La Parashà di Reè fa parte del grande discorso conclusivo di Moshè. Giunto al termine della sua vita e alle soglie dell'ingresso nella Terra d'Israele, egli prepara il popolo non semplicemente ad attraversare un confine, ma a diventare una nazione fondata sull'alleanza, sulla Torà e sulla memoria. Non si limita a ripassare leggi e precetti: traccia il modello di una società capace di durare nel tempo.

Per quasi un mese Moshè insegna, alternando grandi principi e indicazioni pratiche. In questa Parashà passa dai temi più elevati alle esigenze della vita quotidiana: come riconoscere i falsi profeti, come sostenere il povero, come prelevare le decime, quali alimenti sono permessi e come santificare il tempo attraverso le festività. Reè è ricca di mitzvot, ciascuna delle quali contribuisce a costruire il tessuto della vita ebraica.

Eppure, tra questi precetti, emerge una tensione sorprendente.

Da un lato Moshè afferma:

«Non vi sarà alcun indigente in mezzo a te, poiché il Signore certamente ti benedirà nella terra che il Signore tuo D-o ti dà in eredità, purché tu ascolti la voce del Signore tuo D-o e abbia cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti.»
(Deuteronomio 15,4-5)

Pochi versetti dopo, però, leggiamo:

«Se vi sarà in mezzo a te un indigente, uno dei tuoi fratelli, in una delle tue città, nella terra che il Signore tuo D-o ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la tua mano al tuo fratello povero. Aprirai invece la tua mano e gli presterai quanto gli manca, secondo il suo bisogno.»
(Deuteronomio 15,7-8)

E ancora:

«Aprirai certamente la tua mano al tuo fratello, al tuo povero e al tuo bisognoso nella tua terra.»
(Deuteronomio 15,11)

I poveri esistono oppure no? La povertà è una realtà destinata a scomparire in una società benedetta oppure è una condizione permanente che richiede un comandamento altrettanto permanente di compassione?

Per comprendere questa apparente contraddizione occorre tornare all'inizio della Parashà:

«Vedi, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione.»
(Deuteronomio 11,26)

La prima parola è Reè, «vedi». Moshè insegna che la differenza tra benedizione e maledizione non risiede soltanto nella realtà esterna, ma anche nello sguardo di chi osserva e nel cuore di chi interpreta.

Ci sono eventi che sembrano maledizioni – una perdita, un fallimento, un esilio – e che col tempo si rivelano una benedizione. Al contrario, ricchezza, potere e successo possono apparire benedizioni e trasformarsi invece in rovina. Benedizione e maledizione non sono sempre opposti assoluti: spesso convivono nella stessa esperienza. Molto dipende da come scegliamo di guardarla.

Si racconta che il secondo Rebbe di Lubavitch, Rabbì Dovber, una volta svenne durante la lettura pubblica della Torà quando furono lette le tokhechot, le maledizioni. Suo padre, Rabbì Shneur Zalman di Liadi, di solito leggeva personalmente quella sezione; quel giorno, invece, era stato sostituito.

Quando gli chiesero il motivo del suo svenimento, rispose che quando quelle stesse parole venivano lette da suo padre, egli non sentiva alcuna maledizione.

Le parole erano identiche. Era cambiata la voce che le pronunciava. Ciò che per uno era condanna, per un altro diventava una benedizione nascosta.

È anche questa la chiave per comprendere l'insegnamento della Torà sulla povertà.

Se vediamo il povero soltanto come un peso o un problema, lo abbiamo già condannato all'invisibilità. Se invece lo guardiamo con compassione, aprendo gli occhi, il cuore e la mano, la sua realtà può cambiare.

Un dono non è soltanto un trasferimento di denaro. Può trasmettere dignità, riconoscimento, incoraggiamento e speranza. Un sorriso, una parola gentile, una mano tesa senza superiorità e un'offerta fatta con amore possono trasformare completamente un incontro. La tzedakà non soddisfa soltanto un bisogno materiale: restituisce alla persona il proprio posto nella comunità.

Per questo la Torà può affermare, nello stesso capitolo, che non vi saranno poveri in mezzo a Israele e, contemporaneamente, comandare di non chiudere mai la mano davanti a chi è nel bisogno. La povertà non scompare grazie a una dichiarazione. Si supera attraverso la responsabilità. La promessa che non vi saranno indigenti diventa realtà soltanto quando ciascuno accetta il comandamento di aprire la propria mano.

Questo insegnamento acquista ancora maggiore forza se ricordiamo la generazione del Diluvio. I nostri Maestri spiegano che una delle loro colpe consisteva nello sfruttare la legge per giustificare l'ingiustizia.

Immaginiamo un contadino che vende uva al mercato. Un uomo prende un solo acino. Il suo valore è inferiore a una perutà, la soglia minima che comporta una responsabilità giuridica. Poi arriva un secondo uomo e prende un altro acino. Poi un terzo, e così via. Ognuno può dire di aver preso quasi nulla. Ma, alla fine, il contadino resta senza uva.

Ogni singolo gesto è troppo piccolo per essere punito. La somma di quei piccoli gesti, però, distrugge il sostentamento di una persona.

Era crudeltà mascherata da legalità.

Moshè chiede di costruire il mondo nella direzione opposta.

Invece di prendere un poco ciascuno fino a lasciare un uomo senza nulla, ognuno deve dare un poco finché nessuno rimanga senza il necessario. Moshè non chiede a ciascuno di eliminare da solo la povertà. Chiede semplicemente di aprire la propria mano. Uno shekel, un euro, un pasto, una parola gentile o un momento di attenzione, uniti ai gesti degli altri, possono trasformare il bisogno in sufficienza.

La Torà esprime questo comando con l'espressione raddoppiata patoach tiftach, «aprirai certamente». La mano non deve aprirsi per caso o controvoglia. Deve diventare naturalmente una mano aperta, parte di una cultura nella quale il dono è normale e la compassione è intrecciata alla vita quotidiana.

Così va letta la Parashà di Reè: non soltanto come un insieme di leggi, ma come la visione di una società capace di vedere benedizione dove altri vedono soltanto maledizione, di dare dove altri prendono e di costruire il proprio futuro non sulla sola correttezza formale, ma sulla compassione.

Una società di mani aperte è il vero compimento della promessa che nessuno sarà lasciato nel bisogno.