Sarebbe veramente assai difficile esporre sinteticamente il contenuto di questa Parashà di Ki Tetzè, che senza dubbio, fra le Parashot del Deuteronomio, è quella che più delle altre presenta una straordinaria ed eccezionale varietà di argomenti.
Neppure la lontana Parashà di Kedoshim del Levitico può forse paragonarsi, per questo aspetto, a quella odierna che, in ogni modo, nell'intenzione del sommo legislatore, ha voluto certamente esporre i capisaldi della vita morale nei rapporti dell'individuo col prossimo.
Se infatti la Parashà precedente comprendeva, almeno nelle sue parti essenziali, gli ordinamenti della vita giuridica e politica in Israele e abbracciava, per così dire, il complesso della vita pubblica, quella di oggi invece penetra nella vita dell'individuo, regola i rapporti di lui nei molteplici aspetti della vita privata e nelle relazioni tra individuo e individuo.
Chiunque abbia scorso, o scorra, le pagine di questa amplissima sezione biblica si convincerà di quanto ho detto e forse, nella eccezionale varietà degli argomenti che pure sono spesso legati da un filo conduttore, saprà intravvederne alcuni che più degli altri mi sembra possano dare la misura del carattere morale di molti insegnamenti, di molte mizvot, qui contenute.
Una legislazione che circonda di particolare rispetto e che tratta con ogni riguardo la donna prigioniera di guerra, o che stabilisce l'obbligo di trattare con amore e dolcezza gli animali, che raccomanda di soccorrerli quando dovessero soggiacere sotto il gravame del lavoro e della soma anche se appartenenti ad altri proprietari; una legge che arriva, in una sfumatura di tenerezza che ha veramente del poetico, a stabilire il rispetto dovuto alla rondine e ai suoi piccini, evitando che questi siano carpiti in presenza della madre: una legge siffatta come si può definire se non la legge dell'amore che si estende indifferentemente ad uomini e ad animali?
Sono appunto proprio gli esseri più deboli e indifesi che da questa legge vengono protetti e salvaguardati, come si dimostra più avanti nel corso della stessa Parashà: è il povero, al quale si dirige di preferenza l'attenzione della Torà; è il povero che, forse per contrarre un debito, ha dato un pegno, pegno che può essere rappresentato da una delle più elementari suppellettili della casa: dalla coperta da letto!
«Ebbene, dice la Torà, se è un povero non dovrai coricarti con la sua coperta, ma dovrai restituirgliela prima che tramonti il sole, sicché non abbia a soffrire per colpa tua.» (Deuteronomio XXIV, 12-13).
E così il lavoratore, l'operaio mercenario, che vive del proprio salario, non deve essere da te trattato ingiustamente, sia egli ebreo o forestiero, non c'è differenza.
L'operaio che ha lavorato ha diritto alla sua mercede e tu dovrai corrispondergliela ogni giorno prima di notte con la stessa puntualità con cui egli ti corrisponde il lavoro;
perché l'operaio vive del suo salario e ad esso si volge col pensiero ansioso l'anima sua durante il lavoro. (Deuteronomio XXIV, 14-15).
Non dunque l'arbitrio del padrone, non l'ingiusta manomissione dei compensi, ma la retta giustizia sociale è quella che qui viene proclamata.
Che dire poi delle altre categorie di persone indifese? Che dire dello schiavo, dell'orfano, della vedova, del forestiero che ad ogni passo sono ricordati raccomandandone la protezione?
È proprio il forestiero, lo straniero, che anch'esso ha diritto alla vita appunto perché vive senza protezione sul territorio altrui; è a lui che si debbono volgere le vigili e amorevoli cure dell'ebreo.
Oh, se gli uomini potessero leggere con intendimento d'amore la Bibbia, imparerebbero davvero quale sia stata la legge del primo e più grande amore, quale sia stata la legge di pietà e di fratellanza che Israele ha proclamato, che Israele sente più che mai vera anche se gli altri han ricambiato con odio quel dono sublime che Israele sente di non aver ancora donato completamente al resto dell'umanità.