La Parashà di Shoftim si apre con uno dei precetti centrali della vita pubblica:
«Giudici e funzionari porrai per te in tutte le tue porte.» (Deuteronomio 16:18)
A prima vista, Moshè sta parlando delle istituzioni giudiziarie della nazione. Ogni città deve avere giudici che stabiliscano la legge e funzionari che assicurino che le loro decisioni vengano applicate. Una società non può sopravvivere soltanto grazie alle buone intenzioni. Ha bisogno di giudizio, ordine, limiti e responsabilità.
L’insegnamento chassidico rivela un’altra dimensione del verso. Le porte non sono soltanto gli ingressi fisici di una città. Sono anche le porte dell’essere umano: gli occhi, le orecchie, la bocca e il cuore.
Così come una città non può rimanere sicura quando i suoi ingressi vengono lasciati incustoditi, così non può esserlo l’anima.
I giudici e i funzionari, dunque, non sono soltanto figure esterne. Ognuno di noi deve diventare anche il proprio custode, funzionario e giudice. Dobbiamo decidere che cosa entra nella nostra coscienza e che cosa teniamo fuori. Dobbiamo considerare che cosa scegliamo di vedere, che cosa ci rifiutiamo di guardare, quali voci permettiamo a noi stessi di ascoltare, quali parole pronunciamo e quali sentimenti permettiamo che si depositino nel cuore.
Il compito di un giudice interiore non è semplicemente quello di proibire. Un giudice deve distinguere. Ci sono cose che dovrebbero essere accolte, idee che ci nutrono, persone che ci rafforzano ed esperienze che aprono l’anima. Ci sono anche influenze che ci sminuiscono, parole che avvelenano il cuore e immagini che rimangono dentro di noi molto tempo dopo che avremmo voluto vederle scomparire.
Una porta deve sapere quando aprirsi e quando chiudersi.
Lo stesso vale per la bocca. Ci sono momenti nei quali il silenzio è saggio e momenti nei quali il silenzio diventa codardia. Ci sono parole che guariscono e parole che feriscono. Ci sono verità che devono essere dette e giudizi che dovrebbero rimanere inespressi. Il giudice interiore non chiede soltanto: «È vero?», ma anche: «Va detto? Come va detto? E che cosa produrrà?».
Anche le orecchie hanno bisogno di essere custodite. Ciò che ascoltiamo ripetutamente plasma lentamente la nostra comprensione della realtà. Cinismo, maldicenza, rabbia e crudeltà possono entrare nell’anima quasi senza che ce ne accorgiamo. Ma possono entrarvi anche saggezza, compassione, Torà, musica, incoraggiamento e preghiera.
Gli occhi, le orecchie e la bocca sono porte visibili. Il cuore è più misterioso.
Una persona può apparire esteriormente disciplinata, adempiere ai propri doveri, osservare le consuetudini e comportarsi responsabilmente nella vita. Eppure la domanda più profonda riguarda ciò che quella persona porta dentro di sé. C’è risentimento dietro il sorriso? C’è arroganza dietro l’umiltà? C’è generosità nel cuore o soltanto l’apparenza della generosità?
Gli esseri umani possono custodire le porte visibili lasciando il cuore senza protezione.
Per questo un altro verso della Parashà è così importante:
«Sii integro con il Signore tuo D.» (Deuteronomio 18:13)
L’integrità non significa ingenuità. Non significa che una persona non lotti mai, non si ponga domande o non sperimenti conflitti interiori. Integrità significa coerenza. Significa che la vita esteriore e quella interiore non procedono in direzioni opposte. Significa che ciò che professiamo, ciò che facciamo e ciò che portiamo nel cuore vengono lentamente ricondotti all’unità.
La Torà non ci chiede di diventare impeccabili. Ci chiede di diventare integri.
Questa idea assume per me, questa settimana, un significato particolarmente personale. A D. piacendo, mia moglie ed io celebreremo la brit milà del nostro primo nipote.
Anche la circoncisione è legata all’idea di integrità. Quando D. comanda ad Avraham di circoncidersi, gli dice:
«Cammina davanti a Me e sii integro.» (Genesi 17:1)
Il patto sembra comportare la rimozione di qualcosa, eppure la Torà ne descrive il risultato come un completamento.
I nostri Saggi descrivono Adam come creato già circonciso. Uscì dalle mani di D. completo. Avraham, invece, dovette partecipare al proprio completamento. Gli fu richiesto di rimuovere egli stesso la barriera.
Questa differenza è essenziale. Esiste un’integrità che viene donata ed esiste un’integrità più profonda che deve essere conquistata.
Il patto di Avraham non era soltanto un segno fisico. Era una dichiarazione che l’essere umano ha una responsabilità per il corpo, per l’anima e per la direzione della propria vita. D. ci dona l’esistenza, ma noi dobbiamo darle forma. D. crea le porte, ma noi dobbiamo custodirle. D. ci dà la capacità della santità, ma siamo noi a dover decidere che cosa entra, che cosa esce e quale persona abiterà al loro interno.
Il segno del patto è quindi anche un segno di custodia. Ricorda all’ebreo che il corpo non è terra di nessuno e che il desiderio non è privo di limiti. Il patto tocca la parte più intima dell’esistenza umana e dichiara che anche lì, forse soprattutto lì, la vita deve essere guidata dalla santità e dalla responsabilità.
Come insegnava mio padre, un patto non è un contratto.
Un contratto è un accordo tra due parti che si scambiano degli obblighi. Rimane in vigore soltanto finché le sue condizioni vengono rispettate. Può essere infranto, rinegoziato o abbandonato.
Un patto è qualcosa di più profondo. Lega le identità, non soltanto gli interessi. Dichiara che apparteniamo l’uno all’altro anche quando la relazione diventa difficile. Il patto tra D. e Avraham attraversa le generazioni non perché ogni generazione sia perfetta, ma perché il legame è eterno.
Questa è l’eredità che poniamo su un bambino ebreo. Prima che possa parlare, scegliere, comprendere o acconsentire, lo accogliamo in una relazione che è iniziata prima di lui e continuerà dopo di lui. Gli diciamo che appartiene al patto di Avraham, alla sua famiglia, al popolo ebraico e a D.
Eppure l’appartenenza è soltanto l’inizio. Crescendo, anche lui dovrà porre giudici e funzionari alle proprie porte. Dovrà decidere quale persona diventare e come il patto vivrà attraverso di lui.
La Parashà di Shoftim insegna che una città ha bisogno di porte custodite, un’anima ha bisogno di disciplina interiore e un patto ha bisogno di persone disposte a viverlo.
Lo scopo della custodia non è chiudere la vita. È proteggere ciò che è abbastanza prezioso da dover rimanere aperto.
Quando le porte sono custodite, il cuore può diventare integro.