«E disse loro: “Mettete il vostro cuore su tutte le cose che io vi testimonio e che ordinerete ai vostri figli di osservare e fare tutte le parole di questa Torà. Poiché Essa non è cosa vuota per voi, poiché Essa è la vostra vita e per mezzo di questa Cosa prolungherete i giorni sulla Terra per prendere possesso della quale state attraversando il Giordano.”» (Deuteronomio XXXII, 46-47)
Gran parte della nostra Parashà è dedicata alla cantica di Haazinu. L’ultima chiamata, dalla quale sono tratti questi versi, riporta invece le ultimissime parole di Moshé, appena prima che, nella prossima Parashà di VeZot HaBerachà, proceda a benedire le tribù.
Per capire il senso di questa cantica, vorrei partire proprio da questi ultimi versi ed in particolare dall’espressione «Poiché Essa non è cosa vuota per voi».
Il pshat del verso non sembra complesso: la Torà non è cosa vuota per noi, non è priva di senso: è una cosa importante.
Nello Jerushalmi (Peà I, 1) però il verso è spiegato così:
«Poiché non è cosa vuota per voi; e se è vuota, è per voi (per colpa vostra). Perché? Perché non vi affaticate sulla Torà. Poiché essa è la vostra vita. Quand’è che è la vostra vita? Quando voi vi affaticate su di essa.»
Lo Jerushalmi ci complica un po’ le cose. La Torà può essere vuota, priva di senso. Quando? Quando non la studiamo. Anzi quando non ci affatichiamo. L’amal haTorà, la fatica, l’impegno che mettiamo nello studio diviene l’unico metro per misurare la nostra Torà, ed in definitiva la Torà tutta.
Lo Sfat Emet commenta su ciò:
«E queste parole devono risvegliare il cuore dell’uomo in quanto vi è detto che “il vuoto è da voi”, perché è in potere dei figli d’Israele attraverso la loro fatica nella Torà di riempire le parole. Poiché la Torà non ha fine ed in funzione della fatica dei figli d’Israele nella Torà così si rinnovano le parole e si riempiono. E questa è la forza della Torà Orale della quale è detto “E la vita eterna ha piantato dentro di noi.”»
Noi siamo abituati a pensare che è la Torà che ci definisce. E questo è certamente vero. Il Rabbì di Gur sta però dicendo che noi stessi possiamo definire la Torà. Essa è sì perfetta ed espressione Divina, ma siamo noi che la riempiamo con il nostro impegno.
Lo Sfat Emet fa un ulteriore passo logico.
«E la questione è che la Torà si spiega a secondo della preparazione del cuore d’Israele. Così come è scritto “Narra le sue parole a Jacov”, e non è scritto “narrò”. Ma piuttosto in ogni momento secondo la fatica dei figli d’Israele nelle parole della Torà si espandono e si rivelano le parole. E questo è quando è detto “non è cosa vuota per voi”. La sua spiegazione è che non c’è cosa nella Torà che sia vuota di voi. Ossia che hanno i figli d’Israele parte in tutte le parole così come è detto “La Torà, il Santo Benedetto Egli Sia ed Israele, è un tutt’uno.”»
Non è solo la Torà a trovarsi in noi, auspicabilmente almeno. Noi stessi siamo nella Torà. Non c’è parola della Torà che non ci contenga. Israele popolo, ma anche ognuno di noi è in ogni parola della Torà. Poiché Essa non è cosa vuota per voi. Siamo per così dire un tutt’uno con la Torà, a patto che la studiamo e ci affatichiamo su di essa.
Rashì sovrappone l’impegno nella Torà con quello per la costruzione del Santuario.
«Mettete il vostro cuore: “L’uomo deve far sì che i suoi occhi, le sue orecchie ed il suo cuore siano indirizzati alle parole della Torà e così dice il Testo (Ezechiele XL, 4-5): ‘Figlio di uomo, guarda con i tuoi occhi, con le tue orecchie ascolta e metti il tuo cuore ecc.’. Si tratta dunque di una questione a fortiori (a maggior ragione). Se per la struttura del Bet HaMikdash che è visibile e misurabile con una canna da misura, l’uomo deve far sì che siano i suoi occhi, le sue orecchie ed il suo cuore indirizzati a capirla, per le parole di Torà che sono come monti appesi ad un capello tanto più e tanto più.”» (Rashì in loco)
Ci sono cose che possono essere misurate. Il Santuario è complesso, ma alla fine si prende il metro e si misura. La Torà invece non ha fine e pertanto siamo chiamati a fare uno sforzo ancora maggiore.
Il Rabbì di Gur propone:
«E la questione è che il disegno della Torà, ed il disegno del Santuario, ed il disegno d’Israele, è tutto una sola cosa. E per questo sono state date le mizvot per raffinare le duecentoquarantotto membra (come i precetti positivi) ed i trecentosessantacinque nervi (come i precetti negativi) che sono nell’uomo. E questo è il lavoro dell’uomo in questo mondo, addrizzare ed indirizzare tutti gli arti alla Torà attraverso le mizvot. E questa è un’allusione al fatto che le mizvot necessitano kavvanà (intenzione, ma anche indirizzo), poiché l’obiettivo è quello di indirizzare ed ordinare il disegno dell’uomo ed essere un utensile pronto...»
Il mondo è stato creato attraverso la Torà, nella Torà stessa. Il Santuario, Israele ed anche la Torà sono oggetto di uno stesso disegno Divino. Persino la storia si modula attorno alla Torà. Tutto in questo mondo è allineato, o meglio può e deve essere allineato alla sua radice sacra.
Se capiamo ciò, se capiamo come la Torà ed Israele si compenetrano, possiamo capire questa straordinaria lettura della Shirà.
«La cantica di Haazinu comprende tutte le generazioni dalla creazione del mondo, e l’uscita dall’Egitto e la ricezione della Torà, ed il Santuario e l’esilio e la redenzione finale. E in maniera simile si rinnova ogni anno tutto l’ordine, poiché così sono le misure del Santo Benedetto Egli Sia la cui opera è perfetta. E persino ogni giorno contiene un condensato di tutta la creazione. E così le feste, la festa delle azzime per l’uscita dall’Egitto e poi la ricezione della Torà. E la fine della Parashà, “guardate ora” etc. “io uccido e resuscito” è nella dimensione di Rosh HaShanà e Kippur nei quali i libri dei vivi e dei morti sono aperti. E poi “celebrate nazioni il Suo popolo” è nella festa di Succot che allude alla redenzione finale...»
C’è un percorso nella cantica. C’è, lo abbiamo visto in passato nel commento di Rabbì Ovadià Sforno, un preciso tracciato della storia d’Israele. Ma la storia d’Israele, dice qui lo Sfat Emet, non è solo storia. È Torà. Ed ecco allora che questa cantica racchiude in maniera straordinaria non solo il percorso del popolo ebraico, ma anche il percorso delle Feste che ognuno di noi compie ciclicamente, perché è la storia ed il tempo che si modella attorno alla Torà e non viceversa. La cantica di Haazinu, l’eredità di Moshé, contiene in un gioco di scatole cinesi, il percorso d’Israele ma anche il percorso di ognuno di noi.
Ogni anno noi riprendiamo nuovamente questo percorso per raffinarci e migliorarci, migliorando così il mondo assieme a noi. Allo stesso tempo, spiega lo Sfat Emet, se scaviamo più in profondità, scopriamo che ciò avviene ogni giorno. Ogni giorno è un microcosmo della creazione e della storia d’Israele. Ogni giorno l’ebreo è tenuto a dire «per me è stato creato il mondo» perché l’unica cosa che ci deve interessare è come noi ci miglioriamo nella Torà.
Se la risoluzione della cantica di Haazinu può essere ridotta alla singola giornata, questa è certamente la giornata dello Shabbat.
«Con l’offerta di Musaf di Shabbat, [i Leviti] che [inno] dicevano? Disse Rav Anan bar Ravà a nome di Rav: “[I sei brani della Torà riassunti nell’acrostico] HaZYV LaCH” (cioè la cantica di Haazinu).» (TB Rosh HaShanà 31a).
Il Musaf di Shabbat, l’offerta che ne definisce l’identità, è accompagnata nel Santuario ogni Shabbat da una parte della cantica di Haazinu. Lo Shabbat, il giorno della completezza, racchiude tutto il senso della creazione. È il giorno del razà deChad, del segreto dell’Uno. Esso è il momento in cui il nostro percorso individuale e nazionale trova la sua unità.
Quest’anno 5772, come a volte accade, la Parashà di Haazinu coincide con lo Shabbat Teshuvà nel quale veniamo chiamati ad un ulteriore sforzo di ritorno al Signore.
Lo Sfat Emet dice che bisogna rafforzarsi particolarmente nell’osservanza di questo Shabbat che è il primo Sabato dell’anno. Un po’ come hanno detto i Saggi relativamente al primo Shabbat della storia d’Israele, nel deserto: se lo avessimo rispettato «nessun popolo o lingua avrebbe dominato su di noi». Israele nazione la prova del primo Shabbat l’ha fallita.
Ma ogni anno questa prova si ripropone e noi possiamo e dobbiamo migliorare.
«Ed in ogni anno c’è un nuovo ordine (ciclo). E così quando si osserva il primo Shabbat il Sitrà Achrà (l’Altro lato, il male) non domina dopo di ciò.»
Facciamo pertanto tutti uno sforzo nella scrupolosa osservanza dello Shabbat, in particolare in questo primo Shabbat dell’anno, attraverso il quale il Signore ci benedirà certamente iscrivendoci nel libro della vita e di ogni cosa buona.