È noto il commento di Rashì sul primo versetto della Parashà di Chajè Sarà, che parla degli anni della vita di Sarà:

«Cento anni come venti per il peccato, poiché non era punibile; anche a cento senza peccato, e venti anni come sette per la bellezza».

Le parole di Rashì, basate sul Midrash, sollevano questioni. Apparentemente avrebbe avuto senso pensare ad un ordine diverso, e cioè venti anni per la bellezza e sette per il peccato, in quanto una donna adulta è più bella di una bambina di sette anni, «dal momento che il seno era formato e la sua altezza era come quella di una palma» (come Rabbenu Eliyahu Mizrahi interpreta Rashì), e per quanto riguarda il peccato una bambina è più innocente ed esente da pena di una donna di venti anni.

A questa domanda sono state date risposte diverse. Shadal, nel suo commento alla Torà, propone di sostituire la formula originale del Midrash e dice di aver trovato un antico manoscritto in cui era scritto «cento anni come venti per bellezza».

Nonostante ciò, la maggior parte dei commentatori mantiene la formula esistente e risolve il problema con un’altra spiegazione del concetto di bellezza: «Esiste nel mondo una bellezza senza rapporto con il sesso», spiega Rav Avraham Korman (HaParashà LeDoroteha, Bereshit, p. 112); a venti anni «la bellezza della sua pelle e la sua finezza non è come a sette anni» (Mizrahi); «la bellezza mostra la bontà della vita fisica e l’attenzione al peccato la bontà della vita spirituale» (Levush HaOrà); «questa bellezza [...] mostra che il corpo è pulito e luminoso senza scorie» (Gur Ariè).

Si può però suggerire un’altra interpretazione.

Forse l’intenzione del Midrash, quando parla di bat sheva, non è — o non è soltanto — una descrizione dell’età, ma il nome di una donna: Bat Sheva, moglie del re David e madre del re Shelomò.

Ciò che si dice di Sarà sarebbe allora che all’età di venti anni era bella come la famosa Bat Sheva, della quale il Testo dice «e la donna era di molto bell’aspetto» (Samuele II 11, 2), mentre di Sarà è scritto «donna di bell’aspetto» (Genesi 12, 11); e «tutti rispetto a lei erano come scimmie rispetto all’uomo» (Bavà Batrà 58a). E non solo bella, ma anche senza peccato.

Se questa è l’interpretazione, cosa voleva dirci il Midrash?

A quanto pare, c’è qui la volontà di collegare due concetti: la straordinaria bellezza ed il peccato. La bellezza, quanto più è notevole, tanto più può portare al peccato; qui, al contrario, le donne di cui si parla hanno saputo custodirsi e non hanno peccato.

È vero per Sarà, malgrado gli episodi dei due re, il Faraone e Avimelech, che la rapirono; ed è vero anche per Bat Sheva, nella cui storia l’impressione del peccato è forte e ciò malgrado la Ghemarà dice che

«chiunque dica che David peccò non fa che sbagliare» (Shabbat 56a).

E c’è un terzo elemento nel parallelo: la regalità. Le due donne attirano su di sé l’attenzione non di persone qualsiasi, ma di re.

E qui si può inserire nel quadro un’altra donna: Ester.

Il confronto tra la sua storia e quella di Sarà è giustificato da alcuni accenni nascosti nel Testo. Come è noto, il numero delle province all’inizio della Meghillà di Ester è lo stesso degli anni della vita di Sarà. Nelle parole di Rabbì Akiva:

«Venga Ester, discendente di Sarà che visse centoventisette anni, e regni su centoventisette province» (Bereshit Rabbà 58, 3).

Di Sarà è detto: «E la donna fu presa nella casa del Faraone» (Genesi 12, 15); di Ester: «E Ester fu presa nella casa del re» (Ester 2, 8), e ancora: «E Ester fu presa dal re» (ibid. 2, 16).

Abbiamo dunque di fronte tre donne accomunate dalla bellezza, dal rapporto con la regalità e dal comportamento morale.

Rilevare questa analogia è soltanto l’inizio della storia: resta ancora molto da scavare sotto di essa.