«E sarà, nel giorno in cui passerete il Giordano verso la Terra che il Signore tuo D-o ti dà, erigerai per te delle grandi pietre e le intonacherai con la calce. E scriverai su di loro tutte le parole di questa Torà quando sarai passato, in modo che tu giunga alla Terra che il Signore tuo D-o ti dà, una Terra stillante latte e miele, così come ti ha parlato il Signore, D-o dei tuoi padri.» (Deuteronomio XXVII, 2-3).

È noto che il popolo ebraico sia piuttosto refrattario ad ogni tipo di monumento.

Il mio Maestro Rav Chajm Della Rocca shlita ricorda spesso la predilezione che la Torà ha per i momenti, piuttosto che per i monumenti.

È certo un approccio ancora oggi rivoluzionario in una società che insegue le sue icone, figuriamoci all'epoca.

L'idea è che il monumento sia qualcosa di stabile, inamovibile per definizione, che stride con la dinamicità della Torà.

Il paradigma è l'Arca che, nel luogo fisso e stabile per eccellenza, il Santuario, con le sue aste infilate negli anelli è sempre pronta al movimento.

È allora veramente strano che il primo atto richiesto ad Israele con il passaggio del Giordano e l'ingresso in Eretz Israel sia l'erezione di un monumento.

Si tratta delle pietre che Israele deve estrarre dal Giordano nell'entrare in Erez Israel, impilare sulla sponda occidentale del fiume, intonacare con la calce per scriverci sopra la Torà.

La Torà deve esservi scritta chiaramente ed addirittura Rashì intende: in settanta lingue, in quello che sembra essere un vero e proprio monumento alla Torà.

Il Testo che ci comanda ciò, che abbiamo riportato all'inizio, presenta un secondo problema.

La scrittura deve avvenire beovrecha, che Rabbì Saadià HaGaon (e moltissimi altri, incluso Shadal) interpreta come «dopo essere passato».

Il Testo però prosegue dicendo che ciò è affinché, lemaan, tu giunga alla Terra.

Qui c'è un corto circuito logico.

Per scrivere il monumento devi aspettare di essere nella Terra, ma lo fai affinché tu giunga.

Ma sei già arrivato!

Per Ibn Ezrà questo allude al futuro aiuto Divino che si merita cominciando il percorso in Eretz Israel con le mizvot, e questa è la prima mizvà in assoluto da fare.

Il Ramban pur ricordando il commento di Ibn Ezrà e proponendo che forse ciò si riferisca al processo di conquista che avverrà solo dopo, suggerisce anche una diversa lettura.

Per il Ramban la costruzione del lemaan, «affinché», non è necessariamente unidirezionale.

A volte si può leggere al contrario.

Un esempio è l'«affinché si riposi il tuo servo e la tua serva come te, e ti ricorderai che servo sei stato...».

Qui per il Ramban l'effetto desiderato è che tu ricordi ed in ebraico la costruzione dell'«affinché» va letta al contrario.

Il tuo servo e la tua serva riposeranno come te, affinché tu ricordi.

Allo stesso modo nel nostro caso il fine è la Torà ed il senso è che tu entri nella Terra affinché tu possa mettere in pratica le mizvot a cominciare da questa.

Questa curiosa costruzione, comunque la si interpreti, non fa che sottolineare come l'ingresso politico-nazionale debba coincidere con un processo spirituale.

Ed è in questo contesto che si incastona il nostro strano monumento alla Torà.

Lo Shem MiShmuel propone come termine di paragone per capire meglio questo precetto, la mizvà che ha ogni ebreo di scrivere un Sefer Torà e che è doppia per il Re d'Israele.

La grande differenza è che il Sefer Torà deve essere scritto sul klaf o sul gvhil (due diversi strati della pelle, e quindi per forza su un animale, baal chajm).

Qui invece la scrittura è sulla pietra, sulla materia, domem.

Il senso, secondo l'Avnè Nezer, è che ci sia in questo un'allusione al processo con il quale la Torà penetra nel cuore.

L'idea, molto cara alla chassidut, è che le parole della Torà-Tavole debbano essere incise fisicamente sulle tavole dei cuori di ognuno di noi come è detto:

«Incidile sulla tavola del tuo cuore.» (Mishlè III, 3).

Una delle regole della scrittura del Sefer Torà è che la pelle deve essere meubbad, lavorata, altrimenti non è valida.

Questo allude al fatto che perché la Torà possa essere scritta sul cuore dell'uomo prima si deve rimuovere ogni sporcizia che ci sia.

Il problema è che la sporcizia va via solo con la Torà, ma come fa la Torà a levare la sporcizia se non può posarsi sullo sporco?

È un paradosso simile a quello delle pietre da cui siamo partiti.

Secondo il Rabbi di Sochatchov il cuore però ha due livelli, uno interiore che è intoccabile ed uno esteriore che va lavorato.

Il klaf allora assomiglia al cuore esteriore sul quale bisogna lavorare.

La Torà si posa in primo luogo sulla parte più interiore ed incorruttibile e da lì guarisce il cuore esterno e lo rende pronto a riempirsi di Torà.

Questo cuore esterno è nella misura della dinamicità propria del mondo animale.

L'interiorità del cuore invece, nella sua statica incorruttibilità, è simboleggiata dalla pietra inerte.

Il senso è che all'inizio del percorso l'impatto della Torà non è visibile all'esterno, penetra nel profondo del cuore e pulisce pian piano anche l'esteriorità, rendendoci capaci di assimilare la parte dinamica della Torà nella parte dinamica del nostro cuore e della nostra vita.

Questo livello statico, il livello profondo del cuore, è per lo Shem MiShmuel la discriminante tra i gentili e gli ebrei secondo il criterio «se ti dicono che c'è Torà tra i goim non ci credere.» (Midrash Echà).

«e perciò anche se studieranno Torà non possono raggiungere le parole della Torà, ed anche se capirà ecco che capirà solo la parte esteriore della Torà che è nella dimensione della semplice saggezza e non nella dimensione della Torà, perché da dove potrebbe cominciargli la pulizia? E pertanto i goim, anche se osserveranno le mizvot, saranno solo le mizvot comprensibili così come ha detto il Maharal su Esav che ha osservato l'onore del padre in apparenza, ma per tutte le altre mizvot non aveva nessun legame nemmeno apparente.»

Le pietre del Giordano sono allora il simbolo di quello strato del cuore più intimo e puramente ebraico che è conditio sine qua non per la Torà.

Lo Shem MiShmuel spiega che così come il popolo ebraico si è raffinato attraverso la sofferenza della schiavitù in Egitto, così la Terra d'Israele si è raffinata attraverso la sofferenza per la presenza delle nazioni cananee.

E così come Israele è stato purificato ed elevato attraverso la Torà che viene scritta nei cuori (di cui il Sefer Torà è simbolo), la Terra si purifica attraverso la scrittura della Torà nella Terra stessa, attraverso le sue pietre.

La Torà allora penetra Eretz Israel anche a livello materiale e diventa il collante tra Israele popolo ed Israele Terra.

Come noto ci sono due modi per rendere kasher una pentola.

Il più semplice è la agalà, la bollitura.

Ci sono però dei casi nei quali il contatto con il cibo proibito è avvenuto in modalità tale da rendere necessario il libbun, l'arroventamento.

Così è anche per i peccati: ci sono peccati che è più semplice rimuovere e ci sono poi quei peccati per i quali è necessario uno sforzo maggiore.

Lo Shem MiShmuel dice che la Torà, che è paragonata al fuoco, è il libbun ultimativo di ogni peccato.

Dice infatti l'Arì z"l che la parte principale della teshuvà è l'occuparsi di Torà così come il libbun è superiore ad ogni altro metodo di kasherizzazione.

È questo un insegnamento molto importante in queste giornate nelle quali ognuno di noi cerca di ritrovare la propria strada verso il Signore.

Ci sono certo tanti esami da farsi e tanto da sistemare, ma lo studio della Torà è la più grande risorsa che abbiamo e della quale tutto il resto è corollario.

Con ciò in mente possiamo apprezzare quanto il Maestro dice sullo Shofar.

Il ruolo dello Shofar è quello di stimolare il ricordo.

Eppure noi abbiamo altri casi, ad esempio il Kiddush, nel quale il ricordo è legato alla parola, zochreu bidvarim.

Lo Shofar viene dall'intimo, da un livello primordiale rispetto alla parola.

Perché il fiato e non la parola?

Perché, spiega, lo Shofar viene dall'intimo, da quel livello interiore che non ha contatto straniero.

Il profondo dal quale il suono proviene è zona totalmente ebraica.

È quel livello interiore di cui sopra nel quale la Torà penetra senza restrizioni e che poi a sua volta impatta tutto il resto dell'esperienza umana.

Dinanzi ad ogni accusa lo Shofar ci riporta a quel livello primordiale che è nel cuore di ogni ebreo, che è inattaccabile da ogni peccato.

Un livello di purezza incorruttibile.

All'inizio dell'anno, così come all'inizio dell'ingresso in Eretz Israel, e prima di poter lanciarci nel dinamismo dell'anno dobbiamo trovare la staticità, dobbiamo fermarci e trovare il nostro io più profondo.

Rosh HaShanà è il giorno del corno piegato perché noi dobbiamo essere piegati su noi stessi se vogliamo poi aprirci come la Meghillà il giorno di Kippur.

Potremmo allora dire che è vero, la Torà non ama i monumenti, ma qui il vero monumento è la comprensione profonda che ci deve essere come premessa ad una vita in Eretz Israel, e che questa ha un senso quando la Torà penetra le pietre e persino la materia inerte si riempie della parola del Signore sicché i cuori si aprano ad una condotta pura.