In molti sefarim che trattano del mese di Elul viene spesso ricordato il remez (allusione) contenuto nel verso: Ani ledodì vedodì li – «Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (Shir HaShirim 6:3), le cui iniziali formano la parola «ELUL».

Inoltre, parlando di Elul vengono spesso citati altri due versi: Et levavechà ve’et levav – «il tuo cuore e il cuore [dei tuoi figli]» (Devarim 30:6), e Ish lerei’ehu umatanot la’evyonim – «l’uno all’altro e doni ai poveri» (Esther 9:22).

Come spiega Rav Shlomo Ganzfried (vedi Kitzur Shulchan Aruch 128:1), ciascuno di questi tre versi esprime un diverso valore sul quale lavorare durante il mese di Elul: Tefillà (preghiera), Teshuvà (pentimento) e Tzedakà (carità).

Tuttavia, ancora prima di fare riferimento a questi tre versi, Rav Ganzfried cita un altro verso che, secondo l’Arì z”l, racchiude l’essenza del mese di Elul.

Nella Parashà di Mishpatim ci viene insegnata per la prima volta la legge delle «Città di rifugio» (Arei Miklat), nelle quali chi ha ucciso involontariamente può trovare un rifugio fisico, oltre che un luogo per la riflessione personale e spirituale e per la propria riabilitazione.

È interessante che questo verso (Shemot 21:13), parlando delle Arei Miklat, dica: «Se non gli ha teso un agguato, ma è stato D. a farglielo capitare tra le mani, allora Io ti stabilirò un luogo (ina leyadò vesamtì lechà) nel quale possa rifugiarsi». Anche le iniziali di queste quattro parole ebraiche formano «ELUL» e, secondo l’Arì z”l, si tratta di un remez al fatto che il mese di Elul è un momento propizio per il pentimento, la riflessione e la riabilitazione per i peccati che abbiamo commesso durante l’intero anno.

La legge delle Arei Miklat viene menzionata in diversi altri luoghi della Torà: nella Parashà di Massei (Bemidbar 35:9-15), nella Parashà di Vaetchannan (Devarim 4:41-43) e nella parashà di questa settimana, Shoftim (Devarim 19:1-10). Ma al di là del remez costituito dalle iniziali delle quattro parole ina leyadò vesamtì lechà, che formano la parola ELUL, esiste un ulteriore legame tra le Arei Miklat ed Elul?

La risposta è che certamente esiste! Il Rebbe di Lubavitch (Torat Menachem, 5714:3, p. 182) spiega che chi ha peccato viene considerato come se avesse involontariamente «ucciso» una parte o una potenzialità della propria anima. E così come chi ha accidentalmente ucciso un’altra persona fugge verso una città di rifugio fisica, dove può sottrarsi al «vendicatore del sangue» (goel hadam) e avere l’opportunità di una riflessione e di una riabilitazione personale e spirituale, allo stesso modo Elul è un rifugio spirituale nel tempo, nel quale chi ha peccato può sfuggire allo yetzer harà e cogliere le opportunità offerte dal mese di Elul per la propria riflessione e riabilitazione personale e spirituale.

Da qui impariamo che, così come le Arei Miklat sono luoghi fisici di rifugio, allo stesso modo il mese di Elul è un periodo spirituale di rifugio; e così come le Arei Miklat affermano e proteggono la vita, altrettanto fa il mese di Elul.

E così, mentre iniziamo il mese di Elul e questo Shabbat leggiamo la legge delle Arei Miklat, abbiamo il compito di cogliere le opportunità uniche di questo mese speciale: pentirci, riflettere e riabilitare noi stessi, fisicamente e spiritualmente.