Nella parashà di questa settimana compare la mizvà della milà. Vorrei soffermarmi su un piccolo particolare di questa fondamentale mizvà.
Durante la milà è uso nelle comunità italiane ed in molte comunità sefardite, dopo la benedizione del vino, prendere un ramo di mirto e benedire la benedizione sui profumi. Questo uso è codificato - come minagh di alcuni - nello Shulchan Aruch, Yorè Deà 265,1:
ואבי הבן או המוהל או א' מהעם מברך על הכוס בורא פרי הגפן ויש נוהגים ליטול הדס בידו ומברך עליו ולהריח
La fonte classica sul motivo di quest’uso è proprio il nostro Shibbolè Haleqet (Hilchot Milà Siman Dalet).
Rabbì Zidkià dice di non conoscere il motivo di questa berachà e propone che questa sia la conseguenza del fatto che si portano rami di mirto in Sinagoga per annunciare che c’è una milà: una volta che il ramo c’è ci si recita la benedizione. Rabbì Zidkià propone allora due motivi per l’uso di annunciare la milà per mezzo di rami di mirto.
Il primo motivo lo riporta a nome del fratello Rabbì Biniamin che cita il Midrash Rabbà XLVII,7.
וַיִּקַּח אַבְרָהָם אֶת יִשְׁמָעֵאל בְּנוֹ וְאֵת כָּל יְלִידֵי בֵיתוֹ (בראשית יז, כג), אָמַר רַבִּי אַיְבּוּ בְּשָׁעָה שֶׁמָּל אַבְרָהָם אוֹתָן יְלִידֵי בֵּיתוֹ, הֶעֱמִידָן גִּבְעָה עֲרָלוֹת וְזָרְחָה עֲלֵיהֶם חַמָּה וְהִתְלִיעוּ וְעָלָה רֵיחָן לִפְנֵי הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא כִּקְטֹרֶת סַמִּים וּכְעוֹלָה שֶׁהִיא כָלִיל לָאִשִּׁים, אָמַר הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא בְּשָׁעָה שֶׁיִּהְיוּ בָנָיו שֶׁל זֶה בָּאִים לִידֵי עֲבֵרוֹת וְלִידֵי מַעֲשִׂים רָעִים אֲנִי נִזְכָּר לָהֶם הָרֵיחַ הַזֶּה וּמִתְמַלֵּא עֲלֵיהֶם רַחֲמִים וּמְרַחֵם עֲלֵיהֶם.
Il midrash narra che quando Avraham circoncise tutti i membri della sua casa accumulò una montagna di prepuzi che scaldata dal sole iniziò a mandare un forte odore. Questo odore salì dinanzi al Signore e fu gradito come il ketoret, l’incenso e come l’olà, l’offerta che viene completamente bruciata. Da qui il Signore annuncia che il ricordo di questo odore sarà generatore di misericordia divina e di perdono per le trasgressioni.
In Bemidbar Rabbà XI,12 lo stesso midrash è riproposto in occasione della milà fatta contestualmente all’uscita dall’Egitto per mangiare il Pesach ed alla milà fatta da Jeoshua all’ingresso in Eretz Israel. In tutti e tre i casi compare nel midrash il termine givat haaralot, monte dei prepuzi, che nel testo compare proprio in quest’ultimo caso di Jeoshua.
Rabbì Biniamin propone quindi che in ricordo di ciò facciamo la benedizione sugli odori, per ricordare il merito dell’odore simil ketoret della milà di Avraham.
Una variante sullo stesso tema è proposta nel libro Maavar Yabbok di Rabbì Aharon Berechjà da Modena (stampato a Mantova nel 1626). Durante la milà il pubblico presente riceve, nell’incontro con la Presenza Divina, la Shechinà, un‘anima suppletiva, come per lo Shabbat. E così come per lo Shabbat nel venire meno di questa neshamà yetirà, è necessario benedire sugli odori riempiendo questo vuoto.
Il legame tra milà e ketoret è del resto riscontrato anche nella preghiera del Chidà, Rabbì Chajm David Josef Azulai, per molto tempo a Livorno, per il moel.
ותהא המילה חשובה כקטורת סמים כדכתיב גבעת הערלות וכתיב גבעת לבונה ותקיים בנו מקרא שכתוב ישימו קטורה באפך וכליל על מזבחך ברך ה׳ חילו ופועל ידיו תרצה ויהי נועם וכו׳:
Il secondo motivo riportato dallo Shibbolè Haleqet è invece legato ad un segnale che veniva fatto tramite un ramo di mirto per segnalare una milà clandestina durante l’occupazione. Ciò si basa su una ghemrà in TB Sanedrhin 32b:
תנא קול ריחים בבורני שבוע הבן שבוע הבן אור הנר בברור חיל משתה שם משתה שם
“E’ stato insegnato in una Baraità - se c’è il suono della macina a Burni, è la settimana del maschio, è la settimana del maschio. Se c’è la luce del lume a Bror Chajl, c’è una festa lì, c’è una festa lì.”
La ghemrà fa riferimento a due segnali convenzionali con i quali gli ebrei durante l’occupazione greca prima e romana poi si annunciavano la milà che era proibita ed il matrimonio che veniva fatto di nascosto per evitare lo jus primae noctis dell’occupante.
La macina è un riferimento secondo Rashì alla preparazione dei medicamenti necessari alla milà. Da qui l’uso di ricordare per mezzo dei rami di mirto l’abnegazione dei nostri avi e l’attaccamento alla mizvà della milà. Sul lume c’è discussione se il riferimento sia anche alla milà (e lo Shibbolè Haleqet riporta l’uso di accendere lumi durante la milà al Tempio) o solo al matrimonio. Da notare che anche qui abbiamo l’uso universale di accendere lumi per il matrimonio (La torcia che a Roma è tenuta dal fratello, dagli ashkenazim dai genitori e in molte comunità sefardite durante la chenna).
Anche il mirto è “prestato” alla gioia del matrimonio come si evince dal ballo di Rabbì Jeudà bar Illai con il mirto davanti alla sposa ricordato in TB Ketubot 17a.
Resta da capire come mai proprio il mirto venga usato come segnale e non un’altra pianta o un altro oggetto.
In TB Meghillà 13a troviamo:
ויהי אומן את הדסה קרי לה הדסה וקרי לה אסתר תניא ר"מ אומר אסתר שמה ולמה נקרא שמה הדסה על שם הצדיקים שנקראו הדסים וכן הוא אומר (זכריה א, ח) והוא עומד בין ההדסים
Il secondo nome di Ester, Hadassa, la forma femminile dell’hadas, il mirto, è legato dalla Ghemarà ai giusti che sono chiamati hadassim sulla base di un verso in Zecharià (I,8).
Per Ben Yeojadà in loco si tratta di un riferimento al fatto che i giusti nel giardino dell’eden non avranno bisogno di soddisfare gli altri sensi tranne che l’olfatto, ed il profumo dell’Eden li alimenta. Alternativamente, sempre Ben Yeojadà riporta un idea che commenta l’episodio di Rabbì Shimon e suo figlio che usciti dalla grotta trovano un vecchio che onora lo Shabbat con due manipoli di mirto. Questi sarebbero indice di figli zaddikim, giusti. Da qui che il ramo di mirto sarebbe un augurio che il nascituro sia uno zaddik.
Mi viene in mente che forse si può trovare un ulteriore motivo proprio sulla base della ghemarà in Meghillà.
ר' יהושע בן קרחה אמר אסתר ירקרוקת היתה וחוט של חסד משוך עליה
Ester era verdognola di carnagione, da qui il nome Hadassa, mirto.
Forse c’è un’allusione ad una delle regole della milà. Se il bambino è verdognolo o ha altri problemi di circolazione la milà viene rimandata (Yorè Deà 263 e Aruch HaShulcahn in loco) perché il pericolo di vita respinge notoriamente la mizvà.
In questo senso il mirto rappresenta da una parte il ricordo del merito di aver messo a repentaglio la vita durante l’occupazione per adempiere alla mizvà, ma al contempo il divieto di mettere a repentaglio la vita del neonato per la mizvà stessa.
Il mirto della milà, una veloce berachà che spesso nemmeno notiamo, nasconde un mondo intero e racchiude tutta la storia di Israele da Avraham, Moshè e Jeoshua, fino alle persecuzioni di ogni epoca. Un uso da salvaguardare gelosamente per le generazioni che verranno.