«E giungerai dal Coen che ci sarà in quei giorni e gli dirai: "Ho narrato oggi al Signore tuo D-o che sono giunto alla Terra che ha giurato il Signore ai nostri padri di darcela."» (Deuteronomio XXVI, 3)
La Parashà di questa settimana si apre con un testo molto famoso.
Si tratta del brano da recitarsi nel momento della presentazione dei Biccurim, le primizie, al Santuario.
Il testo è famoso perché, come abbiamo più volte visto, esso funge da struttura portante per il Seder di Pesach e la Haggadà è tutta costruita attorno ai nostri versi.
Il Midrash, inaspettatamente, collega il precetto della presentazione delle primizie con la preghiera.
Esso ci dice che Moshè stabilì per Israele le tre preghiere quotidiane in previsione della futura impossibilità di presentare le primizie a causa della distruzione del Tempio.
Ne risulta, ed anche di ciò abbiamo parlato in passato, che le nostre tefillot sono sì, come spesso si ricorda, parallele alla presentazione delle offerte quotidiane, ma non sono sostitutive di queste quanto dei Biccurim.
Dunque sostituiscono le primizie, ma prendono i tempi delle offerte quotidiane.
Lo Sfat Emet propone una serie di ragionamenti su questi concetti.
Il testo della Torà sottolinea nei nostri versi il concetto di hajom, oggi.
Secondo i Saggi esso va inteso come ad intendere che la Torà si deve rinnovare quotidianamente, «ogni giorno siano per te come nuove».
Questo non significa, spiega il Rabbi di Gur, che, non sia mai, l'uomo debba far finta che esse siano nuove quando non lo sono.
Anzi.
Ciò significa piuttosto che la Torà ci avverte che è alla portata dell'uomo rinnovare quotidianamente la Torà.
Questo rinnovamento è particolarmente necessario in funzione di quanto dice il Midrash, perché la trasformazione dei Biccurim in tefillot comporta il passaggio da un evento una tantum annuale, in un precetto non solo quotidiano, ma anzi da adempiersi tre volte al giorno.
Dice lo Sfat Emet che la forza dei Biccurim era tale che oggi per supplirvi necessitiamo uno sforzo quasi costante.
Nei nostri versi alla fine del processo di presentazione delle primizie è detto «e ti inchinerai».
Ebbene, per giungere a questa sottomissione al Signore che era una volta raggiungibile in un solo momento, noi oggi abbiamo bisogno di un lavoro continuo.
Forse questo può darci una misura della grandezza del precetto dei Biccurim.
Esso comporta la «restituzione» a D-o del reshit, la prima parte, la primizia appunto ed i Saggi notoriamente, interpretando la prima parola della Torà, Bereshit, asseriscono che il mondo è stato creato in funzione della presentazione delle primizie. (Bereshit, Bishvil Reshit).
Non una «normale» mizvà allora, ma un mondo intero, anzi il mondo, questo mondo.
Per lo Sfat Emet la collocazione di questo precetto è altrettanto significativa.
Essa compare infatti subito dopo il brano relativo al ricordo di quanto ci fece Amalek.
Amalek è per il Rabbi di Gur l'antitesi dei Biccurim.
Egli è chiamato reshit goim, la primizia delle genti: è a sua volta una primizia ma con tutt'altre prospettive.
Egli è il primo che tenta di scardinare il rapporto D-o - Israele, la sua primizia c'è ma è totalmente negativa.
È il primo a fare il male.
VeAcharito adè oved, e la sua fine è fino alla distruzione.
La primizia amalekita è nell'essere il primo a fare il male e pertanto è destinata alla distruzione.
Al contrario la primizia d'Israele è un processo continuo e ciclico: nel momento stesso in cui si restituisce al Signore la prima parte del raccolto si afferma che tutto è Suo.
Ma non solo.
Nel momento stesso in cui l'ebreo adempie propriamente alla mizvà deve fare teshuvà.
È scritto infatti veattà, «ed ora», termine che implica sempre la teshuvà.
Nel momento in cui l'ebreo si avvicina egli non deve insuperbirsi ma anzi usare la propizia occasione per sottomettersi ancor più al Signore e ringraziare per aver potuto adempiere propriamente ad una mizvà.
I Saggi affermano che la non meglio identificata terumat jadecha, «l'offerta delle tue mani» (ma anche «l'innalzamento delle tue mani»), siano proprio i Biccurim.
Ebbene la lotta contro Amalek è notoriamente decisa dalla capacità di Moshè nostro maestro di alzare le mani.
Le mani sono per il Maestro di Gur la primizia del corpo; esse sono nel linguaggio dei Saggi askaniot, operose, sono le prime con cui si tocca la materia.
Ma al contempo sono state create in modo da poter essere elevate sopra la testa.
Ciò significa che l'uomo è chiamato a ricordare che l'anima è superiore alla materialità, ma che ciò nondimeno il nostro compito è proprio quello di innalzare il corpo stesso verso l'anima.
Santificare il corpo congiungendolo con quell'anima che è un pezzo di Divino.
La lotta con Amalek passa per le mani di Moshè e per le primizie.
La presentazione delle primizie è allora un momento tanto storico quanto introspettivo.
A livello storico siamo chiamati a ricordare il reshit, il principio della storia d'Israele, ricordare l'uscita dall'Egitto e ricondurvi tutto, anche la presentazione del prodotto di Erez Israel.
La narrazione di Aramì oved avì serve proprio a questo: a tornare in Egitto e riuscirne nuovamente.
In questo contesto il passaggio per la prova di Amalek è certamente legato tanto alla guerra contro di esso quanto al precetto di cancellare Amalek che abbiamo nel momento in cui entriamo in Israele e possiamo finalmente presentare le primizie.
Ma c'è, come detto, un livello introspettivo relativo all'Amalek che è in ognuno di noi.
Perché il rischio è quello di portare il proprio Egitto in Erez Israel, di soccombere al proprio Amalek proprio quando invece abbiamo la possibilità di annullarlo.
Attraverso il percorso dei Biccurim noi possiamo ritrovare la ciclicità del nostro rapporto con il Signore, possiamo trovare la forza di interiorizzare al singolare ed al plurale la storia di Israele traendo da essa l'ispirazione per superare i nostri stessi limiti.
Il Midrash lega anche in questo contesto le primizie alla preghiera di Moshè sull'ingresso in Israele.
Quella stessa preghiera non esaudita permette però a Moshè di vedere Erez Israel e con essa il Santuario.
Moshè vede il Bet Hamikdash e con esso i Biccurim, anche se non può presentarli di persona.
Anche noi ci troviamo nella stessa condizione.
La nostra preghiera tenta di sostituire, su ordine dello stesso Moshè, la presentazione dei Biccurim.
Di più, noi cerchiamo nella preghiera quel momento di primizia quotidiano.
Cerchiamo di innalzare la primizia del nostro tempo verso il Signore dedicando a Lui i momenti più importanti della nostra vita.
Da qui che bisogna affrontare la preghiera con la stessa predisposizione dei Biccurim.
Questi erano la summa della gioia del Santuario e così i Saggi ci insegnano che si dovrebbe arrivare alla preghiera attraverso la simchà shel mizvà, la gioia che c'è nel fare le mizvot.
Non c'è altra gioia vera che la propria esecuzione delle mizvot ed è per questo che il ricordo del Santuario rappresenta la summa di ciò che è presente in ogni momento di gioia.
Nel matrimonio noi lo ricordiamo a iosa, con la rottura del bicchiere, con le benedizioni e persino con la speciale formula per la benedizione del pasto.
Nella preghiera noi dovremmo essere in grado di trovare questa gioia.
Di trovare quell'intenzione sacra dell'ebreo che entra finalmente in Erez Israel e ricongiunge il mondo al Signore attraverso il suo cestello di frutta.
Ecco, noi abbiamo, in ogni preghiera quotidiana, la possibilità di essere quell'ebreo che entra in Israele e presenta i Biccurim.
Ma se questo è vero quotidianamente, dice lo Sfat Emet, è altresì particolarmente vero nei giorni che precedono Rosh Hashanà.
Sono infatti questi i giorni in cui avveniva la maggior parte della presentazione dei Biccurim che comincia a Shavuot.
I Biccurim diventano allora il nodo che lega il prodotto dell'anno uscente con il rinnovarsi della benedizione Divina ma anche e soprattutto opportunità di introspezione che ci deve guidare in una crescita sacra nel passaggio da una stagione all'altra.
Se i Biccurim infatti si coronano con la sottomissione al Signore, «e ti inchinerai», questo è proprio il momento dell'anno nel quale noi dobbiamo arrivare a sottometterci totalmente al Signore ed alla Sua Torà.
Fare di D-o il nostro Re, questo è il senso di Rosh Hashanà.
Amalek è il primo all'inizio, ma è l'ultimo alla fine.
Israele deve non solo essere il primo all'inizio dell'anno ma anche terminare l'anno nel reshit, nella primizia, legando un anno all'altro nella costante ricerca di ricondurre al Signore il reshit materiale e spirituale.
I Maestri insegnano che sarebbe un bene se l'uomo potesse essere perennemente in preghiera.
Ebbene questo è il periodo dell'anno nel quale noi ci avviciniamo a questo ideale.
Abbiamo iniziato a Rosh Chodesh Elul attraverso le Selichot e proseguiremo con le lunghe preghiere di Rosh Hashanà fino al Kippur nel quale, almeno nella nostra tradizione, la totalità della giornata è dedicata alla tefillà.
Chiaramente non è facile per nessuno, figuriamoci per chi non ha dimestichezza con le preghiere e magari frequenta il Bet Hakeneset solo per Rosh Hashanà e Kippur.
Molti si lamentano piuttosto della lunghezza delle preghiere.
Ebbene dovremmo ricordare che l'eredità che i nostri padri ci hanno lasciato è assolutamente in linea con quanto detto fin qui.
La nostra tefillà è stata composta per essere così: una guida per la nostra crescita che ci deve occupare in un crescendo sacro fino al giorno di Kippur.
Chi ha un minimo di dimestichezza con il Machazor di rito italiano per il Kippur si rende conto che questo è stato composto in modo da riempire l'intera giornata.
E se è vero che non tutti sono in grado di seguire dall'inizio alla fine, che non tutti capiscono ciò che si dice, è altrettanto vero che il tema stesso della festa è che tutti trovino la loro collocazione nella Tefillà.
Lo Sfat Emet ricorda in proposito la forza della risposta «amen» che trasforma il più passivo degli oranti in persona assolutamente paritetica al migliore degli officianti.
Attraverso l'«amen», noi ci riconnettiamo al Klal Israel, alla collettività d'Israele e ritroviamo quella emunà, fiducia in D-o, che è nella radice di «amen».
Quella stessa emunà che per lo Jerushalmi è parallela all'ordine della Mishnà di Zeraim, il primo ordine che si occupa dell'agricoltura.
Questo perché chi pianta ha emunà, ha la fiducia che Iddio farà crescere il suo lavoro.
Campo e Sinagoga si allineano allora in un intreccio unico tra primizie, preghiere, fiducia ed «amen».
È un tutt'uno sacro.
Certo bisogna quantomeno fare uno sforzo, per piccolo che sia, per immergersi in questo «amen».
Bisognerebbe almeno tentare di seguire qualcosa della preghiera, anche in traduzione ma soprattutto bisognerebbe partecipare emotivamente, anche in silenzio, allo sforzo che compiono i chazzanim.
Anche con un semplice ma carico di significati «amen».
E mi torna in mente, con commozione, mio Nonno Marcello Di Nepi z"l, che non sapeva pregare ma mi ha insegnato cosa sia la Tefillà, quando si sbrigava la mattina di Kippur per essere tra i primi ad arrivare e permettere così che vi fosse minian.
«Io non so pregare» diceva «ma almeno se arrivo presto "aiuto per minian"».
Il mio Maestro Rav Chajm Della Rocca shlita ricorda spesso, a nome dei suoi Maestri, che si dovrebbero mettere i Tefillin quanto meno con la stessa cura con cui ci si mette la cravatta.
Parafrasandolo potremmo dire che si dovrebbe usare verso il Bet Hakeneset almeno la stessa buona educazione e silenzio con i quali ci comportiamo in un cinema.
Gli Yamim Noraim con le loro musiche millenarie sono un'occasione unica per legarci al concetto stesso di tefillà e con essa alle primizie, al reshit.
Sia la Volontà che le nostre preghiere possano essere un vero reshit, e che il Signore rinnovi su di noi un anno buono e dolce, mereshit hashanà vead acharit shanà, dall'inizio alla fine.