Ci sono libri che raccontano la vita del loro autore. E ce ne sono alcuni nei quali quella vita è entrata quasi fisicamente dentro le pagine.

Il Tzror HaMor appartiene alla seconda categoria.

Rabbì Avraham ben Yaakov Saba nacque in Castiglia intorno al 1440. Fu uno dei grandi Maestri dell’ultima generazione dell’ebraismo spagnolo prima dell’espulsione: commentatore della Torah, darshan e mequbbal. Il suo commento intreccia il senso letterale del testo con il Midrash, gli insegnamenti dei Maestri, lo Zohar e la Qabbalà.

Anche il titolo merita una spiegazione. Tzror HaMor significa letteralmente un piccolo fascio, un sacchetto di mor, la mirra, una delle sostanze aromatiche più preziose del mondo antico. L’espressione viene dallo Shir HaShirim:

צְרוֹר הַמֹּר דּוֹדִי לִי בֵּין שָׁדַי יָלִין
«Un sacchetto di mirra è per me il mio amato, tra i miei seni riposerà» (Shir HaShirim 1,13).

L’immagine è quella di qualcosa di prezioso e profumato che viene raccolto, legato insieme e custodito vicino a sé. Un nome particolarmente adatto a un commento che raccoglie insieme peshat, Midrash e insegnamenti qabbalistici. E forse, conoscendo la storia del libro, la parola tzror, qualcosa che si raccoglie e si custodisce gelosamente, finisce per assumere un significato che l’autore stesso difficilmente avrebbe potuto immaginare.

Nel 1492 tutto cambia.

Con l’editto di espulsione, Rabbì Avraham Saba lascia la Spagna e trova rifugio in Portogallo. Come molti degli esuli spagnoli, deve aver pensato di aver trovato almeno temporaneamente un luogo nel quale ricominciare. Dura pochissimo.

Pochi anni dopo anche il Portogallo cambia politica. Arrivano le conversioni forzate e le persecuzioni. Due dei figli di Rabbì Avraham vengono sottratti alla famiglia e costretti al battesimo. E poi arrivano i libri.

Saba aveva già scritto le proprie opere: un commento alla Torah, uno alle cinque Meghillot e uno ai Pirqè Avot. Quando viene proibito agli ebrei di conservare libri ebraici, deve decidere cosa farne.

Il racconto non ci arriva da una leggenda costruita secoli dopo. È lui stesso a ricordarlo nell’introduzione a un’altra sua opera.

Racconta di essere uscito precipitosamente insieme a un altro ebreo, di aver trovato un grande ulivo, di aver scavato presso le sue grosse radici e di avervi nascosto i tre libri che aveva composto.

וְחָפַרְתִּי בְּתוֹךְ זַיִת גָּדוֹל שֶׁהָיָה לוֹ שֹׁרֶשׁ גָּדוֹל בָּאָרֶץ, וְטָמַנְתִּי שָׁם אֵלּוּ הַשְּׁלֹשָׁה סְפָרִים שֶׁחִבַּרְתִּי
«Scavai presso un grande ulivo che aveva una grande radice nella terra, e nascosi lì questi tre libri che avevo composto».

Sembra abbia sepolto lì anche i suoi tefillin. L’immagine è difficile da dimenticare.

Un uomo è già stato cacciato dal proprio Paese. I suoi figli gli sono stati strappati. Adesso deve nascondere sotto terra anche i libri che ha scritto.

Non sappiamo che cosa sia successo a quei manoscritti. Rabbì Avraham non li riavrà più. Viene arrestato mentre cercava di recuperarli e dopo altre peregrinazioni riesce a lasciare il Portogallo e arriva a Fez, in Marocco, stremato e malato.

E lì fa qualcosa di straordinario. Ricominciò a scrivere.

Il Tzror HaMor che abbiamo oggi non è semplicemente il manoscritto salvato dalla Spagna e poi tramandato fino a noi. Quello è rimasto sotto terra. Saba ricostruì la propria opera a memoria dopo averla perduta, lavorando in condizioni completamente diverse e senza la biblioteca e gli strumenti sui quali aveva potuto contare nella prima redazione. La seconda versione porta ancora le tracce di quella perdita.

In alcuni punti Saba ricorda di aver già spiegato altrove una determinata questione. Talvolta rinvia idealmente a una trattazione precedente che non possiede più. Il libro che leggiamo è quindi anche, in qualche misura, la memoria di un libro perduto.

Ed è difficile pensare che tutto ciò che gli era accaduto non abbia cambiato anche il modo in cui leggeva la Torah. Quando Rabbì Avraham Saba parla dell’esilio, della sofferenza o della capacità di Israele di attraversare le proprie peregrinazioni, non sta affrontando soltanto temi biblici. L’esilio lui lo conosce.

Ha lasciato la Castiglia. È fuggito in Portogallo. Ha perso i figli. Ha sepolto i propri libri. È arrivato in Marocco senza quasi nulla.

Persino un’immagine del Midrash che compare nel Tzror HaMor assume, alla luce della sua biografia, una forza particolare. Commentando il mor, la mirra che dà il titolo al suo libro, Saba ricorda l’interpretazione rabbinica del versetto dello Shir HaShirim: il mor sprigiona il proprio profumo attraverso il calore del fuoco; così Avraham manifestò pienamente la propria grandezza quando fu gettato nella fornace.

È difficile leggere quelle parole senza pensare all’uomo che le ha scritte. La storia, però, non finisce a Fez.

Secondo una tradizione riportata successivamente dal Chidà nello Shem HaGedolim, negli ultimi anni della sua vita Rabbì Avraham Saba si imbarcò verso l’Italia. Durante il viaggio la nave fu investita da una violenta tempesta. Il capitano, temendo il naufragio, gli chiese di pregare. Saba accettò, ma pose una condizione: se fosse morto durante il viaggio, il capitano avrebbe dovuto consegnare il suo corpo agli ebrei perché ricevesse una sepoltura ebraica.

Pregò e la tempesta si placò. Poco dopo morì.

Secondo quella tradizione il capitano mantenne la promessa e Rabbì Avraham Saba fu portato a Verona e lì sepolto. Il suo libro, invece, continuò il viaggio.

Nel 1522-23 il Tzror HaMor fu stampato a Venezia, nell’officina di Daniel Bomberg. Ed è forse questa l’ultima immagine della sua storia che vale la pena conservare.

Un manoscritto viene sepolto sotto un ulivo perché nessuno possa trovarlo.

L’autore perde la propria casa, la propria biblioteca e perfino i propri figli. Arriva dall’altra parte del Mediterraneo e riscrive ciò che riesce a ricostruire.

Muore senza vedere ciò che accadrà dopo.

Pochi anni più tardi, in Italia, una delle tipografie ebraiche più importanti della storia prende quel testo e lo moltiplica in centinaia di copie.

Il primo Tzror HaMor era stato affidato alla terra perché sopravvivesse.

Il secondo non avrebbe più avuto bisogno di essere nascosto.