La Parashà di Reè conclude la sezione dedicata alle regole alimentari con un versetto tanto noto quanto ricco di implicazioni:

לֹא תֹאכְלוּ כׇל־נְבֵלָה לַגֵּר אֲשֶׁר־בִּשְׁעָרֶיךָ תִּתְּנֶנָּה וַאֲכָלָהּ אוֹ מָכֹר לְנׇכְרִי כִּי עַם קָדוֹשׁ אַתָּה לַה' אֱלֹהֶיךָ לֹא תְבַשֵּׁל גְּדִי בַּחֲלֵב אִמּוֹ.
«Non mangerete alcuna nevelà. Potrai darla al forestiero che risiede nelle tue città perché la mangi, oppure venderla a uno straniero, poiché tu sei un popolo santo per il Signore tuo Dio. Non cuocerai un capretto nel latte di sua madre.» (Devarim 14,21)

La nevelà è un animale di specie permessa che non è stato macellato secondo la Halachà e che pertanto è vietato all'ebreo, pur essendo consentito il suo utilizzo economico.

Il Talmud (Chullin 115b) si chiede perché la Torà abbia accostato questi due argomenti.

Se la nevelà può essere venduta a un non ebreo, perché aggiungere immediatamente il divieto di cuocere carne e latte?

La risposta è sorprendente.

תנא דבי רבי אליעזר: מניין לבשר בחלב שאסור בהנאה?... כשתמכרנה – לא תבשלנה ותמכרנה.
«La scuola di Rabbi Eliezer insegna: da dove sappiamo che carne e latte sono proibiti anche nel beneficio? Dal versetto. Quando la vendi, vendila così com'è; non cuocerla nel latte per poi venderla.»

La Torà permette di trarre beneficio dalla nevelà, ma non dal composto di carne e latte. Non è lecito aumentarne il valore commerciale cucinandolo nel latte.

Dal nostro verso nasce l'intero sistema della separazione tra carne e latte: non soltanto alimenti distinti, ma anche pentole, piatti, posate e utensili separati.

Perché?

Perché la Halachà considera giuridicamente rilevante il sapore.

Il Rambam codifica questa regola in Mishnè Torà, Hilkhot Ma'akhalot Assurot 9:11:

קְדֵרָה שֶׁבִּשֵּׁל בָּהּ בָּשָׂר לֹא יְבַשֵּׁל בָּהּ חָלָב. וְאִם בִּשֵּׁל – בְּנוֹתֵן טַעַם.
«Una pentola nella quale è stata cotta carne non deve essere usata per cuocervi latte. Se tuttavia vi è stato cotto, la decisione dipende dal sapore che essa trasmette.»

La stessa norma viene riportata dallo Shulchan Arukh (Yoreh De'ah 93:1), che aggiunge un'importante precisazione:

קדירה שבשל בה בשר לא יבשל בה חלב... אבל אם שהה מעת לעת קודם שבישל בה הוי ליה נותן טעם לפגם ומותר התבשיל.

Se la pentola è stata usata per la carne nelle ventiquattro ore precedenti, il sapore assorbito è ancora significativo e può proibire il latte. Se invece è trascorso più di un giorno, il sapore è considerato deteriorato (noten ta'am lifgam) e il cibo rimane permesso, pur permanendo particolari limitazioni sull'uso della pentola stessa.

Il punto centrale è che la Halachà attribuisce rilevanza al sapore.

Ed è proprio questo il tema del Daf Yomi di oggi (Chullin 97b).

Ravà racconta che per molto tempo era rimasto perplesso da una difficoltà.

La baraità insegna:

קְדֵרָה שֶׁבִּשֵּׁל בָּהּ בָּשָׂר – לֹא יְבַשֵּׁל בָּהּ חָלָב, וְאִם בִּשֵּׁל – בְּנוֹתֵן טַעַם. תְּרוּמָה – לֹא יְבַשֵּׁל בָּהּ חוּלִּין, וְאִם בִּשֵּׁל – בְּנוֹתֵן טַעַם.
«Una pentola nella quale è stata cotta carne non deve essere usata per cuocervi latte; se tuttavia vi è stato cotto, la decisione dipende dal sapore. Allo stesso modo, una pentola nella quale è stata cotta terumà non deve essere usata per cuocervi cibo profano; se tuttavia vi è stato cotto, la decisione dipende dal sapore.»

A questo punto Ravà osserva:

בשלמא תרומה, טעים לה כהן; אלא בשר בחלב, מאן טעים ליה?
«Nel caso della terumà il problema è semplice: può assaggiare il cibo un kohen, al quale la terumà è permessa. Ma nel caso di carne e latte, chi può assaggiarlo? Un ebreo non può.»

La risposta arriva da Rabbi Yoḥanan:

השתא דאמר רבי יוחנן: סמכינן אקפילא ארמאה, הכא נמי סמכינן אקפילא ארמאה.
«Ora che Rabbi Yoḥanan ha insegnato che ci si può affidare a un kapila arameo, anche in questo caso ci si affida a un kapila arameo.»

Il kapila era un cuoco professionista, un esperto nel riconoscere i sapori. La sua funzione non era quella di decidere la Halachà, ma di accertare un fatto: il sapore della carne è ancora percepibile oppure no?

A questo punto nasce spontaneamente una domanda.

Come è possibile far assaggiare a un non ebreo un alimento che potrebbe essere carne e latte, se poche pagine prima la Ghemarà ha stabilito che carne e latte sono proibiti anche nel beneficio?

La Ghemarà non pone questa domanda esplicitamente, ma il Rambam sì, almeno implicitamente, nel momento in cui codifica entrambe le Halachot: da un lato il divieto di trarre beneficio da carne e latte, dall'altro la possibilità di affidarsi all'assaggio del kapila per accertare se il sapore proibito sia realmente presente. La codificazione delle due norme mostra che l'assaggio del kapila non è considerato una forma di beneficio vietata, bensì uno strumento di accertamento della realtà sul quale la Halachà può fondare la propria decisione.

È un passaggio straordinario.

La Halachà, chiamata a decidere se un alimento sia permesso o vietato, non pretende un miracolo né un'intuizione spirituale. Si affida alla competenza di chi sa fare il proprio mestiere.

La Torà non sostituisce la realtà. La Torà giudica la realtà, ma prima vuole conoscerla. Per conoscere un dato di fatto occorre l'esperto del dato di fatto. Per conoscere la Halachà occorre il poseq. Confondere i due piani è un errore.

Questo principio ricorre molte volte nella Halachà. Il medico stabilisce la condizione clinica del malato; il rabbino decide le conseguenze halachiche. L'ingegnere valuta la stabilità di una costruzione; il rabbino stabilisce ciò che ne consegue per Shabbat o per la mezuzà.

L'enologo si occupa del vino; il rabbino ne determina lo status halachico.

La competenza tecnica non sostituisce la Torà. La Torà, però, riconosce che senza una descrizione corretta della realtà non può essere applicata correttamente.

Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più attuali del nostro Daf.

La santità di cui parla il nostro versetto — כי עם קדוש אתה לה' אלהיך — non consiste nel chiudere gli occhi davanti alla realtà, ma nel guardarla con onestà, comprenderla attraverso gli strumenti appropriati e soltanto allora elevarla attraverso la Halachà.

La verità halachica non nasce ignorando il mondo.

Nasce ascoltandolo.