“Iddio benedisse il settimo giorno, e lo santificò; poiché in esso cessò da tutta l’opera sua, che Dio avea creata per fare.” (Genesi II, 3).
“...per fare di qui in avanti, ogni specie e specie le sue discendenze secondo quello che sono.” (Radak in loco).
Rashì, come noto, inizia il suo commento alla Torà dicendo che la Torà non sarebbe dovuta cominciare con la Creazione ma con la prima mizvà, la mizvà del Capomese. Il motivo per il quale invece Iddio ha scelto di rivelarsi con la Creazione è per insegnare che tutto è opera Sua e quindi suo possesso che Egli può assegnare come meglio crede; pertanto ha assegnato la Terra d’Israele al popolo ebraico.
Il senso della narrazione della Creazione è pertanto funzionale alla definizione del Signore come Creatore del tutto. Tutto è compreso nella Creazione, anche l’indirizzo futuro degli elementi del creato. Tutto è concentrato nella Parola Divina che si rivela prima nella sua semplicità e generalità e poi man mano si espande nel particolare. Si parte dalla luce primordiale e si arriva all’uomo. In questo modo il Talmud (TB Pesachim 54a) colloca le più particolari delle creazioni pochi momenti prima dell’inizio del primo Shabbat, quando già imbruniva e tra queste la manna, la scrittura e, secondo alcuni, anche le vesti del primo uomo che gli saranno consegnate dopo il peccato (Genesi III, 21).
Se tutto è presente nell’opera dei sei giorni della Creazione è curioso che i nostri Maestri abbiano voluto sottolineare cosa non c’era nei sei giorni. La Tosefta su Berachot (V, 36) dice:
“Il fuoco e le mescolanze non sono dai sei giorni della creazione”.
Le mescolanze in questione sono specificamente gli innesti di specie animali diverse. La Tosefta dice che queste due cose chashuvin misheshet yemè bereshit, sono considerate come se provenissero dai sei giorni della Creazione. Definizione curiosa. Chashuvin, dalla radice di חשב, pensiero.
Se si prende in considerazione il TB Pesachim 54a la Tosefta è molto precisa:
“Rabbì Josè dice: ‘Due cose sono state pensate per essere create alla vigilia dello Shabbat, ma non sono state create fino all’uscita dello Shabbat. Ed all’uscita dello Shabbat ha posto il Santo Benedetto Egli Sia conoscenza in Adam HaRishon, simile alla [conoscenza] Superiore; e prese due pietre e le strofinò una con l’altra ed uscì da esse il fuoco. E portò due animali e li unì e uscì da loro il mulo.’ Rabban Shimon ben Gamliel dice: ‘Il mulo fu all’epoca di Anà’... (Genesi XXXVI, 24).”
Fuoco e mescolanze furono pensate prima dello Shabbat ma create solo dopo. Interessante notare che non è propriamente il Signore che agisce, ma l’uomo che viene però investito della conoscenza ad un livello simile, come se la cosa fosse possibile, a quello del Signore. Il Signore assegna all’uomo una conoscenza di tipo Divino e questi prosegue la Creazione.
È un momento fondamentale nella storia dell’umanità. È il momento nel quale l’uomo inizia a creare. Ad innovare. Inizia la tecnologia. La scintilla Divina penetra nell’uomo e l’uomo la trasforma in atto accendendo il fuoco, ma non c’è pretesa che l’azione umana sia necessariamente positiva. L’uomo accende il fuoco, ma contestualmente inizia anche la pratica proibita delle mescolanze.
Nello Jerushalmi (Berachot VIII, 5) troviamo una versione più estesa che aggiunge alcuni particolari significativi. La luce primordiale che Iddio crea nel primo giorno viene utilizzata per 36 ore. Dodici ore alla vigilia del Sabato, dodici ore nella notte del Sabato e dodici ore nel giorno del Sabato. In pratica dalla sua creazione, il venerdì, l’uomo non sperimenta mai il buio.
Dobbiamo qui ricordare che secondo la tradizione l’uomo viene creato, pecca e viene condannato il venerdì, ma all’ingresso dello Shabbat la punizione viene sospesa ed il Signore illumina con questa luce primordiale, concettualmente differente dalla luce del sole, il primo Shabbat nel quale non c’è buio. Attraverso questa luce Adam era in grado di vedere da un capo all’altro del mondo.
All’uscita dello Shabbat però iniziò ad imbrunire e Adam fu colto dal panico per l’avvento di un buio materiale e spirituale che non conosceva.
Adam, secondo lo Jerushalmi che ragiona su un verso dei Salmi, collega il buio al serpente ed ha paura che questo venga a morderlo. È qui che avviene quanto descritto dal Bavlì con le pietre sfregate, ma lo Jerushalmi aggiunge che Adam benedì il Signore “Creatore delle luci del fuoco” ed è per questo che noi benediciamo con questa formula all’uscita dello Shabbat nella Avdalà.
È la paura dei propri limiti spirituali, la paura della caduta da un livello superiore, la paura del buio materiale e spirituale, che fa scattare l’accensione del fuoco. È un passaggio necessario nelle condizioni che si sono create e noi dobbiamo ricordare in proposito due questioni fondamentali.
La prima è che se la scintilla del fuoco, la scintilla dell’innovazione e della tecnologia è opera umana essa è pensiero Divino. Iddio pensa il fuoco prima di Shabbat e dopo di esso mise il Santo Benedetto Egli Sia conoscenza in Adam. Siamo ben lontani dal mito di Prometeo e dal fuoco come simbolo del progresso come antitetico al Divino, come ribellione. Non c’è battaglia tra l’uomo e la sua scienza ed il sacro. Tutt’altro.
Adam riconosce la radice sacra dell’innovazione e benedice il Signore “Creatore delle luci del fuoco”.
Il secondo aspetto da tenere in considerazione è l’indirizzo. La conoscenza sacra che Iddio ha posto nell’uomo può essere usata a fin di bene e nel riconoscimento della sua sacralità, ma può anche essere usata sciaguratamente per traviare il creato: le mescolanze proibite.
Adam esce dall’Eden e contestualmente diventa un innovatore, scopre la tecnologia. Il nostro ruolo di esseri umani è fondamentalmente legato a questo indirizzo che Iddio ha messo in noi.
Radak, lo abbiamo visto all’inizio, legge il culmine della Creazione nel suo proseguimento secondo natura. Che ogni specie generi a propria immagine.
L’uomo anche è chiamato a proseguire la Creazione ma non solo a livello biologico. L’uomo che è ad immagine Divina deve proseguire la creazione stessa ma sempre nei binari morali e spirituali che gli sono stati assegnati. Deve saper innovare e benedire il Signore che è la radice di ogni cosa che verrà scoperta.
Anche nel mondo della Torà noi ci esercitiamo nello stesso modo, cercando il chidush, l’innovazione esegetica, pur sapendo che anche il chidush è stato dato a Moshè sul Sinai (Vajkrà Rabbà 22).
Il mondo della scienza e della tecnologia non è in contrapposizione al sacro. È anch’esso sacro o almeno può esserlo. Certo, può anche essere usato per fini del tutto differenti, ma anche la stessa Torà può diventare oggetto di idolatria come ci insegna il Meshech Cochmà. Non c’è garanzia di sorta che la conoscenza Divina venga usata in maniera propria perché la natura stessa dell’uomo gli dà il libero arbitrio.
Eppure la Torà ci indica la strada nello Shabbat.
L’uomo non diventa innovatore fino a che non sperimenta uno Shabbat. Lo Shabbat, il fermarsi completamente, l’astenersi da ogni opera creativa, diventa il segno distintivo del riconoscimento della radice divina di tutto il creato.
Questo continua ad esser vero anche oggi ed anzi credo che per certi versi siamo la prima generazione che può apprezzare fino a fondo questo aspetto dello Shabbat. In un mondo permeato dall’innovazione nel quale siamo perennemente connessi alla tecnologia tanto da far chiedere a molti, e non solo certo agli ebrei, quale sia il limite, noi questo limite lo tracciamo tutte le settimane. Consapevoli del nostro ruolo nel fare e dei nostri limiti nel non fare.
E benedicendo il Signore in ogni occasione.