Rosh Hashanà è il giorno nel quale i nostri Saggi insegnano che il Santo Benedetto Egli Sia passa in rassegna ogni essere vivente giudicandolo. Tutta l’atmosfera di questi giorni, a partire da Rosh Chodesh Elul, è imperniata sul fatto che il primo di Tishrì siamo convocati dinanzi al Giudice del Mondo, che deciderà non solo che sarà del nostro anno entrante, ma soprattutto che sarà di noi in futuro: se meriteremo o meno la vita del mondo futuro.
Il concetto di timore del giudizio è un tema sul quale i nostri Saggi riflettono molto in occasione di Rosh Hashanà. Si dice che chi non abbia mai visto Rabbì Israel Salanter in questo periodo dell’anno non sappia cosa sia il timore di D.
Ciò è comprensibile. Se ci preoccupiamo, spesso a sproposito, per problemi legali di questo mondo, quanto più dobbiamo aver timore del giudizio del Re del Mondo!
Eppure questo aspetto importante e fondamentale, tra quelli che a tutto diritto vengono chiamati gli Yamim Noraim, i Giorni Temibili, rischia di farci perdere d’occhio un altro lato non meno importante di queste sante giornate.
Rashì all’inizio della Parashà di Nizzavim spiega che Moshè sente la necessità di risollevare il morale degli ebrei dopo che l’intero popolo ha sentito la gravità delle maledizioni riservate ad Israele se questi trasgredirà la Torà. L’insegnamento di Moshè non è certo relativo solo a quella generazione, ma contiene un importante messaggio per l’ebreo di ogni generazione in preparazione a Rosh Hashanà. Il giudizio c’è, la pena esiste, ma ciononostante il Servizio Divino continua a ruotare intorno alla gioia come insegnano i Saggi (TB Shabbat 30b):
«La Presenza Divina non si rivela altro che nella gioia».
Rav Avigdor Nevenzal shlita spiega che mentre la radice delle maledizioni che si trovano nel libro di Vajkrà è relativa alla trasgressione dei precetti legati all’anno sabbatico, la radice delle maledizioni che abbiamo letto la scorsa settimana nella Parashà di Ki Tavò ruota attorno alla mancanza di gioia nell’esecuzione di tutte le mizvot.
«Per via del fatto che non hai servito il Signore tuo D. con gioia e con cuore buono nell’abbondanza generale.»
(Deuteronomio XXVIII, 47)
La gioia nell’esecuzione delle mizvot non è accessoria, ma è parte integrante del servizio Divino, è la pietra angolare del servizio Divino.
È vero. Di Rosh Hashanà non si dice l’Hallel. Il Talmud insegna che non è corretto che, mentre il giudizio è in corso ed i registri del tribunale celeste sono aperti, ci si metta a dire l’Hallel; nondimeno dobbiamo trovare la giustificazione per il fatto che non si dica, giacché tutto avrebbe portato ad affermare il contrario.
Nel libro di Nechemià viene ricordato il primo Rosh Hashanà del ritorno degli esuli di Babilonia, quando per la prima volta Ezrà legge pubblicamente la Torà, in quella straordinaria giornata nella quale, secondo il Talmud, viene distrutto l’istinto del male dell’idolatria.
Il popolo «riscopre la Torà», proprio come ognuno di noi prima di Rosh Hashanà deve riscoprire la sua Torà perduta. La prima reazione è quella di sconforto, tanta è la trasgressione e tanta la Santità di ciò che fino ad ora si è perso.
Ed allora quell’Ezrà che è pari a Moshè (ed al quale sarebbe stata data la Torà se Moshè non lo avesse preceduto) sente anch’egli la necessità di consolare:
«Disse loro: andate a mangiare cibi grassi e bevande dolci, e mandate regali a chi non ha nulla di preparato poiché oggi è giorno Santo per il nostro Signore; e non siate tristi perché la gioia del Signore è la vostra forza.»
(Nechemià VIII, 10)
La grande lezione di Ezrà è che nella strada della Teshuvà, la gioia del Signore, ossia la gioia legata all’esecuzione di una mizvà, è la nostra forza. Dinanzi al giudizio Divino la nostra unica forza è la gioia con la quale osserviamo le mizvot ed in questo caso specifico i precetti di queste sacre giornate.
Così spiegano i Saggi anche il fatto che suoniamo così tante volte lo Shofar, molto più di quanto in effetti comandato. Il precetto ci è così caro, che non siamo in grado di staccarci da esso. Questo è ciò che confonde il Satan. Non capisce più nulla, tanta è la simchat mizvà che dimostriamo.
Inutile dire che la gioia in questione non può essere altro che la gioia legata alla Torà ed alle mizvot. Guai a trasformare Rosh Hashanà in gioia sconnessa dai precetti e mera occasione per abbuffate o scampagnate!
La gioia di Rosh Hashanà scaturisce dalla Torà e nella Torà trova il suo compimento.
Così come per la lettura della Torà di Ezrà. Nello Shulchan Aruch è scritto che per questo è bene suonare lo Shofar nello stesso posto nel quale si legge la Torà (sulla Tevà), in modo che zchut haTorà, il merito della Torà, salga assieme al suono dello Shofar. Ed ancora nello Shulchan Aruch troviamo che è bene prolungare almeno fino a mezzogiorno le preghiere aggiungendo piyutim. Allora si può collegare direttamente il Servizio Divino della Preghiera e del suono dello Shofar con la sacra tavola della festa nella quale le pietanze festive saranno parte integrante del servizio del giorno.
È antico uso in molte comunità, e così anche presso gli ebrei romani, leggere da Rosh Chodesh Elul sino a Kippur il Salmo XXVII (Il Libro dei Salmi, pag. 15) che comincia con le parole: «A David, il Signore è la mia luce e la mia salvezza». I Saggi dicono: «La mia luce è Rosh Hashanà, la mia salvezza è il giorno di Kippur».
E così, dopo ognuna delle tre benedizioni centrali della preghiera di Musaf, dopo lo Shofar, diciamo: «...e fai uscire alla luce il nostro giudizio».
La luce, la speranza, la gioia della Torà sono la manifestazione evidente non solo del fatto che noi confidiamo in un buon giudizio per noi e per tutta la casa di Israele, ma anche del fatto che vogliamo prendere questi elementi come perni per il nostro anno entrante e testimoniamo quindi con essi il nostro rinnovato vigore nel servizio Divino.
Con l’augurio che la luce e la gioia di Rosh Hashanà siano per noi e per tutto il popolo d’Israele preludio di un anno buono spiritualmente e materialmente e che tutti noi veniamo presto iscritti e sigillati nel Libro della Vita.