«Quando uscirai alla guerra contro il tuo nemico, lo darà il Signore D. tuo nelle tue mani e prenderai da lui dei prigionieri. E vedrai tra i prigionieri una donna di bell’aspetto e ne avrai desiderio, la prenderai per te in moglie.» (Deuteronomio XXI, 10-11)
La guerra è una cosa seria. Tanto seria che la Torà la regola con numerose mizvot ed ammonimenti. La scorsa settimana, tra le altre cose, la Torà si è occupata di coloro che sono esenti dal servizio militare attivo ma più in generale è bene ricordare quanto dicono i Saggi nel trattato di Sotà (44b): colui che parla o si interrompe tra la legatura della Tefillà del braccio e quella della testa fa parte degli esonerati dalla battaglia. Le guerre di Israele non sono solo cosa militare, sono lo scontro tra il popolo di D. ed i nemici del Signore. Sono guerre che può propriamente combattere colui che ha capito in Nome di cosa sta combattendo. Basta una leggerezza sull’applicazione di una mizvà (dopo tutto stiamo parlando di una persona che i Tefillin li mette) per far sì che la persona non sia all’altezza di combattere in nome di Israele. D’altro canto l’interruzione tra l’applicazione delle due tefillot indica anche una qualche separazione tra la teoria e la pratica, tra il mondo delle idee e della Torà e quello delle mizvot. Non solo quindi il soldato ebreo deve aderire totalmente alla Torà ed all’osservanza delle mizvot ma queste devono essere un tutt’uno.
Una volta garantito che l’esercito è formato da persone di alto valore morale è anche necessario che queste inizino un importante lavoro spirituale. Infatti spiega il Chinuch a nome del Rambam:
«Che non pensi l’uomo nell’ora della guerra né a sua moglie, né ai suoi figli, né al suo denaro, ma anzi liberi il suo cuore da ogni cosa per la guerra, ed ancora pensi che tutte le vite d’Israele dipendono da lui, ed ecco che è come se lui li uccidesse tutti se avesse paura e se si ritirasse…»
Dinanzi a contanta spiritualità è a prima vista incomprensibile la mizvà con cui si apre la nostra Parashà: la mizvà della Yefat Toar, la donna di bell’aspetto che il Sefer HaChinuch codifica come la mizvà positiva 532.
La Torà ci dice che se nel corso di una guerra facoltativa (nella guerra di mizvà come la conquista di Erez Israel non si fanno prigionieri), un soldato ebreo si invaghisce di una prigioniera gli è permesso prenderla in moglie a determinate condizioni. I primi versi della Parashà descrivono appunto il processo che deve essere attuato: la prigioniera deve rasarsi completamente il capo, lasciarsi crescere le unghie, cambiarsi di abiti, fare un mese di lutto per i suoi cari, attendere ulteriori due mesi (in modo da chiarire se è incinta o meno) e poi, se l’ebreo ancora la vuole, gli è permessa. Subito dopo la Torà ci spiega cosa succede e come viene tutelata questa donna se l’ebreo la prende in avversione e la vuole ripudiare.
I nostri Maestri hanno lungamente affrontato tutti gli aspetti di questo brano deducendone moltissime regole nelle quali non ci addentreremo. Il criterio generale secondo la maggior parte dei Rishonim è che tutto questo processo serve a far desistere l’ebreo. Rashì sulla scia del Talmud in Kidushin (21b) ci fornisce la chiave per leggere tutto questo passo.
«La prenderai per te in moglie: non ha parlato la Torà altro che contro l’istinto del male, che se il Santo Benedetto Egli sia non la permette, la sposerà contravvenendo al divieto.»
La Torà è conscia che durante la battaglia si scatenano istinti che rischiano di sopraffare il più pio dei soldati. È un fatto. La domanda è come si affronta questo problema. Nel corso della battaglia, il semplice divieto che mi basta normalmente per passare a fianco alla più bella gentile del mondo nella consapevolezza che mi è proibita, non basta. Servono altri strumenti, altre armi contro l’istinto del male che si scatena in guerra. Ed ecco allora che la Torà ti permette la Yefat Toar, ma ti trascina in un percorso al termine del quale non è affatto chiaro che la vorrai ancora. Non è detto che quando la vedrai senza capelli e senza i bei vestiti che portava (i Saggi dicono che questo era l’uso delle donne nemiche per attirare gli ebrei e farli cadere nella trasgressione) la vorrai ancora.
Si tratta dunque di un percorso che la Torà ci ha dato per spezzare l’istinto del male. Se la Torà l’avesse proibita, avremmo trasgredito. Allora la Torà la permette in una maniera tale che io comprenda che la cosa non è affatto positiva, e che riesca a smontare l’impalcatura che il mio istinto del male mi ha costruito.
Lo Sfat Emet, spiegando un altro punto della Parashà in cui si parla della guerra, dice che si allude ai giorni che precedono Rosh Hashanà. Se di guerra contro lo yezer harà si sta parlando, ecco che non c’è momento dell’anno più propizio e più adatto a questo discorso che il mese di Elul nel quale veniamo chiamati a dare battaglia al nostro istinto in maniera più vigorosa rispetto a quanto avviene nel resto dell’anno.
Rabbenu Bechajè spiega che tutto il nostro brano si riferisce all’istinto del male che ci si presenta attraente come una donna di bell’aspetto. Il percorso della Yefat Toar diviene allora il percorso che dobbiamo fare contro il nostro istinto. Rasare tutti i capelli: spogliare il male di quella bellezza apparente, vederlo per quello che è senza il pregio di una bella capigliatura. Il cambio di abiti e la crescita delle unghie devono farci pensare ad Adam HaRishon il quale secondo il Midrash prima del peccato era vestito di unghia. Quest’istinto va quindi lasciato in casa nostra, sotto il nostro dominio, fino a quando non riusciamo a smorzarlo al punto tale da poterlo utilizzare per servire il Signore, giacché anch’esso è stato creato per migliorarci e servire meglio il Santo Benedetto Egli Sia.
Questa guerra avviene all’interno del nostro cuore. All’interno di quel doppio cuore (levavechà) che è fatto di istinto del bene ed istinto del male noi dobbiamo riuscire ad usare anche l’istinto del male per servire il Signore. Questa guerra è imprescindibile perché come insegnano i Saggi Rachamanà libbà baè, il Signore richiede il cuore. Se il cuore non ci sprona verso il bene è molto difficile che persisteremo nel servizio Divino.
In questo senso possiamo capire anche quanto dice a proposito lo Sfat Emet. Non era preferibile che Iddio lasciasse la cosa proibita e ci aiutasse rafforzandoci contro questo particolare istinto del male? Lo Sfat Emet spiega che la radice della parola issur, divieto, viene dalla radice che indica la prigionia – assur. In un passaggio logico molto profondo la Torà ci sta portando a capire che il vero prigioniero non è la straniera che in questo momento desidero: sono io che sono prigioniero delle mie pulsioni che devo liberarmi dall’istinto. Ed ecco allora che Iddio ci aiuta facendo cadere il divieto-prigione e liberando il nostro istinto dalla brama di ciò che è proibito. Ora a mente fredda siamo liberi di capire ciò che è bene e ciò che è male.
Lo Sfat Emet ragiona su un altro aspetto: stiamo parlando qui del caso in cui si esce verso la guerra (eravamo all’interno) facendo una scelta. Quando ci si trova in guerra di mizvà, come detto, tutto ciò non è rilevante, si combatte alla meglio e non c’è tempo né possibilità di pensare alla Yefat Toar. Quando invece si è liberi e forti interiormente (all’interno) allora si può uscire e fare prigioniero il proprio istinto del male riconducendolo al bene.
Mi pare che questo sia proprio quanto siamo chiamati a fare nel mese di Elul: prepararci alla battaglia. Rav Dessler spiega in Michtav MeEliyahu che è assurdo pensare di poter arrivare al livello delle malkhuyot del Musaf di Rosh Hashanà senza un’adeguata preparazione. Nel Musaf di Rosh Hashanà siamo già in piena milchemet mizvà, si faccia quel che si può. È adesso il momento di far prigioniera la nostra Yefat Toar trasformando il «non devierai appresso ai tuoi occhi» in kiddushin, nel matrimonio che santifica.
Abbiamo un mese nel quale seguendo il consiglio dei Maestri del Mussar possiamo arrivare al livello delle malkhuyot, la proclamazione della regalità di D., che è il cuore del nostro servizio Divino nel giorno di Rosh Hashanà, attraverso la giusta concentrazione nelle benedizioni che diciamo giornalmente. Basta, dicono i Maestri del Mussar, trovare la giusta concentrazione quando pronunciamo le parole Melech HaOlam, Re del Mondo, in ognuna delle cento benedizioni che siamo chiamati a pronunciare ogni giorno!
In questi giorni, nelle Selichot, noi ripetiamo molte volte il vidduj, la dettagliata confessione dei peccati. Nel giorno di Rosh Hashanà questa invece non compare nei nostri libri di preghiera. Ed è proprio questo il punto. Fintanto che ci prepariamo al processo le carte sono tutte in tavola, comprese quelle che ci incriminano. Ma si è mai visto qualcuno che porta documenti che lo incriminano davanti al giudice? C’è un momento per spezzare l’istinto del male (oggi) e c’è un momento nel quale è meglio coprire il peccato (kisui chatat) e quel momento è il momento nel quale si copre anche la luna in quella festa (che è anche capomese) che è chiamata Bakese leYom Chaghenu, il nascondersi del giorno della nostra festa. Per questo il corno di mucca è invalido come shofar, perché ricorderebbe il peccato del vitello ed a Rosh Hashanà, per quanto strano, non si parla di peccati, si parla del fatto che Iddio è il Re e che noi vogliamo proclamare la Sua regalità. Per affrontare i peccati c’è tempo prima ed addirittura dopo (fino a Kippur compreso).
Questo ci porta a capire un altro pericolo della guerra all’istinto. Nel momento in cui affrontiamo le nostre mancanze e proviamo a trasformarle in trampolini per crescere spiritualmente il rischio è quello di rimanere invischiati nel peccato. È rischioso il solo pensare al peccato, ma d’altra parte come possiamo affrontarlo altrimenti!?
L’Or HaChajm HaKadosh spiega che c’è un rischio nella Yefat Toar così anche come nella carne di maiale che viene permessa durante la guerra di conquista di Erez Israel (TB Chulin 17a). Ciò che teme la Torà è che Israele desideri quello che la Torà ha permesso in via eccezionale ed a determinate condizioni. Il rischio è nel perdere la bussola, nel provare desiderio per ciò che è male. Il rischio nel vidduj è che mentre confesso la mia colpa una parte di me continua a desiderarla ed anzi la desidera proprio mentre e perché la sto confessando (è per questo che a Rosh Hashanà, non volendo correre questo rischio, rinunciamo al vidduj). La ricetta, dice l’Or HaChajm, è nel fatto che la Torà ha anteposto il verso:
«Quando uscirai alla guerra contro il tuo nemico, lo darà il Signore D. tuo nelle tue mani e prenderai da lui dei prigionieri.»
Se ci ricordiamo che siamo in guerra contro i nemici del Signore possiamo ridare la giusta proporzione ad ogni cosa.
Un’altra importante lezione che si impara dal brano della Yefat Toar è quella dell’alternativa. Rashì dice chiaramente che l’ebreo che vede la Yefat Toar triste e mal vestita deve vedere la donna ebrea contenta e ben vestita. Per ogni gentile di bell’aspetto appresso alla quale ci incaponiamo c’è una donna ebrea che aspetta il suo soldato. Per ogni trasgressione c’è la mizvà che avremmo potuto fare in quello stesso momento.
Il Meshech Chochmà lo spiega in maniera chiarissima: la Torà ha permesso la Yefat Toar solo in caso di vittoria assoluta nella guerra da parte di Israele. Se ci sono prigionieri ebrei in mano al nemico ed è possibile fare uno scambio non si applica il din della Yefat Toar giacché questo impedirebbe lo scambio dei prigionieri. In altre parole nessun ebreo deve pagare il prezzo delle pulsioni di un altro ebreo. Ed in questo senso, a mio modesto avviso, va letto anche Rashì che allude al fatto che c’è sempre una donna ebrea che sta pagando un prezzo per via della Yefat Toar.
Nella Haftarà di questa settimana, secondo il rito italiano che dalla scorsa settimana è tornato al ciclo normale delle Haftarot, leggiamo dello scontro tra David e Goliat.
«E si apprestò il Filisteo dalla mattina alla sera e fu lì per quaranta giorni.» (Shemuel I XVII, 16)
In maniera straordinaria rileva Rabbì Jochannan (TB Sotà 42b) che Goliat li minacciava:
«"Dalla mattina alla sera"… per fargli annullare la lettura dello Shemà alla mattina ed alla sera. "E fu lì per quaranta giorni"… in relazione ai quaranta giorni nei quali è stata data la Torà.»
Goliat ci assale per quaranta giorni per allontanarci dalla lettura dello Shemà nei quaranta giorni nei quali riceviamo la Torà.
In questi quaranta giorni che vanno da Rosh Chodesh Elul a Yom Kippur (nei quali riceviamo le seconde Tavole) la battaglia contro i Filistei è sul concetto dello Shemà che, come abbiamo visto in passato, è il culmine delle malkhuyot. L’obiettivo di tutto il nostro servizio Divino. La proclamazione della regalità di D.
Il nostro compito è quello di trovare il re che è in noi per dominare sull’istinto del male. Il piccolo David, re in potenza, che è in ognuno di noi, se riesce a divenire re su se stesso può portare alla rivelazione del Malkhut. Shaul è il re e David un ragazzo, ma nel momento in cui David capisce di essere un soldato del Signore contro l’istinto del male, David diviene già Re d’Israele.
«Quando c’è una grande guerra nel mondo, si risveglia la forza del Mashiach.»
dice Rabbì Avraham Izchak HaCoen Kuk zz’’l.
Nella guerra contro lo yezer harà, si risveglia la forza redentrice della teshuvà. E grande è la teshuvà che avvicina la redenzione.