Qual è il senso delle Selichot? Contrariamente a quanto si pensa comunemente, sembra che il punto centrale delle Selichot non sia necessariamente il viddui, la confessione. Quando si esamina il contenuto delle Selichot, secondo qualunque rito, in realtà non è del tutto chiaro che cosa stiamo facendo quando le recitiamo.
Prima dell’arrivo dei Yamim Noraim si avverte che questo è un momento adatto per risvegliarsi, per scuotere noi stessi. E in effetti il modo stesso in cui si recitano le Selichot è pensato proprio per questo. Alzarsi presto al mattino e recitare preghiere che non fanno parte dell’ordine abituale della tefillà produce certamente un risveglio dell’anima.
Il problema costante e più grande di tutti noi, in quanto persone che pregano, è che continuiamo a dire più o meno sempre le stesse cose. Anche quando esistono alcune variazioni, come i piyyutim delle Selichot ashkenazite che cambiano di giorno in giorno, nel complesso continuiamo a recitare una preghiera più o meno fissa.
Questa regolarità mette in luce il problema essenziale e centrale che riguarda sia le Selichot sia tutte le altre preghiere: preghiamo molto, sia per il tempo che dedichiamo alla preghiera sia perché ripetiamo tante volte le stesse preghiere; eppure, dal punto di vista dell’essenza stessa della preghiera, in realtà preghiamo così poco.
A volte, proprio perché ripetiamo tante volte la stessa preghiera, finiamo per conoscerla a memoria, e allora la situazione diventa persino peggiore. Quando una persona conosce la preghiera a memoria può recitare una tefillà intera senza prestarvi attenzione, e solo quando arriva al punto in cui si sputa, in Alenu, si accorge di essere arrivata alla fine. E questa è stata tutta la sua esperienza della preghiera.
Molte volte la nostra preghiera assomiglia alla pressione di un pulsante su una macchina automatica, che poi continua a funzionare da sola. Chi prega lo fa ormai quasi come una creatura completamente programmata.
Tempo fa mi capitò di trovarmi in un luogo completamente sperduto vicino alla Mongolia, in una città della cui esistenza non avevo mai saputo nulla, e mi trovai a visitare una specie di monastero buddhista. Vidi lì, come in altri monasteri, delle ruote di preghiera: ruote disposte orizzontalmente o verticalmente, sulle quali sono incollate varie preghiere. Chiunque passi accanto alla ruota le dà una spinta e, per ogni giro, è come se avesse recitato tutte le preghiere che vi sono scritte.
Ognuno lo fa secondo il proprio grado di timor del Cielo: c’è chi dà una sola spinta alla ruota e chi rimane lì per qualche istante e la spinge diverse volte. Hanno persino inventato un sistema più moderno: hanno collegato alcune di queste ruote di preghiera a una specie di pale, come quelle di un mulino a vento, e così la ruota prega da sola...
Parlai con il loro capo, un uomo giovane e molto cordiale che non sapeva nulla degli ebrei, e confrontammo un po’ le nostre usanze. Gli dissi: pensi che soltanto voi abbiate le ruote di preghiera?! Anche noi abbiamo qualcosa di abbastanza simile. Solo che voi avete una ruota intera che gira di 360 gradi, mentre noi abbiamo soltanto mezza ruota, attaccata alla schiena, che facciamo oscillare da una parte all’altra...
Naturalmente era una battuta. Ma, in realtà, è esattamente quello che facciamo: abbiamo un siddur, giriamo le pagine dall’inizio alla fine ancora e ancora, e continuiamo così giorno dopo giorno, per sessanta, ottanta o novant’anni.
Che cosa possiamo fare affinché la nostra preghiera contenga comunque anche un’esperienza di preghiera e non sia soltanto una sorta di rotazione di una “ruota di preghiera”? Come possiamo provocare un qualche risveglio nella tefillà?
Si possono fare discorsi destinati a risvegliare le persone, ma non sono mai abbastanza efficaci. Per questo proviamo talvolta a pregare a un’ora insolita, in modi particolari, con un testo diverso e in un’occasione fuori dall’ordinario. Talvolta cerchiamo di suscitare il risveglio persino attraverso mezzi che non appartengono propriamente all’essenza della questione, proprio perché sono questi mezzi a produrre il nostro risveglio.
Questo è il senso delle Selichot. Arrivano i Yamim Noraim e richiedono una preparazione. Naturalmente si può saltare dentro i Yamim Noraim senza alcuna preparazione; ma chiunque abbia provato a farlo, anche se prega durante tutto l’anno, ne avverte la difficoltà.
Tutti i cambiamenti che introduciamo nelle Selichot, e poi negli stessi Yamim Noraim — nel testo che recitiamo, nell’ora in cui preghiamo e, in alcuni luoghi, persino negli abiti che indossiamo — hanno tutti lo stesso scopo: svegliarci e scuoterci.
«Chi salirà sul monte del Signore?»
Nella preghiera ci sono due elementi: c’è l’esperienza stessa e ci sono le parole che pronunciamo.
Nel rito sefardita si dice prima del Kiddush del venerdì sera: «Ecco, veniamo a compiere la mizvà positiva della Torà di santificare lo Shabbat e la mizvà positiva rabbinica di santificarlo sul vino». Da questa formulazione risulta che si tratta di due cose differenti: c’è la mizvà della Torà di santificare il giorno dello Shabbat e c’è la mizvà rabbinica di fare Kiddush sul vino, che non costituisce l’essenza della cosa, ma soltanto una particolare modalità attraverso la quale realizziamo la santificazione dello Shabbat.
Allo stesso modo, c’è una mizvà della Torà di pregare e c’è una mizvà rabbinica di dire ciò che è scritto nel siddur. La mizvà di recitare ciò che è scritto nel siddur è diversa dalla mizvà stessa della preghiera: è soltanto una particolare modalità attraverso la quale realizziamo la mizvà della tefillà.
Che cos’è dunque la mizvà della Torà di pregare?
Sulla preghiera sono state scritte moltissime cose, ma, in sintesi, la preghiera consiste nella costruzione di un rapporto tra l’uomo e il Santo, benedetto Egli sia. Nella preghiera una persona si trova in un incontro e parla con il Santo, benedetto Egli sia. La domanda è che cosa prova in quel momento.
Per chi vuole entrare davvero dentro le cose e non rimanere nella loro cornice esteriore, pregare è più difficile che studiare Torà o osservare le mizvot. Quando una persona compie una mizvà si occupa di qualcosa di oggettivo: prende un lulav e lo agita, per esempio. L’atto di agitare il lulav è qualcosa di oggettivo e quindi è relativamente facile compierlo.
Anche quando una persona studia Torà si occupa di un argomento oggettivo, che la interessi oppure no, e può rapportarsi ad esso con relativa facilità.
Nella preghiera, invece, non le viene chiesto di fare qualcosa né di studiare qualcosa. Si trova davanti a una richiesta completamente diversa, una richiesta essenziale e tutt’altro che semplice: arrivare all’esperienza di trovarsi davanti al Santo, benedetto Egli sia.
La preghiera è un invito rivolto all’uomo a una sorta di incontro con il Santo, benedetto Egli sia. È molto significativo che nella preghiera ci rivolgiamo a Lui dicendo «Tu», e non «Sua Signoria» o «Vostra Signoria». La preghiera è dunque, da una parte, qualcosa di estremamente intimo e, dall’altra, qualcosa di estremamente audace.
È come se dicessero a una persona: adesso apriamo la porta e tu andrai a incontrare il Re dei re, il Santo, benedetto Egli sia, e parlerai con Lui.
Ci sono persone alle quali tremano le gambe persino quando vanno a un appuntamento. Quando dunque una persona sta per incontrare il Santo, benedetto Egli sia, per una sorta di colloquio personale, e parlare con Lui, l’esperienza dovrebbe essere davvero terrificante.
Questa è anche una delle ragioni per cui esiste un siddur. È quello che fanno le persone quando vengono davvero convocate a un incontro importante. Alcuni, quando vengono chiamati dal loro grande capo, gli stanno davanti e cominciano a balbettare; altri, prima di un incontro simile, si appuntano i punti principali di ciò che intendono dire, o addirittura ripassano quello che vogliono dire e lo imparano a memoria.
Così avviene anche nella preghiera: quando l’incontro non è con qualche personaggio insignificante che oggi è qui e domani non c’è più, ma è l’incontro più grande e importante che possa esistere, può essere più facile e rassicurante per una persona leggere le cose da un testo scritto.
In ogni caso, l’essenza stessa della preghiera dovrebbe essere qualcosa che incute timore. Il timore che dovrebbe provare chi prega non nasce dal rischio che gli taglino la testa; è il timore dell’incontro stesso.
Ma noi ci abituiamo anche a questo, come ci abituiamo a ogni cosa al mondo, e perciò non ci fa più paura.
Se ci rapportassimo davvero a tutto questo, dovremmo chiederci: chi è degno di entrare e stare davanti al Santo, benedetto Egli sia?
Come diciamo nelle preghiere di Rosh HaShanà: «Chi salirà sul monte del Signore e chi potrà stare nel luogo della Sua santità?». Può salirci chiunque? Chi può salire sul monte del Signore deve essere «innocente di mani e puro di cuore», e così via.
Allo stesso modo dovremmo domandarci: quando siamo veramente in grado di pregare? Forse una o due volte nella vita.
«E che cosa ti ha detto il Signore?»
Così dovrebbe essere. Così dovremmo rapportarci alla questione.
Ma ci accade quello che accade con ogni routine: quando facciamo qualcosa frequentemente, il nostro cuore diventa insensibile nei suoi confronti. È vero praticamente per ogni cosa al mondo, sia per i piaceri sia per le sofferenze fisiche. La prima volta una persona è sconvolta, la seconda ha paura e, dopo molte volte, fa ormai la stessa cosa automaticamente.
Ci sono persone che, per lavoro, siedono davanti a terribili macchine distruttive e premono ogni sorta di pulsante senza pensare che in qualunque momento quella macchina potrebbe ridurle in polvere. Ci abituiamo a tutto.
Dopo essere rimasta dentro la preghiera, o dentro qualsiasi altra cosa, per molto tempo ed esservisi abituata, una persona può però svegliarsi un giorno e pensare: di che cosa mi sto occupando veramente?
Vi racconterò una piccola esperienza della mia infanzia, così da non parlare sempre e soltanto di cose sublimi, ma anche dell’esperienza umana.
Da bambino ci fu un periodo in cui salivo sul tetto. Era abbastanza pericoloso, perché non usavo una scala: salivo da una persiana a una finestra, da una finestra a quella successiva e così via, finché arrivavo sul tetto. Richiedeva un po’ di acrobazia.
Lo facevo giorno dopo giorno, finché un giorno, quando ero già a metà della salita, improvvisamente mi accorsi che in realtà non c’era niente di stabile: la persiana poteva muoversi e io mi stavo aggrappando soltanto a un piccolo pezzo di pietra che avrebbe potuto cedere in qualsiasi momento.
Ricordo che, nel mezzo della salita, fui improvvisamente preso da un terrore enorme. Una paura che mi paralizzò completamente: non riuscivo né a salire né a scendere. Rimasi semplicemente fermo lì, terrorizzato. Alla fine riuscii in qualche modo a strisciare giù, tremando.
Che cosa era successo? Avevo già fatto quella salita chissà quante volte, ma improvvisamente qualcosa mi era diventato nuovamente evidente. Mi ero reso conto di nuovo che quella salita era pericolosa, che non era soltanto un gioco, che era davvero qualcosa di rischioso e che, giocando in quel modo, avrei potuto realmente cadere e sfracellarmi.
Così nacque quell’esperienza.
Questo è ciò che dovrebbe accadere anche nella preghiera. Di tanto in tanto, forse una volta ogni alcuni mesi, dopo che una persona ha già pregato e pronunciato le parole scritte nel siddur forse mille volte, improvvisamente torna a provare quell’esperienza: che cosa sto facendo adesso? Dove mi trovo? Davanti a che cosa sto in questo momento?
E improvvisamente comincia a scoprire di che cosa si tratta veramente.
Non significa che il giorno successivo smetterà di pregare. Significa che domani la sua preghiera sarà un’esperienza completamente diversa.
Una persona prega ancora e ancora, dice «Baruch Atà» e si inchina, mentre la sua esperienza è quella di trovarsi davanti a un muro. Poi, dopo molto tempo, un giorno si sveglia e scopre che in realtà non si trova davanti al muro, ma davanti a qualcosa di completamente diverso: adesso sta cercando di parlare con il Re dei re.
A volte abbiamo bisogno che qualcun altro ce lo faccia scoprire.
Molti anni fa stavo pregando e mia figlia, che allora aveva circa due anni e mezzo, decise che voleva qualcosa da me. Mi tirava i pantaloni, ma io ero nel mezzo della preghiera e non potevo risponderle.
Quando finii di pregare le domandai che cosa volesse. Lei mi chiese:
«Perché non mi hai risposto?».
Ero allora un giovane padre e volevo ancora fare il sapiente, così le dissi:
«Stavo parlando con D.».
Poiché era una bambina innocente, onesta e timorata del Cielo, come può esserlo una bambina di tre anni, prese sul serio la mia risposta. E allora mi domandò:
«E che cosa ti ha detto?»
Voglio dirvi che per molti anni, e in realtà fino ad oggi, questa domanda mi perseguita.
Io sto lì in preghiera e parlo, cerco di condurre una conversazione, e quella domanda — che in realtà non è affatto una grande questione filosofica, ma semplicemente una domanda sulla realtà — continua a disturbarmi:
E allora, che cosa ti ha detto?
Non mi imbatto in questa domanda ogni giorno. Ma di tanto in tanto mi capita di ricordarla e allora ricordo anche l’altra domanda: che cosa sto facendo quando prego?
In un simile momento di scoperta ritorna qualcosa dell’autenticità, qualcosa dell’essenza della preghiera della Torà. La tefillà della Torà è la costruzione di un rapporto tra l’uomo e il Santo, benedetto Egli sia. Quando una persona si mette in piedi e prega veramente quella tefillà, sente questa esperienza.
Per questo diciamo le Selichot.
Lo scopo delle Selichot è prendere persone che per un anno intero hanno pregato e detto ciò che hanno detto, e svegliarle. Quando ci alziamo a un’ora insolita e recitiamo un testo al quale non siamo abituati, cerchiamo di risvegliarci e di ricordare che cosa stiamo veramente facendo quando preghiamo.
Selichot per le nostre preghiere
Uno degli aspetti delle Selichot è la richiesta di perdono.
Per che cosa chiediamo perdono nelle Selichot? Ognuno possiede la propria lista, piccola o grande, di peccati.
Si racconta che Rabbì Elimelech di Lizhensk mettesse le mani nel fuoco perché si bruciassero, come espiazione per il fatto che, quando aveva pochi mesi, aveva graffiato sua madre.
La maggior parte di noi non ha bisogno di andare così lontano per trovare le cose nelle quali non si è comportata bene. Possiamo trovare cose molto più semplici e vicine.
Ma oltre a questo una persona può chiedere perdono anche per il proprio rapporto complessivo con il Santo, benedetto Egli sia.
In uno dei piyyutim di Rosh HaShanà diciamo al Santo, benedetto Egli sia: «Se portassi fino in fondo la profondità del giudizio, chi potrebbe risultare giusto davanti a Te?».
Se sentissimo veramente la profondità del giudizio, non riusciremmo a stare né davanti a noi stessi né davanti al Santo, benedetto Egli sia, per il terrore del giudizio.
Se vivessimo la nostra vita non come una serie di azioni vuote ma come un’esistenza reale, ci sarebbe chiaro che, quando commettiamo un errore, persino un piccolo errore, ne usciamo diversi da come vi siamo entrati.
Un tempo si poteva riconoscere un vecchio falegname dal suo aspetto, per un particolare molto evidente: a un vecchio falegname mancavano generalmente alcune dita. Lavorava con macchine capaci di tagliarle e, anche se era vecchio ed esperto e sapeva perfettamente come segare, ogni tanto gli capitava di dimenticare di stare attento. E allora perdeva un dito.
Anche quando una persona commette una trasgressione, piccola o grande, è come se mettesse la mano in un posto del genere e le venisse tagliato un pezzo di dito.
Se una persona considerasse le trasgressioni e le mizvot non come esperienze teoriche ma con serietà, potrebbe davvero sentire: «Chi potrebbe risultare giusto davanti a Te nel giudizio?». Quante volte ho messo la mano, il piede o la testa dove non avrei dovuto metterli? Se nel mio corpo si realizzasse ciò che dovrebbe accadere, certamente non sarebbe rimasto di me un uomo vivo.
«Se portassi fino in fondo la profondità del giudizio»: non soltanto la profondità del giudizio, ma il portarla fino alle sue ultime conseguenze. E allora mi ritroverei fatto a pezzi.
Immaginate che una persona senta davvero, da una parte, l’esperienza dei propri peccati e, dall’altra, quella della preghiera. Potrebbe improvvisamente domandarsi: dopo aver fatto questo e quello, posso davvero alzarmi, pregare e chiedere al Santo, benedetto Egli sia: «Fammi questo, dammi quello»?
Quando ero bambino, se facevo qualcosa di sbagliato, mi infilavo silenziosamente in un angolo perché nessuno mi vedesse e per tre giorni non chiedevo niente di particolare. Se mi lasciavano del pane sul tavolo e non mi buttavano fuori di casa, mi sembrava già che mi trattassero benissimo.
Adesso, dopo quello che ho fatto, come posso entrare in sinagoga con tanta disinvoltura e mettermi a pregare?
Il profeta Malachì lo descrive così: «Se sono Padre, dov’è l’onore che Mi spetta? E se sono Signore, dov’è il timore di Me?». Il Santo, benedetto Egli sia, dice ai Cohanim: «Io sono un grande Re», «Il Mio Nome è grande fra le nazioni», e voi entrate nel Bet HaMikdash e vi comportate con una tale grossolanità!
Nelle parole del profeta ci sono cose che oggi verrebbero definite “incitamento antireligioso”. Dice: chiudete il Bet HaMikdash! Se vi comportate così, chiudetelo! Perché lasciare accesa l’elettricità e sprecare denaro? Chiudete tutto!
Naturalmente non usa queste parole, ma è sostanzialmente quello che dice.
Di che cosa sta parlando? Proprio di quel senso di familiarità: una persona fa quello che fa, poi entra ed esce dalla Casa di D. e si rapporta al Santo, benedetto Egli sia, con una sorta di confidenza.
Naturalmente non è possibile conservare continuamente un senso di terrore. Accade anche in altri ambiti. Le persone che sentono per la prima volta una granata esplodere accanto a loro possono avere ogni sorta di reazione psicologica e fisiologica per il terrore. Ma persone che rimangono sotto un bombardamento per cinquanta ore o più non possono continuare ad avere paura per tutto il tempo, anche se sanno oggettivamente che la granata che esplode adesso non è meno pericolosa della prima che hanno sentito.
Persino la paura, con il tempo, si allenta.
Anzi, questa capacità di abituarci alle cose è forse parte della nostra forza. Il problema è che, insieme all’abitudine, perdiamo la percezione di ciò che abbiamo fatto, di ciò che dovremmo fare e anche il senso di timore prodotto dall’incontro stesso con il Santo, benedetto Egli sia.
In realtà questo fenomeno è molto più grave tra i religiosi che tra gli altri. Le persone definite “laiche” generalmente non hanno un rapporto così frequente con ciò che è sacro. Proprio coloro che vengono chiamati religiosi, a causa del loro contatto quotidiano con la santità, sono quelli che producono una profanazione continua e prolungata della santità.
Tutto questo rapporto con la santità nasce dal fatto che una persona diventa una specie di creatura programmata, priva di esperienza e di vera esistenza. Una persona che in realtà è morta da molto tempo, soltanto che ancora non ne è stata informata: il Ministero della Salute non ha dichiarato che può essere sepolta, e quindi continua a girare per il mondo e a fare quello che fa.
Una persona che talvolta è già morta a undici o dodici anni e continua a vivere soltanto ufficialmente, finché non la seppelliscono ottant’anni dopo.
Un lato delle Selichot è dunque, come abbiamo detto, la richiesta di perdono. Ma oltre a chiedere perdono per tutti i nostri singoli peccati, il significato complessivo delle Selichot — anche se non viene formulato precisamente in questi termini — consiste nel chiedere perdono per le nostre preghiere.
Qui una persona non chiede perdono per i propri peccati, ma per le preghiere che ha recitato, per le mizvot che ha compiuto e per la Torà che ha studiato.
Una persona dice:
«Ribono Shel Olam, guarda come ho vissuto. Lo ammetto: è passato un anno, o più di un anno, e forse ho frequentato edifici che portano il Tuo Nome, ma non valeva nulla. Forse ho pronunciato il Tuo Nome, ma non intendevo nulla. Tutto ciò che dicevo erano parole vuote, prive di significato. Per questo Ti chiedo perdono.»
Perdonami per ciò in cui ho peccato con grossolanità. Perdonami per ciò in cui ho peccato con l’ottusità del cuore. Perdonami per il mio comportamento complessivo, che è stato il comportamento di un religioso per abitudine. Perdonami per quello che sono stato.
Nelle Selichot cerchiamo di risvegliare noi stessi affinché almeno cominciamo a renderci conto che dobbiamo chiedere perdono per questo: non soltanto «per il peccato che ho commesso», ma per il mio comportamento complessivo, per le preghiere di tutto l’anno, per l’intero anno.
Per questo chiediamo perdono.
«Ricorda che siamo polvere»
Nelle Selichot, come anche nelle preghiere legate ad altri giorni, esiste una parte che non riguarda necessariamente i nostri peccati, ma un altro aspetto del rapporto fra noi e il Santo, benedetto Egli sia.
Ognuno di noi ha i propri problemi: le proprie malattie, le proprie sofferenze, i propri debiti e le proprie complicazioni. Oltre ai problemi di ogni singolo individuo esistono poi i problemi e le sofferenze dell’intero popolo ebraico, che sono molto peggiori.
Nell’altra parte delle Selichot una persona si presenta davanti al Santo, benedetto Egli sia, e Gli dice:
Che ne dici se, alla fine dell’anno, chiedessi scusa anche Tu?
Tu mi hai colpito e preso a calci per tutto l’anno. Siamo stati colpiti, umiliati, sconfitti e presi a calci, ancora e ancora e ancora: qualche volta individualmente e, molto più spesso, come popolo.
«Guarda quanto è misero il nostro onore fra le nazioni, e come siamo disprezzati come l’impurità della niddà»: guarda in quale situazione ci troviamo, guarda come veniamo disprezzati, non soltanto per le nostre azioni e per quello che siamo, ma anche perché siamo Tuoi.
Guarda dunque tutte queste cose.
Noi non possiamo compiere tutte le riparazioni necessarie per tutti i nostri peccati, ma Tu sei il Padrone del mondo e puoi fare qualche riparazione.
E allora una persona dice al Santo, benedetto Egli sia: facciamo pace in occasione della fine dell’anno. Prima di arrivare a Rosh HaShanà, riconciliamoci: io Ti chiederò perdono per essermi comportato come un maiale, e Tu ci chiederai perdono per non esserti comportato con noi come sarebbe stato opportuno.
Che meritassimo o meno di ricevere colpi simili, in ogni caso non siamo capaci di sopportarli.
A volte un padre viene arrestato per aver maltrattato suo figlio. L’accusa nei suoi confronti è: può darsi che il bambino meritasse di essere punito, ma non è così che ci si comporta con un bambino piccolo.
Così diciamo al Santo, benedetto Egli sia: guardaci. Siamo davvero capaci di sopportare tutti questi colpi?
Se almeno fosse un estraneo a punirci, o una specie di macchina automatica. Ma Tu sei nostro Padre: è così che ci si comporta con un bambino?
Nel testo delle Selichot esiste un certo equilibrio. Da una parte una persona dice: Ribono Shel Olam, guarda me: davanti a Te sono come un recipiente pieno di vergogna e disonore.
Dall’altra dice: Ribono Shel Olam, comunque sia, è così che ci si comporta con un bambino piccolo?!
Guarda: tutti quelli che sono qui, in fondo, sono soltanto bambini piccoli, anche quando qualche volta sono bambini di settanta o ottant’anni.
Tu sai tutto, Tu comprendi tutto: «Poiché Egli conosce la nostra natura, ricorda che siamo polvere». Tu sai esattamente di quali parti siamo fatti.
Se avessi voluto, avresti potuto crearci con un cuore d’oro e una testa di pietre preziose, e mandare lo yetzer harà in un luogo «che non venga ricordato né menzionato e che non salga al cuore». E allora avresti visto come ci saremmo comportati.
Ma ci hai costruiti dalla polvere e da ogni sorta di materiali che sono difettosi fin dall’origine. E allora che cosa possiamo fare?
Se avessi fatto in modo che al mattino mi alzassi e lo yetzer harà mi trascinasse e mi costringesse davvero a dire Modè Anì, senza che io potessi resistergli, allora avresti visto che non peccherei così tanto.
Ma ci hai costruiti con parti che non funzionano sempre — e dopo ci prendi anche a calci?!
Non abbiamo la forza per tutto questo.
Una persona può dire al Santo, benedetto Egli sia:
Guarda, noi non siamo a posto. Forse neanche Tu. Allora facciamo Selichot.
Tu ci perdonerai per tutto ciò che sappiamo richiedere perdono, e anche noi perdoneremo Te.
E allora, quando arriverà Rosh HaShanà, potremo avere un rapporto migliore l’uno con l’altro.
Da un discorso pronunciato dal Rav in occasione delle Selichot nel 2006.