«Voi siete presenti tutti quanti oggi dinanzi al Signore vostro D-o…»

(Deuteronomio XXIX, 9)

Lo scorso anno, abbiamo approfondito il termine nizzavim, nel commento dello Sfat Emet.

Moshè apre la nostra parashà dicendo al popolo: attem nizzavim, traducibile "voi siete presenti", ma anche "siete fissi".

Rashì in loco commenta:

«Voi siete presenti: ci insegna che Moshè li ha radunati dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia nel giorno della sua morte, per farli entrare nel patto.»

Abbiamo detto lo scorso anno che Rashì sottolinea il ruolo di Moshè come traghettatore: in maniera curiosa proprio nel momento di passaggio da un leader all’altro, dal deserto ad Erez Israel, nel momento del movimento, Moshè ci fissa, ci rende nizzavim.

Vorrei provare qui, attraverso il commento dello Shem MiShmuel, ad affrontare lo stesso verso da un’angolatura un po’ diversa.

Il Midrash associa la stabilità del nostro verso con la staticità degli angeli del servizio Divino. È scritto:

«I serafini stanno in piedi presso di Lui.»

(Isaia VI, 2)

ed è scritto:

«Voi siete presenti tutti quanti oggi dinanzi al Signore vostro D-o…»

Secondo il Midrash Iddio Benedetto ci ha paragonati agli angeli. Ma che vuol dire tutto ciò?

Il Rabbi di Sochatchov lo spiega riflettendo sul ruolo di Eretz Israel. La conquista di Eretz Israel è in funzione della collettività e

«la conquista di un singolo non è chiamata conquista» (TB Ghittin 47a).

Il motivo è legato al fatto che Eretz Israel unisce il popolo ed anzi trasforma dei singoli in popolo. Il concetto di collettività ebraica non ha un senso fuori da Eretz Israel e pertanto la conquista di questa deve avvenire per mezzo dell’intero pubblico.

In questa chiave lo Shem MiShmuel spiega la problematica conquista di Ai da parte di Jeoshua (VII, 3). Le spie propongono a Jeoshua di conquistare questa città con una piccola unità perché a loro avviso non c’è bisogno di forze maggiori. L’operazione si rivela un fallimento e come noto il popolo è stato punito per via del peccato di Achan che si era appropriato del bottino che andava invece distrutto. Dopo di ciò Iddio ordina a Jeoshua di riprovare ma questa volta con tutto il popolo.

Che nesso c’è tra la storia di Achan e la presenza o meno di tutto il popolo?

Rashì legge nella confessione di Achan il fatto che non è la prima volta che esso compiva questa trasgressione perché anche all’epoca di Moshè si era macchiato del reato di appropriazione indebita del bottino.

Il motivo per cui il popolo viene punito solo ora è proprio ciò che il Rabbi vuole spiegarci: il passaggio del Giordano fissa in maniera definitiva la responsabilità collettiva d’Israele. La grande lezione del peccato di Achan è che d’ora in poi siamo una cosa sola e che se uno pecca tutti pagano: la conseguenza logica è che non può bastare un piccolo commando perché siamo tutti una sola cosa ed in effetti Ai viene conquistata poi da tutto il popolo.

Le vittorie d’Israele in guerra sono legate al nostro essere un solo blocco, all’essere Israele popolo zelem Elokim, ad immagine Divina. Questa dimensione però è legata alla totalità delle mizvot e questa totalità è strutturalmente impossibile per il singolo. Il singolo non può eseguire tutte le seicentotredici mizvot. Ci sono quelle solo per i Sacerdoti, quelle del Tribunale, quelle legate a condizioni particolari che possono non presentarsi nella vita di una persona, fino all’ovvia questione epocale del nostro periodo in cui a seguito della sua distruzione non abbiamo il Santuario e molte mizvot sono proprio inattuabili.

È solo l’unità d’Israele che può adempiere la totalità delle mizvot. Questa unità trascende il tempo e pertanto Israele popolo può osservare tutte le mizvot in quanto include anche le generazioni vissute quando esisteva il Santuario.

Il punto è che non ogni uomo è meritevole di essere incluso in questo unicum. Bisogna darsi da fare.

La distinzione è quella tra l’Altare e la Mazzevà (la stele). La Mazzevà è per il singolo mentre l’Altare è per il pubblico. La Mazzevà era gradita all’epoca dei padri ma è stata poi proibita perché quella dimensione individuale non ha più nulla a che fare con la collettività d’Israele.

«Ma oggi è odiata, giacché non è possibile per il singolo essere gradito altro che in funzione del pubblico, ma ecco che il pubblico non accoglie altro che chi ne è degno ed è gradito da parte della sua individualità, ma come fa ad essere allora gradito per via dell’individualità?»

C’è un controsenso, dice lo Shem MiShmuel: non si può essere graditi altro che per mezzo del pubblico, ma non si può essere veramente parte del pubblico se non si è graditi!?

Rashì commenta il verso di Isaia che abbiamo citato sopra dicendo che i serafini sono pronti a servire il Signore, quindi sono in attesa di istruzioni. Ora l’angelo, come noto, non ha consistenza, nemmeno un nome, se non in funzione della sua missione. Ovvero l’angelo è la sua missione. Come fa l’angelo a stare in piedi – omedim – se non esiste ancora!?

Il senso è che essendo l’angelo pronto a fare la Volontà Divina qualunque essa sia, esso è in quel momento genericamente un malach, ovvero un messo.

Così è per l’ebreo. Se noi ci spogliamo di ogni volontà propria e ci mettiamo completamente al servizio Divino e siamo disposti a fare tutto ciò che ci verrà comandato, allora possiamo far parte della collettività. È vero, ci sono delle mizvot che non possiamo fare, ma non le possiamo fare non perché non vogliamo adempiere, ma semplicemente perché non ci sono state comandate.

«E perciò è inerente a tutte le mizvot che sono all’interno della collettività tutta, e perciò merita di unirsi ad essa e diviene come un arto tra gli arti della collettività, e torna ad essere importante come se avesse rispettato tutte le mizvot in pratica...»

In quest’ottica nizzavim significa anche pronti, predisposti. Essere nizzavim significa essere pronti ad ottemperare al Volere del Signore.

Prima di affidare il popolo a Jeoshua, Moshè spiega allora ad Israele che possono divenire una sola cosa tra pochi giorni, passato il Giordano, solo se sono disposti come singoli a proiettarsi nella totalità d’Israele, a fare quello sforzo in più per essere degni di far parte della collettività.

Questo è per lo Shem MiShmuel il motivo per cui questa parashà si legge sempre nello Shabbat che precede Rosh HaShanà, perché questo è il giorno nel quale come popolo incoroniamo il Signore come nostro Re (TB Rosh HaShanà 16, Deut. XXXIII, 5). Ed allora per arrivare a Rosh HaShanà al livello di popolo ogni singolo deve essere nizzav e degno di far parte del pubblico.

[Anche a Kippur in una delle splendide poesie del rito italiano diciamo «nizzav alecha min haboker ad arev», «che sta presso di te dalla mattina alla sera».]

Con ciò in mente possiamo capire anche come questo processo penetri nella stessa giornata di Rosh HaShanà attraverso il suono dello Shofar. La prima serie di suonate, le tekiot mejushav, da seduti (anche se in molti riti, compreso il nostro, si sta in piedi lo stesso) hanno una valenza per il singolo. Le tekiot meumad, in piedi (come in piedi sono i serafini), quelle della ripetizione di Musaf, esistono solo nella dimensione del pubblico.

Il percorso quindi parte dal risveglio del singolo attraverso le prime suonate e a quel punto si crea il pubblico che può affrontare come collettivo le suonate di Musaf.

Questo passaggio è ciò che confonde il Satan. La nostra capacità di trovare l’unità e di divenire popolo nel suono dello Shofar:

«Ashrè aham yodeè teruà
«Beato il popolo che conosce intimamente la teruà