«Non pianterai per te un'asherà, qualsiasi albero, presso l'altare del Signore tuo D-o che ti farai.»
(Deuteronomio 17,21)
Dopo aver aperto la nostra Parashà con il precetto di nominare giudici e poliziotti ed averci ammonito sull'importanza dell'incorruttibilità del sistema giudiziario, la Torà cambia (apparentemente ed) improvvisamente argomento introducendo tre divieti che il Sefer HaChinuch codifica come divieti 505, 506 e 507. Si tratta del divieto di piantare alberi presso l'altare, del divieto di erigere una mazevà (stele) e del divieto di presentare un'offerta che abbia un'imperfezione temporanea.
Rabbì Ovadià Sforno spiega:
«Ha portato tre [precetti] simili, del tipo di cose che sono belle dal punto di vista dei sensi ma disprezzabili per la loro imperfezione spirituale. Il primo, la asherà, che è per abbellire i palazzi ed in ogni modo è disprezzata per quanto riguarda il Sacro, dal momento che è uno strumento di idolatria. E perciò preferiremo la giustizia spirituale alla completezza fisica del giudice che è sensoriale e materiale. Il secondo, la mazevà, nonostante fosse voluta prima del dono della Torà come è detto "e dodici mazevà" (Esodo 24,4). E questo perché il suo principio era come se colui che presenta l'offerta fosse sempre dinanzi al Signore, come "Ho posto il Signore sempre dinanzi a me" (Salmi 16,8), e sono caduti da questo livello con il vitello come è detto lì "poiché non salirò in mezzo a te" (Esodo 33,3). E così è per il Saggio che non ha buona fama, giacché si è fatto una cattiva nomea da giovane. E terzo ha portato la questione dell'imperfezione squalificante, anche se l'animale fosse bello secondo i sensi e grasso dal valore di mille zuz, nonostante ciò sarebbe squalificato per il sacro per un'imperfezione che non intacca il suo valore mentre un toro del valore di una sola moneta, per via della sua perfezione è kasher per essere offerto. E così è per il Saggio che ha qualche attributo deprecabile [a cui bisogna preferirne] un altro quando lo troverai più integro di lui negli attributi anche se non è ricco o bello come lui.»
Secondo Sforno la Torà ci sta mettendo in guardia contro la bellezza superficiale. La Torà non è contro la bellezza, quando questa è strumento di mizvà. Al contrario hanno detto i nostri Saggi a proposito del verso ze Eli veanvehu («Questo è il mio D-o e lo glorificherò») che bisogna sforzarsi di rendere bella la mizvà, ossia di scegliere un bel lulav, un bel talled ecc.
Al contempo però la Torà ci mette in guardia dinanzi al superficiale. Piantare alberi in un luogo sacro era (e forse è ancora) atto di idolatria in altre culture. L'albero è certamente bello e potrebbe abbellire il Santuario, ma dinanzi al rischio di emulazione idolatra si rinuncia ad utilizzarlo. La bellezza non è un valore di per sé, ci sono delle condizioni che vanno rispettate. Se un etrog non è kasher per essere usato a Succot può essere anche il più bello del mondo ma resta invalido, laddove un etrog kasher ma bruttino può essere usato per fare la mizvà.
Ma Sforno va oltre e spiega anche il nesso tra questi tre divieti e l'argomento di cui la Torà sta parlando: il giudice. Si deve fare attenzione, spiega Sforno, a non lasciarci fuorviare dall'esteriorità.
Il Talmud asserisce nel trattato di Sanhedrin che chiunque nomina un giudice che non è degno è come se piantasse una asherà presso l'altare. Rav Chaim Soloveitchik spiega perché il giudice indegno è paragonato proprio alla asherà. Generalmente un oggetto di idolatria è facilmente identificabile ed è quindi relativamente facile tenersene alla larga. Chi vede una asherà, invece, vede apparentemente solo un bell'albero. Quello che è apparentemente un bell'albero è in realtà interiormente un oggetto di idolatria da scansare. Così è per il giudice indegno: egli si presenta vestito come ogni altro Maestro ed esteriormente è di bell'aspetto ma dentro è marcio.
Rabbì Meir Simchà HaCohen di Dvinsk, il Meshech Cochmà, affronta ad un livello più profondo il divieto di piantare alberi presso l'altare.
I korbanot, le offerte presentate sull'altare, vengono lungamente trattati nella Torà e sono il fondamento della avodà, il servizio Divino. È necessario sottolineare, spiega il Maestro di Dvinsk sulla scia di Rav Saadià Gaon, che la Torà rifugge l'idea che l'offerta abbia un'influenza sul Signore. D-o è unico ed immutabile: nulla Gli si può dare perché nulla Gli manca e, nelle parole di Giobbe, «se sarai giusto, cosa potrai darGli?».
Così anche i profeti ci hanno lungamente messo in guardia della sostanziale inutilità delle offerte quando non accompagnate dalla vera contrizione ed intenzione. Il Ramban e molti altri si sono dilungati nello spiegare il valore che ha per l'uomo la presentazione di un'offerta, che lo deve far riflettere sulle proprie responsabilità. I mistici hanno visto nelle offerte anche un valore di perfezionamento spirituale del creato ma mai, in nessun modo, un qualche pagamento o un'influenza sul Creatore.
Al contrario l'idolatria si basa proprio sull'idea di un do ut des, della continua ricerca di piegare una volontà superiore alla nostra volontà attraverso il culto. Asherà viene appunto dal termine «arricchire». Il culto della asherà parte dall'idea di arricchire l'idolo, di dargli qualcosa per ottenere qualcos'altro.
In questo modo, spiega il Meshech Cochmà, bisogna capire l'insegnamento di Ben Azai nel trattato di Menachot (110a), che sottolinea come in tutto il brano relativo alle offerte non compaia mai l'appellativo Elokim ma esclusivamente il Tetragramma.
Il termine Elokim, ricorderemo, indica il fatto che D-o è padrone di tutte le forze. Si usa questo termine per indicare il dominio di D-o ma anche il Suo essere Giudice. Se la Torà avesse usato questo termine circa i korbanot, gli eretici avrebbero potuto leggerci un'allusione al fatto che l'uomo influisce in qualche modo sulla forza o sul giudizio Divino attraverso il culto.
Il Tetragramma indica invece l'Essere. L'esistenza Divina, ed il Suo essere la radice dell'esistenza tutta, non tollera alcuna limitazione, influenza o dipendenza.
Ebbene, dice il Meshech Cochmà, questo è esattamente ciò che la Torà vuole sottolineare nel proibirci di piantare alberi presso l'altare. La materia (domem), a differenza del vegetale (zomeach) e del vivente (chaj), non cresce e non si nutre. L'altare di pietra non cresce e non si nutre. Così anche le offerte che noi presentiamo non nutrono nulla e non aggiungono alcunché.
Ed allora la Torà ha proibito non solo di piantare alberi, ma l'uso del legno tout court nella azarà, il cortile interno del Tempio, in modo da rendere chiaro che l'idea della crescita legata al mondo vegetale non ha nulla a che vedere con l'altare.
A ben vedere, dice allora il Maestro di Dvinsk, questo è anche il nesso profondo con il giudice ed il sistema giudiziario. Il giudice che giudica in maniera equa e soprattutto disinteressata è socio di D-o nel processo di creazione. L'incorruttibilità del giudice, la sua assoluta indipendenza ed il divieto categorico di ogni beneficio legato alla sua carica lo rendono socio di D-o. Così come nulla si può dare a D-o, così nulla si può dare al giudice e non è certo un caso che i giudici siano chiamati anche Elohim.
Questo legame fortissimo tra il concetto della totale indipendenza di D-o e del Suo altare da una parte e dei giudici dall'altra è alla base del precetto della Torà di istituire il Sinedrio proprio in prossimità dell'altare, come impariamo dal legame tra la fine della Parashà di Itrò e l'inizio di quella di Mishpatim.
Shimon HaTzadik nel trattato di Avot asserisce che il mondo si regge sulla Torà, sulla Avodà (il culto del Santuario) e sulla Ghemilut Chasadim (le opere di bene). Rabban Shimon ben Gamliel, nello stesso trattato, definisce invece i tre pilastri come: din (giudizio), emet (verità) e shalom (pace). Il Meshech Cochmà dice che, assunto che stiano dicendo la stessa cosa, così si devono raggruppare: la Torà è verità, le opere di bene sono la pace ed il giudizio va assieme al culto del Santuario.
Il rapporto tra culto e giudizio non si ferma qui. Mentre il culto viene a sanare il rapporto tra noi ed il Signore, il giudizio sana il rapporto tra gli uomini. Come noto i due piani non possono essere mischiati: non c'è modo di riparare con il culto ad un torto fatto al prossimo; ci si deve scusare e sanare con il giudizio ogni vessazione.
Entrambi i piani vertono, secondo il Meshech Cochmà, sul concetto di servire il Signore bechol meodecha, «con tutte le tue forze», cioè con tutto il tuo denaro. Infatti tutte le regole relative alle offerte hanno come base il concetto di proprietà: c'è l'offerta del singolo, del pubblico, dei soci e via dicendo. Così anche alla base del sistema giuridico ci sono le regole pecuniarie, i Nezikin, le regole dei danni.
Siamo entrati in questi giorni nel mese di Elul, quel mese che deve essere dedicato al ritorno a D-o ed al miglioramento del nostro comportamento. Mi pare che questa riflessione sia allora particolarmente rilevante.
In questo periodo noi siamo chiamati a fare un esame delle nostre vite, del nostro comportamento. Siamo chiamati a giudicarci, prima ancora che ad essere giudicati nel giorno di Rosh Hashanà. È imperativo allora capire che questo giudizio deve essere sincero, sconnesso da ogni fattore esterno, attenuante o influenza.
Dove mi trovo? Che cosa sto facendo? Sto servendo il Signore al massimo delle mie capacità? Cosa posso migliorare nel rapporto con il prossimo? Cosa nel mio atteggiamento? Cosa nell'osservanza delle mizvot?
Nel fare questo esame la bellezza della vegetazione che cresce è radiata: ci sono solo i fatti che sono come le pietre dell'altare.
L'esame di coscienza ed il miglioramento dei rapporti orizzontali sono certamente cosa importante ma c'è un altro elemento fondamentale in questi giorni: la preghiera.
La tefillà, la avodà shebalev, il culto del cuore, è il solo aspetto che ci rimane oggi della avodà del Santuario, che comprendeva anche i korbanot. In questi giorni la preghiera deve crescere non solo quantitativamente, con le selichot e le lunghe preghiere dei Yamim Noraim, ma anche e soprattutto qualitativamente.
Ebbene, quanto detto fin qui vale soprattutto per la preghiera. La preghiera non serve ad influenzare il Signore e non può essere la lista delle nostre richieste. La preghiera sincera è in primo luogo per noi. Per legarci al Signore, per ritrovarci nuovamente Suoi servitori, per tornare a Lui. La preghiera è il modo per ritrovarci, per tornare, per ritornare... per fare ritorno, fare teshuvà.
Il nocciolo della preghiera in questo mese e nei giorni di giudizio che ci attendono deve essere la nostra totale e disarmata sottomissione al Signore. Il nostro proclamarLo Re su di noi e sul mondo intero. E soprattutto il nostro voler tornare al Suo servizio.
È noto che il nome Elul viene letto come le iniziali dell'espressione del Cantico dei Cantici:
«Anì ledodì vedodì lì»
«Io sono per il mio amato ed il mio amato è per me.»
Lo Sfat Emet riporta a nome di suo nonno, il Chiddushè HaRim, un'altra interessante allusione. Dal nome Elul si formano due «lo»: lamed-alef, che significa «no», e lamed-vav, che significa «Lui».
Nel Salmo 100, il Mizmor LeTodà, al verso 3 è scritto velo anachnu con la alef, ma noi leggiamo con la vav. Ossia è scritto che noi «non siamo», ma noi leggiamo «che noi siamo Suoi», del Signore.
Il Chiddushè HaRim spiega che questo è appunto il senso di questo mese. Se noi capiamo veramente che «non siamo» e ci annulliamo dinanzi al Signore, allora siamo Suoi.
E se noi facciamo questo lavoro sulle nostre anime, «io sono per il mio amato», dice lo Sfat Emet, allora «il mio amato è per me». In maniera del tutto indipendente. Non come do ut des, ma come raggiungimento di un livello tale per il quale tutto quanto avremo dal Signore sarà sempre e solo strumento per adempiere alla Sua volontà.
Abbiamo davanti un mese intero per migliorarci. Un mese intero per imparare a dire e ad intendere con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze:
«Ascolta Israele, il Signore nostro D-o, il Signore è Unico.»