«Voi siete presenti tutti quanti oggi dinanzi al Signore vostro D-o…»
(Deuteronomio XXIX, 9)
La Parashà di Nizzavim, la prima delle due Parashot che a D. piacendo leggeremo questo Shabbat, si legge sempre nello Shabbat che precede Rosh HaShanà e dunque nell’ultimo Shabbat dell’anno.
Rashì in loco commenta:
«Voi siete presenti: ci insegna che Moshè li ha radunati dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia nel giorno della sua morte, per farli entrare nel patto.»
Già in passato abbiamo notato come sia curioso che il momento nel quale il popolo si muove da un parnas ad un altro, da Moshè a Jeoshua, nel quale cioè viene traghettato da un'epoca ad un'altra, sia il momento della stabilità – nizzavim.
Ed abbiamo ricordato quanto dice lo Sfat Emet in loco a nome del nonno, il Chidusè HaRim:
«Ho ascoltato dalla bocca del mio Maestro e Nonno, sia il Suo ricordo di benedizione, che è stata stabilita la Parashà di Nizzavim alla fine dell’anno, così come hanno detto [i Saggi] sia il loro ricordo di benedizione, “quando sono passati da un parnas (leader) ad un altro, li ha resi una stele (mazzevà - dalla stessa radice di nizzavim)”. Così anche ogni anno c’è una conduzione particolare e si deve fissare alla fine dell’anno ciò che si è rinnovato in quest’anno in modo da passare da un ordine annuale all’altro.»
Nel momento del movimento si deve saper trovare la stabilità.
Vorrei provare a spiegare questo concetto sulla base di una sugjà, un passo, del Trattato di Eruvin. Gran parte del trattato è dedicato al concetto di tchum dello Shabbat (e delle feste).
Uno dei concetti fondamentali dello Shabbat è che la "roccaforte del tempo" si mantiene anche attraverso la determinazione del suo spazio. Iddio ci ha creato in un mondo multidimensionale e pertanto la nostra astensione dalle attività di questo mondo nello Shabbat passa per la limitazione dello spazio nel quale è permesso muoversi di Shabbat.
Attenzione: non parliamo qui del concetto del trasporto e dell’eruv, ma del semplice movimento della persona.
Secondo la Torà l’ebreo shovet, cessa, ossia stabilisce il luogo nel quale passerà lo Shabbat. Questo luogo ha delle misure ben precise: 2.000 ammot (circa un kilometro) in ogni direzione, quattromila ammot quadrate.
Ciò significa che una persona che ipoteticamente si trova in un campo aperto e lì stabilisce la sua shvità, può muoversi per duemila ammot in ogni direzione, che si misurano dal confine dello spazio che la persona occupa, stabilito in quattro ammot.
Se però la persona shovet in una città, tutta la città è considerata il luogo della sua shvità, e le duemila ammot si misurano dal confine della città.
Ma come si misura il confine della città?
A volte oltre il limite della città ci sono degli edifici isolati e la regola vuole che quando questi si trovino entro 70 e ⅔ ammot dal limite della città, non solo essi vengono inclusi, ma si traccia una linea immaginaria sicché i confini della città siano sempre quadrati o rettangolari.
Una baraità riportata a pagina 55b di TB Eruvin, elenca quegli edifici che pur trovandosi in prossimità del limite della città non ne modificano il limite e quindi il tchum. Si tratta di quegli edifici che non sono luoghi di abitazione fissa, ad esempio edifici funebri diroccati, ponti, pozzi o persino Sinagoghe che non includano una dimora per lo shammash o addirittura un luogo di culto di un altro credo che non abbia una dimora per i preti.
Uno dei casi più affascinanti è certamente però la casa che è sulla barca. Le houseboats dell’epoca del Talmud!
Visto che la barca si sposta, anche se uno ci abita in pianta stabile, non si considera fissa dimora ai fini del tchum.
A questo punto Rav Hunà introduce nella lista anche yoshevè trzrifin, coloro che abitano in delle capanne che Rashì rende come capanne di frasche che non sono stabili e quindi non considerate dimora fissa. Pertanto persino se c’è una città di capanne, essa non può essere considerata un luogo solo ed ognuno si misura le quattromila ammot quadrate dalla porta della propria capanna.
Rav Chisdà obbietta: è scritto
«E si accamparono sul Giordano da Bet HaIeshimot fino ad Avel HaShitim.»(Numeri XXXIII, 49)
Si tratta dell’ultima tappa delle peregrinazioni d’Israele nel deserto riportate nella parashà di Massè.
Ora noi abbiamo una testimonianza di Rav Raba bar Bar Channà il quale dice di aver visto il posto ed esso è di tre parsaot quadrate. Una parsà sono ottomila ammot e quindi l’accampamento era molto più grande delle quattromila ammot.
Ora noi abbiamo un insegnamento di un'altra baraità circa il comportamento di coloro che dovevano andare in bagno. Essi dovevano uscire dall’accampamento in modo da essere fuori dalle nubi della Gloria, ma non potevano comunque uscire da una qualsiasi direzione, ma solo dal retro.
Il concetto è che si vuole evitare che in un futuro spostamento, che poteva avvenire in ogni momento, il popolo e l’Arca marciassero sopra gli escrementi. Per evitarlo la direzione nella quale si usciva per le necessità era quella dalla quale si veniva, il retro dell’accampamento secondo il criterio che non si sarebbe tornati sulla stessa strada.
Da tutto ciò si evince che una persona che abitava da un lato dell’accampamento poteva dover percorrere ben più di duemila ammot dalla porta di casa per arrivare ai bagni e da qui che per forza di cosa dobbiamo concludere che l’accampamento nel deserto era considerato città e quindi stabile.
Ciò stride con quanto dice Rav Hunà perché chiaramente nel deserto abitavano in capanne!
Ravà risolve la contraddizione:
«Visto che è scritto di loro “per Bocca del Signore si accampavano e per Bocca del Signore ripartivano”, è come se si fossero accampati stabilmente».
Dietro l’idea di Ravà c’è una profonda base filosofica. I Maestri insegnano che Iddio è chiamato Maqom, Luogo e che «Egli è il Luogo del Suo mondo, ma il Suo mondo non è il Suo Luogo». Iddio che è fuori dallo spazio rende possibile lo spazio nel quale il mondo esiste.
Iddio è la Rocca, HaTzur, ciò che è stabile per eccellenza. Attaccandoci a Lui noi troviamo la nostra stabilità. Noi ci fissiamo attraverso il Signore seguendo le sue mizvot.
E perciò, dice Ravà, quantunque un accampamento di capanne non sia una città ed ogni capanna stabilisca tchum a sé, non possiamo dire lo stesso per l’accampamento del deserto, perché se è il Signore stesso a spostarlo, il Luogo dove Egli lo vuole, quello è l’epicentro.
Pensiamoci. Il Santissimo, il luogo dell’Arca, si è spostato ad ogni tappa. Quello che ieri era il Kodesh HaKodashim nel deserto, domani non ha nessuna sacralità e ci si può persino andare per le necessità. Lo stesso per il Monte Sinai: un istante dopo la rivelazione sinaitica torna un monte come gli altri.
Solo in Eretz Israel l’Arca e la Presenza Divina trovano un luogo di permanenza stabile e perenne. Solo il Monte Morià è santificato per sempre. Ed il concetto è che è la Torà che stabilisce l’epicentro del tchum.
Stabilendo una riflessione sul concetto di stele – Matzevà, nizzavim – nello Shabbat prima di Rosh HaShanà i Saggi ci hanno aperto la porta della teshuvà.
Lo Sfat Emet dice:
«La parte principale della Teshuvà non è circa la trasgressione vera e propria, ma che l’uomo deve tornare a riattaccarsi alla sua radice. E di ciò hanno detto i Saggi z”l che essa giunge fino al Trono della Gloria, ovvero che dobbiamo tornare alla parte che ha ogni uomo, anima che è parte del divino superiore, come è detto “fino al Signore Tuo D.”.»
Noi dobbiamo ritrovare l’epicentro dell’Universo, la Torà, e dobbiamo altresì capire che essa è in primo luogo nel baricentro delle nostre persone. Quando troviamo in noi la Torà, nel nostro pezzetto di anima che è parte della collettività d’Israele che è una cosa sola con la Torà ed il Santo Benedetto Egli Sia, allora troviamo la stabilità.
In un concetto caro ai Maestri della Chassidut, noi siamo dove sono i nostri pensieri. E se i nostri pensieri sono nella Torà allora noi troviamo quella stabilità che è intrinseca alla Torà stessa ed al Signore che ce l’ha donata.
L’augurio è allora che ognuno di noi, e tutti noi assieme, sappia trovare la stabilità della Torà che è nel suo perenne movimento.