«Voi siete presenti tutti quanti oggi dinanzi al Signore vostro D-o…»

(Deuteronomio XXIX, 9)

Dopo i cupi ammonimenti della Parashà di Ki Tavò, Moshè rassicura il popolo nella sua stabilità, nizzavim, voi siete presenti, ma anche siete fissi.

Rashì in loco commenta:

«Voi siete presenti: ci insegna che Moshè li ha radunati dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia nel giorno della sua morte, per farli entrare nel patto.»

Rashì sottolinea il ruolo di Moshè come traghettatore: in maniera curiosa proprio nel momento di passaggio da un leader all’altro, dal deserto ad Erez Israel, nel momento del movimento, Moshè ci fissa, ci rende nizzavim.

Lo Sfat Emet riporta a nome del nonno, il Chidusè HaRim:

«Ho ascoltato dalla bocca del mio Maestro e Nonno, sia il Suo ricordo di benedizione, che è stata stabilita la Parashà di Nizzavim alla fine dell’anno, così come hanno detto [i Saggi] sia il loro ricordo di benedizione, "quando sono passati da un parnas (leader) ad un altro, li ha resi una stele (mazzevà - dalla stessa radice di nizzavim)". Così anche ogni anno c’è una conduzione particolare e si deve fissare alla fine dell’anno ciò che si è rinnovato in quest’anno in modo da passare da un ordine annuale all’altro.»

Ed aggiunge lo Sfat Emet che dobbiamo rafforzarci nell’ultimo Sabato dell’anno, secondo quanto hanno detto i Saggi che se Israele osservasse propriamente un Sabato sarebbe redento.

Da questo profondo insegnamento della Scuola di Gur capiamo un concetto importantissimo: noi siamo abituati a vedere in Rosh HaShanà l’occasione per voltare pagina, per lasciarci dietro tutte le frustrazioni, anche quelle spirituali, dell’anno passato.

Siamo, o dovremmo essere, pronti a lanciarci in un anno nuovo pieni di buoni propositi. Eppure troppo spesso dimentichiamo di cementare quanto di buono c’è stato in quest’anno. Rosh HaShanà non è una fuga nel futuro, per quanto quest’opportunità potrebbe certo allettarci. Rosh HaShanà del resto non può nemmeno essere un evento nostalgico per ciò che è passato.

A Rosh HaShanà, in realtà, abbiamo l’opportunità di essere nel presente. E forse proprio la chiave per capire Rosh HaShanà è nella staticità della stele della mazzevà, che Moshè ha fatto di noi, prima di consegnarci a Jeoshua ed al nostro futuro.

Ma che vuol dire allora questo nizzavim?

Noi siamo abituati a pensare alla Teshuvà in funzione del peccato. Ho fatto qualcosa che non va, mi pento. Questo non è il nocciolo della Teshuvà, dice lo Sfat Emet.

«La parte principale della Teshuvà non è circa la trasgressione vera e propria, ma che l’uomo deve tornare a riattaccarsi alla sua radice. E di ciò hanno detto i Saggi z”l che essa giunge fino al Trono della Gloria, ovvero che dobbiamo tornare alla parte che ha ogni uomo, anima che è parte del divino superiore, come è detto "fino al Signore Tuo D.".»

Fare Teshuvà significa allo stesso tempo tornare a noi stessi e tornare a D. Se torniamo ad essere noi stessi, troviamo il Signore. Troviamo quel pezzo di Divino che è nell’anima di ognuno di noi.

La trasgressione non è che il sintomo di un problema più profondo. Se pecco, il problema non è solo nell’azione quanto nella condizione in cui mi trovo. Non solo quanto faccio, ma dove sono. Se pecco significa che sono lontano. Questo presuppone allora una naturale ed intrinseca relazione tra la nostra vera ed originale essenza ed Iddio benedetto. Quasi che il percorso che ci ha distaccato da D. e dalla Sua Torà sia superficiale rispetto alla natura sacra del nostro Io.

Il Rabbi di Gur spiega proprio così un altro passo della nostra Parashà, quando Iddio chiama a testimoni cielo e terra. Ma cielo e terra, si chiede il Rabbi, non hanno volontà! E risponde: è proprio per questo. La natura del creato è di essere attratta verso il Signore, verso il bene. In ciò l’uomo non differisce dai sassi o dall’aria. All’uomo è stata accordata però la possibilità di scelta. Ma il bene resta l’opzione base. Se il male non sopraffà il bene, l’uomo è naturalmente attratto verso il bene come il resto del Creato che fa in automatico la volontà del Signore.

Così egli spiega il noto quesito di Maimonide circa la possibilità di avere mizvot positive che vertono sui sentimenti, come l’amore per D.. Come si fa a comandare di amare?

«Ma piuttosto che l’amore per il Nome Benedetto è stato instillato naturalmente nell’anima di ogni uomo d’Israele. L’uomo deve solamente non attaccarsi ai desideri ed attrarre l’amore verso il male, poiché attraverso ciò si cela il punto di verità. E nel riguardare se stesso verrà attratto automaticamente appresso al Nome Benedetto con tutto il suo cuore e tutta la sua anima...»

Rosh HaShanà, il giorno della creazione dell’uomo ci permette allora di ritrovare quella staticità mazzevà che non è immobilità. È piuttosto la saldezza dell’identità ebraica così come Iddio l’ha creata. Non intaccata dall’istinto del male. Ritrovare ciò che eravamo diviene così il presupposto per potere andare avanti. Ma come faccio io a sapere come eravamo, come ero alla creazione? È proprio attraverso ciò che di buono c’è stato in quest’anno, nelle mizvot che ho compiuto, nella sensazione di completezza che c’è nelle mizvot che ho fatto, che posso ritrovare le mie origini.

Fissare ciò che si è rinnovato quest’anno, significa specchiarsi nelle proprie buone azioni e trovare in un gioco di riflessi l’icona del nostro Io originale: questo significa yezer, istinto, dalla radice di zyur, disegno.

È per questo motivo che nonostante il giudizio, nonostante il timore della regalità Divina che proclamiamo in questa giornata, e persino nonostante la nostra sistematica inadeguatezza, la natura del giorno di Rosh HaShanà è del tutto festiva. Quando noi ritroviamo noi stessi, quando torniamo ad essere nizzavim, quando cioè tra passato e futuro siamo capaci di vivere al presente nell’esecuzione del volere del Signore, allora c’è la gioia.

«Disse loro: andate a mangiare cibi grassi e bevande dolci, e mandate regali a chi non ha nulla di preparato poiché oggi è giorno Santo per il nostro Signore; e non siate tristi perché la gioia del Signore è la vostra forza.»

(Nechemià VIII, 10)

Il Talmud riporta che gli Angeli del Servizio Divino chiedono al Signore come mai i figli d’Israele non cantino l’Hallel nel giorno di Rosh HaShanà. Iddio risponde che non è corretto cantare le lodi del Re mentre i libri della vita e della morte sono aperti davanti a Lui.

Dice lo Sfat Emet, da questa domanda si capisce che l’ebreo dovrebbe essere pronto a dire l’Hallel il giorno di Rosh HaShanà, se la cosa fosse permessa. Il nostro stato d’animo dovrebbe essere in modalità Hallel.

«E si deve capire la questione della domanda degli angeli del servizio Divino. E la questione è come hanno detto che da ogni mizvà che i figli d’Israele compiono si crea un angelo. Ed in verità Rosh HaShanà e Kippur sono feste. E si trova anche lì la gioia nei cuori dei figli d’Israele, solamente che non possono far uscire da potenza ad azione sì da dire l’Hallel. Eppure tanto è il desiderio che vengono creati lo stesso degli angeli. Ed è possibile che questi angeli siano di un livello superiore agli angeli che si creano recitando l’Hallel, come è noto che il livello del pensiero è superiore a quello della parola. Ed è possibile che questa stessa sia la dimensione dello Shofar come è insegnato nel Santo Zohar che c’è un grido nel cuore che non può essere espresso con la bocca... e così il suono dello Shofar è celato... e questo è "Suonate nel [Capo] Mese lo Shofar, nel nascondersi del giorno della nostra festa" (Salmi LXXXI, 4)....»

È allora il nostro stesso desiderio di dire l’Hallel che si rivolge al Signore. Ed è questo stesso desiderio che non può essere realizzato che trova la sua voce nel suono dello Shofar.

Spiega lo Sfat Emet:

«A Rosh HaShanà è stato creato l’uomo. E la qualità principale dell’uomo è la parola. E perciò all’inizio (dell’anno) si deve sottomettere la voce e la parola al Cielo. E questo è il suono dello Shofar. Ed i versi di malkuiot, zicronot e shofarot, secondo quanto hanno scritto i Saggi z”l che quando il bambino impara a parlare suo padre deve insegnargli la Torà.»

Il Rabbi di Gur ci sta dicendo che attraverso lo Shofar noi possiamo sanare la parola. Possiamo sanare la qualità che ci rende uomini. Come? Paradossalmente celando nel suono dello Shofar quei sentimenti che non possono essere espressi. A Rosh HaShanà sottomettiamo la parola al Signore, quasi rinunciandovi. Rinunciando alla nostra dimensione umana. Elevandola ed elevandoci a semplice suono che nel celato, bakèse, racchiude l’inespresso e forse l’inesprimibile.

A Rosh HaShanà noi ci confrontiamo con il nostro stesso limite, perché se la nostra qualità è la parola e la summa della parola è la lode di D., dicendo che non possiamo recitare l’Hallel, noi ci troviamo pietrificati. Nizzavim. Ed è proprio qui che lo Shofar, che è chiamato nel Talmud una questione interiore, ci permette di tirare fuori il desiderio di Hallel.

Ma ciò non basta. Noi dobbiamo anche re-imparare a parlare. Lo Shofar non può divenire l’apologia del suono o dell’assenza di parola, per quanto alla prova dei fatti esso è "miracolosamente" l’unico in grado di zittire le chiacchiere nelle nostre Sinagoghe. Lo Shofar ci dà l’opportunità di rinascere, di tornare bambini, di riappropriarci del verbo. Ed è esattamente quello il momento in cui il padre ha l’obbligo di insegnare Torà al figlio. Ed è esattamente quanto facciamo con le serie di versi biblici che accompagnano le tre benedizioni centrali del Musaf di Rosh HaShanà.

Ed allora, benissimo che siamo capaci di sanare il suono, di trovare il silenzio e lasciare che lo Shofar trasporti le emozioni e crei gli angeli dell’Hallel che avremmo voluto dire.

Sarebbe però altrettanto utile che trovassimo nella lunga ma significativa serie di versi del Musaf la capacità di sanare la parola.

Lo Shofar ci renderà di nuovo bambini, ad al bambino che è in noi cerchiamo di insegnare un po’ di Torà.