«La mattina dirai: "Fosse sera!" e la sera dirai: "Fosse mattina!".» (Deuteronomio XXVIII, 67)
«"Fosse sera": di ieri; "fosse mattina": di stamattina, che le disgrazie si rafforzano sempre ed ogni ora è «La mattina dirai: "Fosse sera!" e la sera dirai: "Fosse mattina!".» (Deuteronomio XXVIII, 67)
«"Fosse sera": di ieri; "fosse mattina": di stamattina, che le disgrazie si rafforzano sempre ed ogni ora è più maledetta dell'ora precedente.» (Rashì in loco)
La Parashà di questa settimana ci propone tra le altre cose le maledizioni che verranno sul popolo d'Israele se questi non si comporterà in maniera conforme alla Torà.
Si tratta di una descrizione angosciante e per gran parte purtroppo ampiamente realizzata delle sciagure d'Israele.
Tale è la pressione psicologica che questo passo comporta che generalmente si usa dare la chiamata al Sefer delle maledizioni al Maestro della Comunità.
Inoltre è antico uso italiano chiudere le porte della Sinagoga durante la lettura di queste maledizioni in modo da evitare che qualcuno, entrando in ritardo, si veda investire da questa pioggia di versi non proprio simpatici.
La riflessione sul concetto di punizione è particolarmente angosciante in questi giorni, nei quali ci prepariamo al giudizio.
Rav Avigdor Nebenzahl shlita, già Rabbino Capo della Città Vecchia di Jerushalaim, ricorda come proprio la nostra generazione debba riscoprire il concetto di Yrat Shamaim, il timore del Cielo.
Come noto esiste un concetto di teshuvà meyrà (ritorno a D-o per timore) e teshuvà mehaavà (ritorno a D-o per amore).
Nel primo caso torno perché ho timore, nel secondo perché amo il Signore.
È chiaro che ognuno deve aspirare ad un servizio di D-o fondato sull'amore.
Le mizvot vanno fatte per amore di D-o e soprattutto con gioia.
Eppure, dice Rav Nebenzahl, questo è molto difficile e richiede un lavoro lunghissimo.
Nella nostra generazione, per vari motivi (alcuni senz'altro positivi), siamo portati a focalizzarci sull'amore di D-o, pensando che il timore sia qualcosa di pseudo-superstizioso che poco ha a che vedere con il nostro servizio.
Nella realtà spesso un proprio ritorno mehaavà non è ancora alla nostra portata, ma d'altro canto non lavoriamo abbastanza su ciò che invece potremmo raggiungere anche abbastanza facilmente con impegno costante: il timore del Cielo.
Quel timore genuino che spesso persone più semplici o più anziane di noi hanno in maniera così naturale.
Ad un primo livello dunque bisogna asserire una verità scomoda: si fa benissimo ad aver timore di D-o.
Dinanzi alla grandezza Divina ed alla pochezza delle nostre azioni non è affatto primitivo avere paura.
L'ebraismo ci richiama fortemente alla responsabilità nella consapevolezza che le azioni contano più delle belle idee e che per le azioni sbagliate si paga.
Dimenticando il timore noi cerchiamo di dimenticare il fatto che le nostre azioni hanno un effetto.
Soprattutto ci è comodo dimenticare l'effetto negativo e la conseguente punizione, che comportano le nostre trasgressioni.
È bene riflettere sul fatto che nel pensiero ebraico il concetto di azione-conseguenza e trasgressione-punizione è fondamentale.
Le mizvot non sono un hobby o uno sport (per quanto ci sia gente che prende i propri hobby o il calcio con molta più serietà!).
Noi aspiriamo ad un servizio di D-o che esuli dalla contabilità di ciò che facciamo contro ciò che riceviamo.
Non solo perché il bilancio è strutturalmente sempre a nostro sfavore giacché mai potremmo eguagliare il bene che D-o fa per noi.
Eppure non possiamo e non dobbiamo per questo dimenticare che esiste un livello nel quale ci sono delle richieste di base che ci vengono formulate e la cui inadempienza comporta una penalità.
Per capire meglio il concetto di timore di D-o e la sua enorme rilevanza per noi dobbiamo capire proprio quest'idea della penalità.
Cos'è la punizione?
L'ebraismo, asserito che la punizione Divina esiste, ci scoraggia fortemente dal ricercarne le regole contabili.
«Questo ti è successo perché hai fatto quella cosa...» è un tipo di ragionamento che non siamo in grado di fare, e non serve comunque a nulla.
Esiste invece un livello di analisi della trasgressione e della sua pena che ci deve profondamente interessare.
I Maestri ci hanno insegnato nel trattato di Avot che «il pagamento per una mizvà è la mizvà stessa ed il pagamento per una trasgressione è la trasgressione stessa».
Facendo una mizvà noi non stiamo solo adempiendo al volere Divino ma stiamo anche ricongiungendoci a Lui.
Ora, visto che non c'è nulla di meglio che potremmo fare, è chiaro che nel fare una mizvà ed avvicinandoci a D-o noi stiamo ipso facto ricevendo il premio per la nostra buona azione.
Lo stesso vale per la trasgressione: non c'è pena maggiore che l'allontanarsi dal Signore.
Per quanto noi siamo più preoccupati da punizioni esemplari ed interessati in premi tangibili (ed esistono anche quelli), vale la pena riflettere su questo più profondo livello di analisi.
«Ciò che è storto e non può essere raddrizzato», ossia la cosa insanabile per definizione, «è colui che non ha recitato lo Shemà della sera o della mattina», dicono i Saggi nel trattato di Chagghigà (9b) (passato l'orario non si può più recuperare...).
E si chiede il Siftè Chajm come sia possibile!
Se non ha detto una volta lo Shemà... vuol dire che proclamerà Iddio Re la prossima mattina o la prossima sera?!
No.
Ogni recitazione, ogni istante della nostra vita rappresenta un dono unico ed irripetibile.
Rabbi Menachem Mendel di Kozk così leggeva il divieto di rubare.
Non rubare a te stesso.
Non ti privare delle tue potenzialità, non rinunciare.
Non perdere un'occasione per essere te stesso e servire Iddio.
Ogni istante perso è un furto a sé stessi e dunque a D-o.
Ed allora capiamo che se non ho recitato lo Shemà mi sono contestualmente inflitto la peggiore delle punizioni: il non aver proclamato la regalità di D-o.
Forse in questo modo dobbiamo leggere il verso con cui abbiamo aperto questa discussione:
«La mattina dirai: "Fosse sera!" e la sera dirai: "Fosse mattina!".»
Rashì dice che il verso si riferisce sempre alla sera o alla mattina precedente.
La maledizione e la punizione espressa in questo verso potrebbero allora riferirsi proprio a quel concetto che è corollario di quanto detto fin qui: la charatà, il rincrescimento.
I Maestri del Mussar insistono sul fatto che è proprio il rincrescimento ciò che figurativamente viene chiamato il fuoco del Gheinom.
Il rincrescimento brucia dentro le nostre anime quando abbiamo fatto qualcosa che ci rende tristi, che non avremmo voluto fare e d'altra parte ci rendiamo conto che il danno è fatto.
Dicendo «Fosse (ieri) sera!» non sto solo lamentando il fatto che va peggio di prima, quanto soprattutto che vorrei fosse ieri sera per dire quello Shemà che non ho detto.
La charatà è un sentimento doloroso: è una pena.
Proprio per questo è ciò che permette di porre fine alla discesa perché se comincio a ragionare in termini che ogni occasione persa è fonte di rincrescimento allora ci sono buone possibilità che da ora in avanti io non rinunci più a nessuna occasione di bene.
In realtà la charatà ha diversi livelli.
Più torniamo sulla buona strada più diventa forte il sentimento di vergogna e cresce la consapevolezza del male che c'è nelle precedenti mancanze.
In un primo momento è una piccola dose di rincrescimento che innesca il percorso del ritorno.
Il Rav Desler, in Michtav MeEliyahu (II, 81), chiama questo primo livello di teshuvà la teshuvà del gher (il ritorno del convertito).
Perché il convertito prende un impegno da qui in poi ma non è in grado di cambiare il proprio passato.
A questo livello il Signore ci perdona considerando le nostre colpe come tutte involontarie giacché non avevamo piena consapevolezza di noi.
Rav Desler chiama questo livello il livello del timore.
Ad un livello superiore, quando è chiaro che il percorso fatto dopo il ritorno è forte e che la sua fonte è paradossalmente proprio nel male precedente e nel rincrescimento per esso, allora le colpe si fanno addirittura meriti in quanto hanno pienamente contribuito al ritorno per amore.
Per questo, spiega il Rav Desler, è proibito rinfacciare al convertito le proprie origini: nel timore che questi non sia ancora arrivato al livello di trasformare tutto il suo passato in merito.
Al livello di Avraham nostro padre l'essere gher diventa uno zekhut in un tutt'uno di mizvà.
Questo percorso può essere molto lungo.
Il Talmud (Shabbat 30a) ci dice che David chiese ed ottenne da D-o il perdono per il peccato di Bat Sheva.
Senza entrare nel merito della colpa di David, che non è affatto chiara, ricorderemo soltanto che ognuno viene misurato secondo il suo metro e ciò che per ognuno di noi è cosa da nulla per un gigante spirituale come David è una colpa seria, e così per Moshè, come noto.
David non ottiene invece, almeno non immediatamente, che questo processo venga portato a compimento rendendo pubblico il suo perdono.
Questo avvenne solo post mortem quando Salomone si apprestò ad inaugurare il Santuario.
Il Talmud ci dice che le porte non volevano aprirsi per consentire l'ingresso dell'Arca.
Salomone allora prova con la recitazione di alcuni versi inerenti ma non viene esaudito fino a che non ricorda i meriti di suo padre David (nel salmo che noi leggiamo la domenica).
A quel punto fu chiaro a tutti che David era stato perdonato per la vicenda di Bat Sheva.
Da notare che l'inaugurazione del Santuario avviene due giorni prima di Kippur e dura fino a tutto Succot.
In quell'anno non digiunarono a Kippur, ma in ogni modo gli eventi qui narrati avvengono alla vigilia (o all'antivigilia) di Kippur.
Il Midrash riporta una lettura ben differente dei fatti relativi a quell'inaugurazione:
«Questo è quanto è scritto (Proverbi XXXI, 1): "Parole di Lemuel Re". Perché è stato chiamato Salomone, Lemuel? Ha detto Rabbì Jshmael, nella stessa notte che ha completato Salomone la costruzione del Santuario, ha sposato Bitja, la figlia del Faraone, e c'era lì il giubilo della gioia del Santuario ed il giubilo della figlia del Faraone, e superò il giubilo della figlia del Faraone il giubilo del Santuario secondo quanto si dice, "tutti si ingraziano il re". E per questo è chiamato Lemuel, che ha scaricato da sé il giogo del Regno del Cielo, come a dire, Lamma lo El, che se ne fa di D-o? In quell'ora salì il pensiero dinanzi al Santo Benedetto Egli sia di distruggere Jerushalaim, e questo è quanto è scritto (Geremia XXXII, 31) "...per quanto riguarda la mia ira ed il mio furore...". I Saggi dicono, mille tipi di musica, ha fatto entrare davanti a lui la figlia del Faraone, ed aveva ordinato di suonare davanti a lui in quella notte e gli diceva, così si suona davanti a questa divinità, così si suona davanti a quella divinità ecc. Cosa fece la figlia del Faraone? Stese sopra di lui un telo e vi fissò ogni tipo di pietra preziosa e di perla, che vi brillavano come stelle e costellazioni, ed ogni volta che Salomone si voleva alzare vedeva quelle stesse stelle e costellazioni cosicché dormì fino alla quarta ora. Ha detto Rabbì Levì: in quello stesso giorno il Tamid della mattina fu presentato nella quarta ora. E di quell'ora abbiamo imparato che è successo che è stato presentato il Tamid della mattina alla quarta ora, ed erano Israele tristi giacché era il giorno dell'inaugurazione del Santuario e non potevano presentarlo perché Salomone dormiva, ed avevano paura di svegliarlo per via del timore del re. Andarono a dirlo a Bat Sheva sua madre, ed andò lei e lo svegliò e lo rimproverò.» (Bemidbar Rabbà X, 14)
Il Midrash prosegue dicendo che Bat Sheva lo rimprovera proprio attraverso il confronto con David.
Tutti sanno che David era uno zadik; ora, se tu, Salomone, ti comporti male diranno che la colpa è mia.
In questa straordinaria sovrapposizione troviamo due letture assolutamente complementari che si legano proprio sulla figura di Bat Sheva.
L'intervento di Bat Sheva permette, seppur in extremis, la presentazione del Tamid.
Un solo momento dopo e saremmo stati a discutere di ciò che è fatto e che non si può aggiustare.
Salomone si trova proprio nella situazione di chi si alza la mattina e vorrebbe fosse la sera precedente per comportarsi diversamente.
D'altro canto è proprio Bat Sheva che esprime un giudizio sul livello di David chiamandolo zadik.
Da notare che se così non fosse e se Bat Sheva non fosse stata retroattivamente divorziata in virtù del ghet dei soldati di David, come dice il Talmud (i soldati di David davano un ghet alle loro mogli prima della battaglia - secondo alcuni condizionato, secondo altri assoluto), il rapporto tra David e Bat Sheva sarebbe stato adultero e Salomone sarebbe stato mamzer, che è poi il secondo scenario che per i Saggi è insanabile assieme a colui che non ha detto lo Shemà.
La Teshuvà di David diviene completa solo quando il suo messaggio è inequivocabilmente positivo.
Quando Bat Sheva usa la Teshuvà di David per impedire a Salomone di peccare oltre, riportandolo sulla buona strada.
Capiamo allora la forza della Teshuvà: la capacità di modificare il passato sulla base di un futuro migliore.
Non è facile, non ci sono scorciatoie e richiede un grandissimo lavoro sulle proprie middot.
Ed il prezzo c'è e non sempre è a buon mercato.
Il Talmud (Sanhedrin 21b) riporta che nell'ora in cui Salomone sposò la figlia del Faraone l'Angelo Gavriel volò e piantò una canna nel mare attorno alla quale crebbe un banco di sabbia sul quale fu poi costruita la città di Roma.
Quella Roma che distruggerà il Tempio nasce nel momento in cui Salomone antepone la figlia del Faraone al Tempio stesso.
È un prezzo che noi paghiamo fino ad oggi.
E forse il tikun, la riparazione e l'aggiustamento di questo peccato deve avvenire proprio tra i Benè Romi, tra gli ebrei di Roma.
Forse è per questo che il Messia siede alle porte di Roma ed attende che siamo pronti alla sua rivelazione.
Se è vero che «grande è la teshuvà che per uno che fa teshuvà viene perdonato a lui ed al mondo intero», forse ciò è vero a maggior ragione per la teshuvà di quella comunità che si trova su quel banco di sabbia e che ha nel suo stemma le colonne distrutte del Santuario.
È a mio modesto avviso straordinario allora il modo in cui il rito di Roma affronta questa riflessione tra sera e mattina nelle Selichot della preghiera di Arvit di Kippur.
Vertono tutte sul rapporto tra la sera e la mattina.
Anche all'epoca del Santuario questa era una notte di veglia in cui ci si preparava per il Servizio del Giorno, che espia effettivamente.
- Yaalè Tachanunenu MeErev: «Salga la nostra supplica la sera, venga la tranquillità la mattina e si manifesti che ti siamo graditi fino alla sera», e di seguito con riflessioni che legano la sera di Kippur, il mattino in cui avviene la Avodà e la sera dell'uscita con il perdono totale.
- Delatecha Allaila: ricorda che le porte (le porte del ritorno ma figurativamente del Santuario) sono aperte questa notte per chi torna. E si chiude col verso che indica che il culto del giorno purifica.
- Yom Yaalà Nikrà: ha come ritornello il verso della Meghillà di Ester che dice: «La sera viene e la mattina torna». Il verso parla delle candidate di Assuero, ma figurativamente secondo Rav Artom zz"l del popolo che viene per la preghiera di Arvit e torna la mattina per Shachrit.
- Israel Bechirè El: ha come ritornello Genesi XXX, 33: «Il giorno di domani quando deciderai della loro ricompensa».
- Yà Asher Gao Gaà: come per Yom Yaalà Nikrà.
- Baruch Eloè Elion: ha come ritornello: «Domani farà il Signore questa cosa».
- Yerazè Am Evion: «...la tua bontà oh Signore ci venga incontro questa notte ed anche domani...».
Possa essere la Volontà che noi meritiamo di essere all'altezza del retaggio che ci hanno lasciato i nostri padri e meritare una piena iscrizione nel libro della Vita e di ogni cosa buona, amen!meelpiù maledetta dell'ora precedente.» (Rashì in loco)
La Parashà di questa settimana ci propone tra le altre cose le maledizioni che verranno sul popolo d'Israele se questi non si comporterà in maniera conforme alla Torà.
Si tratta di una descrizione angosciante e per gran parte purtroppo ampiamente realizzata delle sciagure d'Israele.
Tale è la pressione psicologica che questo passo comporta che generalmente si usa dare la chiamata al Sefer delle maledizioni al Maestro della Comunità.
Inoltre è antico uso italiano chiudere le porte della Sinagoga durante la lettura di queste maledizioni in modo da evitare che qualcuno, entrando in ritardo, si veda investire da questa pioggia di versi non proprio simpatici.
La riflessione sul concetto di punizione è particolarmente angosciante in questi giorni, nei quali ci prepariamo al giudizio.
Rav Avigdor Nebenzahl shlita, già Rabbino Capo della Città Vecchia di Jerushalaim, ricorda come proprio la nostra generazione debba riscoprire il concetto di Yrat Shamaim, il timore del Cielo.
Come noto esiste un concetto di teshuvà meyrà (ritorno a D-o per timore) e teshuvà mehaavà (ritorno a D-o per amore).
Nel primo caso torno perché ho timore, nel secondo perché amo il Signore.
È chiaro che ognuno deve aspirare ad un servizio di D-o fondato sull'amore.
Le mizvot vanno fatte per amore di D-o e soprattutto con gioia.
Eppure, dice Rav Nebenzahl, questo è molto difficile e richiede un lavoro lunghissimo.
Nella nostra generazione, per vari motivi (alcuni senz'altro positivi), siamo portati a focalizzarci sull'amore di D-o, pensando che il timore sia qualcosa di pseudo-superstizioso che poco ha a che vedere con il nostro servizio.
Nella realtà spesso un proprio ritorno mehaavà non è ancora alla nostra portata, ma d'altro canto non lavoriamo abbastanza su ciò che invece potremmo raggiungere anche abbastanza facilmente con impegno costante: il timore del Cielo.
Quel timore genuino che spesso persone più semplici o più anziane di noi hanno in maniera così naturale.
Ad un primo livello dunque bisogna asserire una verità scomoda: si fa benissimo ad aver timore di D-o.
Dinanzi alla grandezza Divina ed alla pochezza delle nostre azioni non è affatto primitivo avere paura.
L'ebraismo ci richiama fortemente alla responsabilità nella consapevolezza che le azioni contano più delle belle idee e che per le azioni sbagliate si paga.
Dimenticando il timore noi cerchiamo di dimenticare il fatto che le nostre azioni hanno un effetto.
Soprattutto ci è comodo dimenticare l'effetto negativo e la conseguente punizione, che comportano le nostre trasgressioni.
È bene riflettere sul fatto che nel pensiero ebraico il concetto di azione-conseguenza e trasgressione-punizione è fondamentale.
Le mizvot non sono un hobby o uno sport (per quanto ci sia gente che prende i propri hobby o il calcio con molta più serietà!).
Noi aspiriamo ad un servizio di D-o che esuli dalla contabilità di ciò che facciamo contro ciò che riceviamo.
Non solo perché il bilancio è strutturalmente sempre a nostro sfavore giacché mai potremmo eguagliare il bene che D-o fa per noi.
Eppure non possiamo e non dobbiamo per questo dimenticare che esiste un livello nel quale ci sono delle richieste di base che ci vengono formulate e la cui inadempienza comporta una penalità.
Per capire meglio il concetto di timore di D-o e la sua enorme rilevanza per noi dobbiamo capire proprio quest'idea della penalità.
Cos'è la punizione?
L'ebraismo, asserito che la punizione Divina esiste, ci scoraggia fortemente dal ricercarne le regole contabili.
«Questo ti è successo perché hai fatto quella cosa...» è un tipo di ragionamento che non siamo in grado di fare, e non serve comunque a nulla.
Esiste invece un livello di analisi della trasgressione e della sua pena che ci deve profondamente interessare.
I Maestri ci hanno insegnato nel trattato di Avot che «il pagamento per una mizvà è la mizvà stessa ed il pagamento per una trasgressione è la trasgressione stessa».
Facendo una mizvà noi non stiamo solo adempiendo al volere Divino ma stiamo anche ricongiungendoci a Lui.
Ora, visto che non c'è nulla di meglio che potremmo fare, è chiaro che nel fare una mizvà ed avvicinandoci a D-o noi stiamo ipso facto ricevendo il premio per la nostra buona azione.
Lo stesso vale per la trasgressione: non c'è pena maggiore che l'allontanarsi dal Signore.
Per quanto noi siamo più preoccupati da punizioni esemplari ed interessati in premi tangibili (ed esistono anche quelli), vale la pena riflettere su questo più profondo livello di analisi.
«Ciò che è storto e non può essere raddrizzato», ossia la cosa insanabile per definizione, «è colui che non ha recitato lo Shemà della sera o della mattina», dicono i Saggi nel trattato di Chagghigà (9b) (passato l'orario non si può più recuperare...).
E si chiede il Siftè Chajm come sia possibile!
Se non ha detto una volta lo Shemà... vuol dire che proclamerà Iddio Re la prossima mattina o la prossima sera?!
No.
Ogni recitazione, ogni istante della nostra vita rappresenta un dono unico ed irripetibile.
Rabbi Menachem Mendel di Kozk così leggeva il divieto di rubare.
Non rubare a te stesso.
Non ti privare delle tue potenzialità, non rinunciare.
Non perdere un'occasione per essere te stesso e servire Iddio.
Ogni istante perso è un furto a sé stessi e dunque a D-o.
Ed allora capiamo che se non ho recitato lo Shemà mi sono contestualmente inflitto la peggiore delle punizioni: il non aver proclamato la regalità di D-o.
Forse in questo modo dobbiamo leggere il verso con cui abbiamo aperto questa discussione:
«La mattina dirai: "Fosse sera!" e la sera dirai: "Fosse mattina!".»
Rashì dice che il verso si riferisce sempre alla sera o alla mattina precedente.
La maledizione e la punizione espressa in questo verso potrebbero allora riferirsi proprio a quel concetto che è corollario di quanto detto fin qui: la charatà, il rincrescimento.
I Maestri del Mussar insistono sul fatto che è proprio il rincrescimento ciò che figurativamente viene chiamato il fuoco del Gheinom.
Il rincrescimento brucia dentro le nostre anime quando abbiamo fatto qualcosa che ci rende tristi, che non avremmo voluto fare e d'altra parte ci rendiamo conto che il danno è fatto.
Dicendo «Fosse (ieri) sera!» non sto solo lamentando il fatto che va peggio di prima, quanto soprattutto che vorrei fosse ieri sera per dire quello Shemà che non ho detto.
La charatà è un sentimento doloroso: è una pena.
Proprio per questo è ciò che permette di porre fine alla discesa perché se comincio a ragionare in termini che ogni occasione persa è fonte di rincrescimento allora ci sono buone possibilità che da ora in avanti io non rinunci più a nessuna occasione di bene.
In realtà la charatà ha diversi livelli.
Più torniamo sulla buona strada più diventa forte il sentimento di vergogna e cresce la consapevolezza del male che c'è nelle precedenti mancanze.
In un primo momento è una piccola dose di rincrescimento che innesca il percorso del ritorno.
Il Rav Desler, in Michtav MeEliahu (II, 81), chiama questo primo livello di teshuvà la teshuvà del gher (il ritorno del convertito).
Perché il convertito prende un impegno da qui in poi ma non è in grado di cambiare il proprio passato.
A questo livello il Signore ci perdona considerando le nostre colpe come tutte involontarie giacché non avevamo piena consapevolezza di noi.
Rav Desler chiama questo livello il livello del timore.
Ad un livello superiore, quando è chiaro che il percorso fatto dopo il ritorno è forte e che la sua fonte è paradossalmente proprio nel male precedente e nel rincrescimento per esso, allora le colpe si fanno addirittura meriti in quanto hanno pienamente contribuito al ritorno per amore.
Per questo, spiega il Rav Desler, è proibito rinfacciare al convertito le proprie origini: nel timore che questi non sia ancora arrivato al livello di trasformare tutto il suo passato in merito.
Al livello di Avraham nostro padre l'essere gher diventa uno zekhut in un tutt'uno di mizvà.
Questo percorso può essere molto lungo.
Il Talmud (Shabbat 30a) ci dice che David chiese ed ottenne da D-o il perdono per il peccato di Bat Sheva.
Senza entrare nel merito della colpa di David, che non è affatto chiara, ricorderemo soltanto che ognuno viene misurato secondo il suo metro e ciò che per ognuno di noi è cosa da nulla per un gigante spirituale come David è una colpa seria, e così per Moshè, come noto.
David non ottiene invece, almeno non immediatamente, che questo processo venga portato a compimento rendendo pubblico il suo perdono.
Questo avvenne solo post mortem quando Salomone si apprestò ad inaugurare il Santuario.
Il Talmud ci dice che le porte non volevano aprirsi per consentire l'ingresso dell'Arca.
Salomone allora prova con la recitazione di alcuni versi inerenti ma non viene esaudito fino a che non ricorda i meriti di suo padre David (nel salmo che noi leggiamo la domenica).
A quel punto fu chiaro a tutti che David era stato perdonato per la vicenda di Bat Sheva.
Da notare che l'inaugurazione del Santuario avviene due giorni prima di Kippur e dura fino a tutto Succot.
In quell'anno non digiunarono a Kippur, ma in ogni modo gli eventi qui narrati avvengono alla vigilia (o all'antivigilia) di Kippur.
Il Midrash riporta una lettura ben differente dei fatti relativi a quell'inaugurazione:
«Questo è quanto è scritto (Proverbi XXXI, 1): "Parole di Lemuel Re". Perché è stato chiamato Salomone, Lemuel? Ha detto Rabbì Jshmael, nella stessa notte che ha completato Salomone la costruzione del Santuario, ha sposato Bitja, la figlia del Faraone, e c'era lì il giubilo della gioia del Santuario ed il giubilo della figlia del Faraone, e superò il giubilo della figlia del Faraone il giubilo del Santuario secondo quanto si dice, "tutti si ingraziano il re". E per questo è chiamato Lemuel, che ha scaricato da sé il giogo del Regno del Cielo, come a dire, Lamma lo El, che se ne fa di D-o? In quell'ora salì il pensiero dinanzi al Santo Benedetto Egli sia di distruggere Jerushalaim, e questo è quanto è scritto (Geremia XXXII, 31) "...per quanto riguarda la mia ira ed il mio furore...". I Saggi dicono, mille tipi di musica, ha fatto entrare davanti a lui la figlia del Faraone, ed aveva ordinato di suonare davanti a lui in quella notte e gli diceva, così si suona davanti a questa divinità, così si suona davanti a quella divinità ecc. Cosa fece la figlia del Faraone? Stese sopra di lui un telo e vi fissò ogni tipo di pietra preziosa e di perla, che vi brillavano come stelle e costellazioni, ed ogni volta che Salomone si voleva alzare vedeva quelle stesse stelle e costellazioni cosicché dormì fino alla quarta ora. Ha detto Rabbì Levì: in quello stesso giorno il Tamid della mattina fu presentato nella quarta ora. E di quell'ora abbiamo imparato che è successo che è stato presentato il Tamid della mattina alla quarta ora, ed erano Israele tristi giacché era il giorno dell'inaugurazione del Santuario e non potevano presentarlo perché Salomone dormiva, ed avevano paura di svegliarlo per via del timore del re. Andarono a dirlo a Bat Sheva sua madre, ed andò lei e lo svegliò e lo rimproverò.» (Bemidbar Rabbà X, 14)
Il Midrash prosegue dicendo che Bat Sheva lo rimprovera proprio attraverso il confronto con David.
Tutti sanno che David era uno zadik; ora, se tu, Salomone, ti comporti male diranno che la colpa è mia.
In questa straordinaria sovrapposizione troviamo due letture assolutamente complementari che si legano proprio sulla figura di Bat Sheva.
L'intervento di Bat Sheva permette, seppur in extremis, la presentazione del Tamid.
Un solo momento dopo e saremmo stati a discutere di ciò che è fatto e che non si può aggiustare.
Salomone si trova proprio nella situazione di chi si alza la mattina e vorrebbe fosse la sera precedente per comportarsi diversamente.
D'altro canto è proprio Bat Sheva che esprime un giudizio sul livello di David chiamandolo zadik.
Da notare che se così non fosse e se Bat Sheva non fosse stata retroattivamente divorziata in virtù del ghet dei soldati di David, come dice il Talmud (i soldati di David davano un ghet alle loro mogli prima della battaglia - secondo alcuni condizionato, secondo altri assoluto), il rapporto tra David e Bat Sheva sarebbe stato adultero e Salomone sarebbe stato mamzer, che è poi il secondo scenario che per i Saggi è insanabile assieme a colui che non ha detto lo Shemà.
La Teshuvà di David diviene completa solo quando il suo messaggio è inequivocabilmente positivo.
Quando Bat Sheva usa la Teshuvà di David per impedire a Salomone di peccare oltre, riportandolo sulla buona strada.
Capiamo allora la forza della Teshuvà: la capacità di modificare il passato sulla base di un futuro migliore.
Non è facile, non ci sono scorciatoie e richiede un grandissimo lavoro sulle proprie middot.
Ed il prezzo c'è e non sempre è a buon mercato.
Il Talmud (Sanhedrin 21b) riporta che nell'ora in cui Salomone sposò la figlia del Faraone l'Angelo Gavriel volò e piantò una canna nel mare attorno alla quale crebbe un banco di sabbia sul quale fu poi costruita la città di Roma.
Quella Roma che distruggerà il Tempio nasce nel momento in cui Salomone antepone la figlia del Faraone al Tempio stesso.
È un prezzo che noi paghiamo fino ad oggi.
E forse il tikun, la riparazione e l'aggiustamento di questo peccato deve avvenire proprio tra i Benè Romi, tra gli ebrei di Roma.
Forse è per questo che il Messia siede alle porte di Roma ed attende che siamo pronti alla sua rivelazione.
Se è vero che «grande è la teshuvà che per uno che fa teshuvà viene perdonato a lui ed al mondo intero», forse ciò è vero a maggior ragione per la teshuvà di quella comunità che si trova su quel banco di sabbia e che ha nel suo stemma le colonne distrutte del Santuario.
È a mio modesto avviso straordinario allora il modo in cui il rito di Roma affronta questa riflessione tra sera e mattina nelle Selichot della preghiera di Arvit di Kippur.
Vertono tutte sul rapporto tra la sera e la mattina.
Anche all'epoca del Santuario questa era una notte di veglia in cui ci si preparava per il Servizio del Giorno, che espia effettivamente.
- Yaalè Tachanunenu MeErev: «Salga la nostra supplica la sera, venga la tranquillità la mattina e si manifesti che ti siamo graditi fino alla sera», e di seguito con riflessioni che legano la sera di Kippur, il mattino in cui avviene la Avodà e la sera dell'uscita con il perdono totale.
- Delatecha Allaila: ricorda che le porte (le porte del ritorno ma figurativamente del Santuario) sono aperte questa notte per chi torna. E si chiude col verso che indica che il culto del giorno purifica.
- Yom Yaalà Nikrà: ha come ritornello il verso della Meghillà di Ester che dice: «La sera viene e la mattina torna». Il verso parla delle candidate di Assuero, ma figurativamente secondo Rav Artom zz"l del popolo che viene per la preghiera di Arvit e torna la mattina per Shachrit.
- Israel Bechirè El: ha come ritornello Genesi XXX, 33: «Il giorno di domani quando deciderai della loro ricompensa».
- Yà Asher Gao Gaà: come per Yom Yaalà Nikrà.
- Baruch Eloè Elion: ha come ritornello: «Domani farà il Signore questa cosa».
- Yerazè Am Evion: «...la tua bontà oh Signore ci venga incontro questa notte ed anche domani...».
Possa essere la Volontà che noi meritiamo di essere all'altezza del retaggio che ci hanno lasciato i nostri padri e meritare una piena iscrizione nel libro della Vita e di ogni cosa buona, amen!