Mi capita spesso di incontrare persone che stanno lottando con una particolare mitzvah.
Ci sono momenti in cui quella mitzvah è più facile da osservare, momenti in cui diventa più difficile e altri in cui sembra addirittura impossibile.
Naturalmente ciascuno reagisce a queste difficoltà in modo diverso. Per alcuni, però, il fatto stesso di trovarsi in lotta con una determinata mitzvah li porta a concludere che sia meglio abbandonarla del tutto.
A questo proposito è illuminante il daf di oggi (Chullin 87a). Pur discutendo un diverso principio halakhico, Rav Pappa enuncia un insegnamento di grande profondità:
«Non esiste un rigetto definitivo riguardo alle mitzvot» (ein dichui etzel mitzvot – אֵין דִּיחוּי אֵצֶל מִצְוֹת).
Può certamente accadere che, in un determinato momento della vita, una persona non sia in grado di osservare una particolare mitzvah. Ma questo non dovrebbe mai essere interpretato come un motivo per rinunciarvi definitivamente.
Come spiega Rabbi Jonathan Sacks, richiamando Bereshit 32,28, il nome stesso Israel significa «colui che lotta con Dio e con gli uomini e prevale». Da ciò impariamo che «non smettiamo mai di confrontarci con Dio, né Lui con noi».
Le difficoltà, gli alti e bassi e le oscillazioni della vita religiosa non sono quindi necessariamente il segno che qualcosa non funziona. Al contrario, sono spesso il segno che stiamo vivendo una relazione autentica con Dio.
E, proprio come ogni relazione significativa attraversa momenti di prova accanto a momenti di particolare vicinanza, così avviene anche nel nostro rapporto con il Santo Benedetto Egli sia.