri”, è purtroppo esaurito da tempo.
Torah.it, con l’appoggio dei figli di Raffaele Levi, Gavriel, Michael e Laura ripropone settimanalmente on-line, in questo 5783, le relative derashot e si prepara, al termine del ciclo annuale della lettura della Torà, a lanciare una nuova edizione cartacea dell’apprezzatissimo libro.