Si dice che quando lo Sfat Emet era bambino, suo nonno, il Chidushè HaRim, lo portò a incontrare Rabbì Menachem Mendel Morgenstern di Kotzk perché potesse vedere almeno una volta «il volto di un vero ebreo».
Non sappiamo esattamente in quale anno avvenne quell’incontro. Ma è possibile immaginare che, nella casa del Kotzker Rebbe, il piccolo Sfat Emet abbia incrociato un altro bambino. Il 4 Cheshvan 5616, 16 ottobre 1855, proprio in quella casa era infatti nato Shmuel Bornsztain, figlio di Sara Tzina Morgenstern, figlia del Rebbe di Kotzk, e di Rav Avraham Bornsztain, destinato a diventare universalmente noto come l’Avnè Nezer, dal titolo della sua grande opera halachica.
È un’immagine suggestiva, anche se non sappiamo se quell’incontro sia realmente avvenuto: due bambini destinati a diventare due dei grandi maestri chassidici della generazione successiva, entrambi legati, per strade diverse, a quella casa di Kotzk nella quale la ricerca della verità non ammetteva scorciatoie.
Shmuel Bornsztain crebbe nelle città di Parczew e Krośniewice, dove suo padre ricoprì incarichi rabbinici. Ma il suo vero maestro fu sempre l’Avnè Nezer. Il rapporto tra padre e figlio fu insieme familiare e intellettuale, e continuò ben oltre l’infanzia. Anche quando era ormai adulto e padre di una famiglia numerosa, Rav Shmuel continuava a considerarsi talmid di suo padre e a studiare con lui quotidianamente.
Alla morte dell’Avnè Nezer, nel 1910, Rav Shmuel gli succedette come secondo Rebbe della dinastia di Sochatchov.
Per capire lo Shem MiShmuel bisogna però risalire ancora indietro. Da una parte c’è Kotzk, la casa nella quale era nato. Dall’altra c’è suo padre, l’Avnè Nezer, uno dei grandi talmidè chachamim della Polonia chassidica, capace di tenere insieme il mondo della Chassidut e quello più rigoroso della Halachà e del pilpul.
E dietro Kotzk c’è Peshischa.
Peshischa, dal nome della cittadina polacca di Przysucha, rappresentò all’inizio dell’Ottocento una delle esperienze più originali della Chassidut. Con Rabbì Yaakov Yitzchak Rabinowicz, il Yehudì HaKadosh, e soprattutto con il suo successore Rabbì Simcha Bunim di Peshischa, l’accento si spostò progressivamente dalla figura miracolistica dello tzaddik alla responsabilità spirituale dell’individuo.
L’uomo non deve soltanto appartenere a una comunità chassidica o seguire un Rebbe. Deve conoscere se stesso. Deve chiedersi che cosa vi sia di autentico nel proprio servizio di Dio e che cosa invece sia abitudine, imitazione, convenzione sociale. La religiosità diventa così anche un lavoro interiore di discernimento: distinguere ciò che facciamo veramente leshem Shamayim da ciò che raccontiamo a noi stessi di fare leshem Shamayim.
Era una Chassidut esigente. Non cercava di rendere l’uomo più soddisfatto della propria condizione spirituale, ma più consapevole. Il problema non era soltanto compiere una mitzvà, ma domandarsi quale uomo la stesse compiendo.
Da Peshischa nacque Kotzk.
Rabbì Menachem Mendel Morgenstern, il Kotzker Rebbe, discepolo di Rabbì Simcha Bunim, portò quella ricerca dell’autenticità fino alle sue conseguenze più radicali. Se Peshischa chiedeva all’uomo di non ingannare se stesso, Kotzk trasformò questa richiesta quasi in un programma spirituale.
La parola decisiva era emet, verità.
Non una verità astratta o filosofica, ma l’incapacità di tollerare la falsità dentro di sé. Una pratica religiosa può essere perfettamente corretta e tuttavia diventare esteriorità. Si può pregare, studiare, osservare le mitzvot e nello stesso tempo costruire un’immagine religiosa di se stessi dietro la quale nascondersi.
Kotzk diffidava di tutto questo.
Per questo la sua tradizione è piena di formulazioni taglienti, paradossi e provocazioni. Non servivano a scandalizzare, ma a rompere le difese dell’uomo. Il Kotzker non voleva necessariamente che il chassid si sentisse rassicurato: voleva che fosse vero.
È in questo ambiente che nacque Shmuel Bornsztain. Il Kotzker Rebbe era suo nonno materno e sua madre, Sara Tzina, era cresciuta in quella casa. Ma la trasmissione non avvenne soltanto attraverso la famiglia.
Suo padre, Rav Avraham Bornsztain, l’Avnè Nezer, era egli stesso un grande discepolo del Kotzker. Era però anche una personalità molto diversa: un gigantesco talmid chacham, autore di responsa e opere halachiche di straordinaria profondità, capace di portare l’intensità spirituale di Kotzk dentro una costruzione toranica rigorosa e sistematica.
Rav Shmuel ricevette dunque un’eredità molto particolare. Da Peshischa, attraverso Kotzk, la ricerca dell’interiorità e dell’autenticità; da Kotzk, l’esigenza quasi feroce dell’emet; dall’Avnè Nezer, la capacità di far dialogare quella ricerca con l’intero edificio della Torah.
Lo Shem MiShmuel eredita questi mondi e li ricompone.
Ma non è semplicemente Peshischa, né semplicemente Kotzk, né una continuazione dell’Avnè Nezer. Il tono è diverso. Nello Shem MiShmuel l’intransigenza di Kotzk sembra spesso diventare più meditativa; la domanda sull’autenticità dell’uomo entra in una riflessione più ampia sulla sua struttura spirituale, sul rapporto tra corpo e anima, sulla santità del tempo, sulla natura di Israele e sul significato profondo delle feste e delle mitzvot.
È questa sintesi a diventare lo stile particolare di Sochatchov.
Il grande commento alla Torah e alle feste di Rav Shmuel Bornsztain, Shem MiShmuel, raccoglie i suoi insegnamenti pronunciati nel corso degli anni, organizzati secondo le parashot e il calendario ebraico. È un’opera nella quale un versetto, un Midrash o un passaggio del Talmud diventano spesso il punto di partenza per interrogarsi sulla struttura spirituale dell’uomo, sul significato del tempo ebraico, sul rapporto tra corpo e anima, tra individuo e popolo d’Israele.
Anche il titolo contiene una piccola storia.
L’espressione Shem MiShmuel viene dalla Mishnà di Shabbat (12:3), che discute la misura minima necessaria per trasgredire il divieto di scrivere di Shabbat. La Mishnà prende il caso di chi intendesse scrivere un nome più lungo, come Shimon o Shmuel, ma ne abbia scritto soltanto le prime due lettere, shin e mem. Quelle due lettere formano già una parola dotata di significato autonomo: shem, “nome”.
שֵׁם מִשִּׁמְעוֹן וּמִשְּׁמוּאֵל
«Shem da Shimon o da Shmuel.»
Da qui Shem MiShmuel: letteralmente, “un nome da Shmuel”.
È un titolo particolarmente adatto a un’opera che porta il nome del proprio autore e che, nello stesso tempo, contiene molto più di lui. Perché dentro lo Shem di Shmuel Bornsztain si sentono continuamente altre voci: suo padre, l’Avnè Nezer; suo nonno, il Kotzker Rebbe; Peshischa; i grandi maestri della Chassidut; il Midrash, il Talmud, lo Zohar.
Ma nessuna di queste voci viene semplicemente ripetuta.
Forse è proprio questo il modo migliore per avvicinarsi allo Shem MiShmuel. Leggerlo significa entrare in una delle grandi catene di trasmissione della Chassidut polacca e vedere come un maestro possa ricevere un mondo intero dai propri padri e dai propri maestri senza limitarsi a conservarlo.
Riceverlo, trasformarlo e dargli un nuovo nome.