Si parla molto della teshuvà in generale in molti momenti durante tutto l’anno, e tanto più nel mese di Elul, che è tradizionalmente il mese della teshuvà, e in particolare nei Dieci Giorni della Teshuvà. Eppure, nonostante i molti discorsi consueti su questo argomento, si avverte ancora qualcosa di debole e di poco autentico. In teoria si parla della teshuvà e di ciò che le è connesso, e tuttavia si sente che si tratta soltanto di una certa espressione retorica, che non può davvero essere realizzata secondo il suo significato fondamentale.
E ciò non deriva soltanto da una valutazione insufficiente dei propri peccati e delle proprie mancanze: conoscere se stessi e riconoscere i propri difetti è una cosa, e persino il desiderio di correggere le proprie mancanze e i propri difetti non coincide ancora pienamente con il concetto abituale di teshuvà. E proprio questa strana situazione, nella quale tutti concordano che vi sia bisogno di teshuvà e tuttavia non vi è nei suoi confronti un rapporto reale, dimostra che vi è qualcosa che non corrisponde e non è realistico nel modo in cui siamo abituati a concepire la teshuvà, tanto da trasformarla in una semplice formula retorica.
Quando pensiamo alla teshuvà, l’idea fondamentale che normalmente vi associamo è quella del peccato e dell’abbandono della via di D-o. Quando una persona pecca, abbandona il Santo, benedetto Egli sia; quando si pente dei propri peccati, ritorna e torna al proprio Creatore. Questa idea presuppone dunque l’assunto fondamentale secondo cui il posto dell’uomo è presso il Santo, benedetto Egli sia, e che essere unito e vicino a Lui sia ciò che è veramente naturale e proprio dell’uomo. Per questo la teshuvà non sarebbe altro che il ritorno alla santità che abbiamo abbandonato.
Ma questa concezione, per quanto possa sembrare semplice e fondamentale, nella sua dimensione più intima non è realmente accettata dalla maggior parte degli uomini. Gli uomini non pensano nel profondo del loro cuore — anche se lo dicono e proclamano di credervi — che il loro vero posto sia accanto al Santo, benedetto Egli sia. Anche le persone religiose e dotate di sensibilità avvertono generalmente la propria esistenza come un’esistenza che non coincide con quella di D-o. E poiché non sentono che il loro posto naturale sia proprio accanto alla santità, in tutta la radicalità della santità, la conseguenza naturale è che non riescono a percepire pienamente l’idea della teshuvà, fondata su questo presupposto interiore e logico.
Una persona non può veramente tornare a D-o se non sente dentro di sé di essere stata un tempo presso di Lui, o che il suo vero posto è effettivamente accanto a D-o. In questo senso, soltanto chi può dire come Eliahu: «Vive il Signore, davanti al quale io sto», soltanto chi può riconoscersi in una sensazione interiore rivolta verso la Divinità, può sentire il dolore della separazione e del distacco dalla santità.
Ma poiché la maggior parte degli uomini non è così, quando parlano abitualmente di teshuvà avvertono la contraddizione interiore e psicologica tra se stessi e le proprie parole e, naturalmente, non riescono a identificarsi con esse pienamente.
Finché questa è la concezione, il concetto di teshuvà non può essere realmente presente, concreto e vitale nel cuore degli uomini.
La teshuvà: ritorno all’essenza dell’uomo
Ma questa comprensione della teshuvà ne esaurisce davvero tutto il significato? Il concetto di teshuvà non è forse più grande del semplice ritorno a D-o dopo esserci allontanati da Lui ed essere caduti nel peccato?
E, nella formulazione più estrema: è davvero necessario peccare per poter fare teshuvà? La teshuvà dipende davvero soltanto da quella sensazione di stretta vicinanza alla Divinità?
Un antico e interessante Midrash, enumerando le cose create prima di tutte le cose del mondo, ci dice che tra quelle realtà fondamentali che precedettero il mondo vi è anche la teshuvà. Questa teshuvà, la cui origine precede la creazione del mondo, non è dunque soltanto una risposta al peccato. In questo senso, la teshuvà precede il peccato ed è molto più interiore e fondamentale del peccato concreto o persino della possibilità stessa di peccare.
La teshuvà appare qui come qualcosa di fondamentale ed essenziale per il mondo intero. Non è un incidente o un episodio: è un contenuto completo della vita, che costruisce la vita e non deriva semplicemente da ciò che accade.
Che cos’è dunque questa teshuvà originaria, la teshuvà che precedette il mondo? Come possiamo comprendere il concetto di teshuvà quando ancora non vi è stato alcun allontanamento, quando ancora non esiste il peccato e neppure la possibilità di allontanarsi dalla Divinità?
Dalla domanda stessa possiamo cercare la risposta: non vi è forse spazio per tornare anche quando non si pecca? Non vi è spazio per tornare anche quando non ci si è allontanati?
In questo caso non è possibile ritornare alla strada precedente, e neppure si presuppone che la strada precedente, quella iniziale, sia necessariamente quella buona. Non è necessario tornare proprio a un determinato modo di vivere. Si può tornare a qualcosa di molto più vicino e fondamentale: a se stessi.
L’essenza dell’uomo, come l’essenza di ogni creatura del mondo, è infinitamente profonda e vasta, e alla base di ogni essenza, e oltre essa, si trova l’essenza divina. Tornare all’essenza divina significa diventare maggiormente se stessi, approfondire e penetrare sempre più nella conoscenza di sé, nella comprensione e nella percezione della propria essenza.
Quando parliamo di ritorno all’essenza, che è ritorno all’essenza divina, è chiaro che non si tratta necessariamente di un ritorno religioso, nel senso di diventare più religiosi, più osservanti delle mitzvot e delle buone azioni, e così via.
Quando ne parliamo intendiamo dire: quanto più una persona diventa se stessa, tanto più questa è la via della sua teshuvà, il suo ritorno alla Divinità. Vale a dire che la teshuvà è effettivamente un ritorno, ma non è altro che un ritorno.
La base della teshuvà non consiste nel compiere uno sforzo ulteriore, aggiuntivo rispetto a ciò che è dentro di noi e a ciò che siamo. Al contrario: consiste nel tentativo di avvicinarci sempre più alla nostra stessa essenza, di essere sempre più noi stessi.
Perciò la teshuvà non consiste nel compiere più buone azioni, più mitzvot, più preghiera, più devekut, maggiore scrupolo e attenzione in ogni genere di cose, a meno che anche tutto ciò non costituisca un ritorno alla propria essenza, un ritorno a se stessi. Se non è così, non è affatto teshuvà.
Naturalmente uno sforzo di questo tipo, il tentativo di diventare migliori e in generale più vicini alla Divinità, non è negativo; ma non rientra nel concetto di «teshuvà». L’essenza della teshuvà è il ritorno a se stessi.
Diventare migliori di ciò che siamo, diventare più grandi di ciò che siamo, è uno sforzo di progresso, uno sforzo di nuova elevazione. Ma la teshuvà è insieme più semplice e più profonda.
La chiave della teshuvà consiste nel trovarsi nel posto giusto, nel tornare alla condizione corretta e fondamentale che è propria dell’uomo fin dal principio; nel tornare a ciò che gli viene richiesto in quanto individuo distinto, separato e diverso da tutti gli altri, come persona che possiede nella propria vita una particolare missione.
Si racconta infatti, a nome di diversi tzaddikim, che dicevano: quando salirò in Cielo, starò davanti al Tribunale celeste e mi domanderanno perché non sono stato come Avraham Avinu, avrò una risposta. Ma se mi domanderanno perché non sono stato ciò che avrei potuto ed ero capace di essere, a questo non avrò alcuna risposta.
La grande prova, dunque, non consiste nella richiesta che ci viene fatta di essere grandi, ma nella richiesta di essere ciò che noi stessi possiamo e siamo capaci di essere: essere me stesso.
La difficoltà di riconoscere l’essenza dell’anima
Ma qual è il criterio? Se il criterio torna a essere la conoscenza e la comprensione di me stesso, vi è qui spazio per l’errore e, ancor più, per una totale anarchia. Se il problema consiste nel tornare a se stessi, apparentemente non vi sono limiti né una strada determinata e definita. «Tornare a se stessi» potrebbe significare qualsiasi cosa al mondo, ogni sfrenatezza e ogni abominio, purché una persona decida di chiamarli «se stessa».
Eppure anche qui esistono dei limiti. Questi limiti non servono tanto a restringere, quanto ad affinare e indicare la strada corretta e il progresso appropriato e necessario lungo di essa.
È chiaro che vi sono diversi dettagli e diverse situazioni, compresi differenti stati d’animo, che possono dare ogni volta alla persona la sensazione che, per essere se stessa, debba liberarsi di ogni vincolo o soddisfare i propri desideri più grossolani.
Ma tutte queste cose che appaiono alla persona naturali e autonome non sono che transitorie. Quando parliamo di ritorno a se stessi, intendiamo la percezione e la conoscenza di sé come un’unica essenza complessiva, un’essenza che, nella sua totalità, costituisce la persona.
Qui non cerchiamo soltanto l’uomo, ma qualcosa di più: la sua interiorità; non ciò che egli è, ma ciò che deve essere.
L’essenza interiore: l’essenza divina
Il criterio più profondo, forse, consiste nel riconoscere che dentro la mia essenza, dentro la mia stessa esistenza, si trova un’essenza ancora più profonda: l’essenza divina.
La Divinità, che è il fondamento dei fondamenti e il punto essenziale di ogni uomo, è come una luce lontana che, nonostante tutto, indica la direzione.
Essere me stesso, quando ciò contraddice e si oppone a quel piccolo e tenue punto che collega me e D-o, costituisce una contraddizione interna alla cosa stessa. Spezzare quel legame con la scintilla superiore e sublime che mi dà la vita — o almeno dà sapore alla mia vita — e fuggire da essa, non significa altro che fuggire da me stesso.
La via della teshuvà e la ricerca della via della teshuvà consistono dunque nel cercare il luogo al quale tornare, nel quale sia davvero possibile tornare.
Molti sono i punti di progresso ai quali ogni persona aspira e che desidera raggiungere; molti sono quelli che essa considera lo scopo della teshuvà. E poi si meraviglia, e forse cade persino nella malinconia, quando quella teshuvà non riesce.
È chiaro che progredire in determinati aspetti non riuscirà mai a raggiungere il livello della teshuvà completa e autentica. La teshuvà consiste nel tornare alla vera strada dell’«io» e alla sua missione così com’è, e proprio nel cancellare e cercare di dimenticare tutti quei punti secondari e marginali.
Il punto interiore e autentico della teshuvà è il desiderio di riallacciarsi continuamente proprio a qualcosa di essenziale e fondamentale.
Che cos’è dunque, in pratica, la teshuvà? Non il tentativo di diventare più religiosi, e neppure il tentativo di diventare migliori. Come abbiamo detto, nella teshuvà vi è qualcosa di profondo e grande: il tentativo di essere me stesso.
Rosh Hashanà: il giorno del ritorno all’origine
A Rosh Hashanà, che è il giorno della teshuvà, diciamo: «Questo è il giorno dell’inizio delle Tue opere». Questo giorno, il giorno di Rosh Hashanà, è un inizio, è una nuova creazione di un nuovo anno. In questo giorno la creazione torna all’inizio delle opere, alla propria radice e alla propria origine.
E come avviene per la teshuvà dell’intera creazione, così deve essere la teshuvà dell’uomo: trovare, cercare di ritrovare continuamente, in mezzo a tutte le cose secondarie, l’«io» autentico e fondamentale che è dentro di me.
Ogni uomo si smarrisce molte volte lungo il proprio cammino: un anno, e forse diversi anni, vengono sprecati in cose che alla fine si rivelano non essere la missione, non essere lo scopo, non essere la meta interiore della vita.
In ognuno di questi casi, ciò di cui l’uomo ha essenzialmente bisogno è quanto viene espresso dalle parole: «abbandoni il malvagio la sua via». Perché il male non è soltanto un episodio di peccato nel senso abituale; è un’intera strada che conduce al male. È una deviazione e un peccato nel senso di aver mancato la meta della propria vita.
L’esame di coscienza di Rosh Hashanà non deve essere il piccolo calcolo contabile delle mitzvot e delle trasgressioni dell’uomo, ma il bilancio della vita nel suo insieme. È il bilancio della linea della vita, della strada e della direzione complessiva: mi conducono verso la mia essenza, dentro la quale si trova l’essenza divina, oppure mi portano lontano da essa?
E la teshuvà, grande o piccola che sia, deve sempre aspirare a rivelare ciò che si trova dentro l’uomo, ciò che è nascosto e presente nel suo intimo. La teshuvà viene a far emergere e rivelare queste realtà nascoste, a portare alla luce tutto ciò che di prezioso è celato nel cuore di ogni uomo.