La maggior parte delle terre chiede ai propri abitanti di coltivare il suolo. La Terra d’Israele chiede ai propri abitanti di coltivare se stessi.
Nella Parashà di Ekev, mentre Mosè continua il suo ultimo discorso al popolo ebraico, lo prepara a un cambiamento fondamentale. Gli ebrei stanno lasciando il deserto, dove le loro necessità erano soddisfatte miracolosamente, ed entrano in una terra nella quale dovranno costruire case, piantare campi, creare istituzioni e assumersi la responsabilità della propria società. Mosè, tuttavia, li avverte che la vita nella Terra d’Israele non sarà mai del tutto ordinaria.
La descrive così:
אֶרֶץ אֲשֶׁר ה׳ אֱלֹהֶיךָ דֹּרֵשׁ אֹתָהּ, תָּמִיד עֵינֵי ה׳ אֱלֹהֶיךָ בָּהּ, מֵרֵשִׁית הַשָּׁנָה וְעַד אַחֲרִית שָׁנָה.
«Una terra della quale il Signore tuo Dio si prende cura; gli occhi del Signore tuo Dio sono sempre rivolti verso di essa, dall’inizio dell’anno fino alla fine dell’anno.»
La parola doresh è particolarmente significativa. Non vuol dire semplicemente che Dio vede la terra. Suggerisce che Egli la cerca, se ne occupa e rimane attivamente attento a ciò che vi accade. La Terra d’Israele si trova costantemente sotto l’attenzione divina.
Mosè sottolinea questo aspetto contrapponendola all’Egitto. L’Egitto dipende dal Nilo, una fonte d’acqua apparentemente affidabile e prevedibile. I suoi campi possono essere irrigati attraverso il lavoro umano e la capacità tecnica. La Terra d’Israele, invece, è una terra di monti e di valli che beve l’acqua della pioggia del cielo. I suoi abitanti devono lavorare la terra, ma devono anche rivolgere lo sguardo verso l’alto.
Questa dipendenza non viene presentata come una debolezza. È il carattere spirituale della terra.
La Torah insegna che la Terra d’Israele non permette ai suoi abitanti di immaginare che il successo materiale sia completamente separato dalla vita morale e spirituale. La pioggia, il raccolto, la prosperità, la responsabilità sociale e l’impegno religioso fanno parte di un’unica esistenza interconnessa. La terra non è semplicemente lo sfondo sul quale vengono osservati i comandamenti. Partecipa essa stessa al patto.
In questo senso, la Terra d’Israele è straordinariamente sensibile. La Torah collega ripetutamente la sua condizione al comportamento di coloro che vi abitano. Il modo in cui il popolo serve Dio, costruisce la propria società e tratta il prossimo ha delle conseguenze. La terra non può essere spiritualmente separata dalle vite vissute su di essa.
I comandamenti diventano quindi molto più che atti religiosi privati. Sono gli strumenti attraverso i quali il patto entra nel mondo fisico. Plasmano l’agricoltura, il commercio, la giustizia, la generosità, la parola, la vita familiare e il trattamento delle persone più vulnerabili. Attraverso le mitzvot, la santità non rimane confinata nella sinagoga o nella casa di studio. Entra nel campo, nel mercato, nel tribunale, nella casa e nei rapporti tra una persona e l’altra.
Questa è l’unità più profonda descritta da Mosè. Il popolo, la Torah e la terra non sono tre elementi indipendenti collocati l’uno accanto all’altro. Si sostengono e si influenzano reciprocamente. La Torah insegna al popolo come vivere, il popolo traduce la Torah in azione e la terra diventa il luogo nel quale quel modo di vivere viene messo alla prova.
È possibile possedere una terra senza appartenervi veramente. Una nazione può controllare un territorio e non comprendere la responsabilità che quel territorio le impone. Prima che il popolo ebraico vi entri, Mosè lo avverte: la sovranità non è soltanto il diritto di governare. È l’obbligo di costruire una società degna di ciò che ci è stato affidato.
La Terra d’Israele pone domande difficili a coloro che vi abitano. Stiamo usando la nostra forza con giustizia? Ci trattiamo reciprocamente con dignità? Permettiamo alla prosperità materiale di accrescere la nostra gratitudine, oppure lasciamo che ci faccia dimenticare la sua origine? I nostri impegni religiosi trovano espressione nella società che costruiamo?
Gli occhi di Dio sono rivolti verso la terra perché ciò che vi accade ha importanza. E proprio perché i Suoi occhi sono rivolti verso di essa, anche i nostri devono rimanere aperti: alla condizione della terra, alle necessità del popolo e alle conseguenze morali delle nostre azioni.
Il messaggio di Mosè, quindi, non è semplicemente che Dio osserva la Terra d’Israele. È che vivere sotto lo sguardo di Dio ci impone di vigilare su noi stessi.
La Terra d’Israele non è soltanto il luogo nel quale continua la storia ebraica. È il luogo nel quale viene messa alla prova la qualità della vita ebraica, dall’inizio dell’anno fino alla sua fine.