«E mi adirerò con lui in quel giorno, e li lascerò e nasconderò la Mia faccia da loro e sarà preda. E lo raggiungeranno molti mali e calamità; e dirà in quel giorno: "Ecco, non è altro che perché non è il mio D. in mezzo a me, che mi hanno raggiunto questi malanni".»
(Deuteronomio XXXI, 17)
Secondo molti Maestri questa constatazione di Israele, «ecco, non è altro che perché non è il mio D. in mezzo a me, che mi hanno raggiunto questi malanni», è una forma di viddui, di confessione dei peccati.
Il viddui è un elemento molto importante di queste giornate e, come noto, è parte centrale tanto delle Selichot quanto delle preghiere di Kippur.
In passato ci siamo occupati ampiamente del tema, in particolare commentando il verso:
«E confesseranno la loro colpa che hanno fatto e restituirà l'ammontare della colpa ed aggiungerà ad essa la sua quinta parte e lo darà a colui nei confronti del quale si è reso colpevole.»
(Numeri V, 5-7)
Il Rambam (Hilcot Teshuvà I, 1) ed il Sefer HaChinuch (mizvà 363) imparano infatti da questo verso la mizvà stessa del viddui, il precetto di confessare i propri peccati.
Il Rambam stabilisce dunque questo verso come la radice stessa del processo della Teshuvà, del ritorno a D..
Il Sefer HaChinuch espone esaurientemente il percorso legislativo che la Torà compie nell'indicarci il precetto di confessare le colpe e conclude che la trasgressione dei precetti negativi, così come l'inadempimento ai precetti positivi, comporta l'obbligo di recitare il viddui.
Dopo ogni trasgressione o dopo ogni occasione persa di adempiere ad una mizvà è necessario confessare la propria colpa.
Ciò è applicabile tanto per le colpe grandi quanto per quelle piccole.
Persino i condannati a morte hanno l'obbligo di pentirsi, come impariamo nella Mishnà (TB Sanhedrin 43b):
«Quando [colui che doveva essere lapidato] si trovava a dieci ammot dal luogo della lapidazione gli si diceva: "Confessa!", poiché tutti i condannati a morte si confessano. Poiché chiunque si confessa ha parte nel mondo futuro...»
Non solo.
Persino il malato terminale viene fatto confessare, come impariamo nel trattato di Shabbat al capitolo Bamè Madlikin (TB Shabbat 32a):
«Hanno insegnato i nostri Maestri in una Barajtà: "Chi è ammalato e sta morendo gli dicono [coloro che gli stanno attorno]: 'Confessa!', poiché [abbiamo imparato nel trattato di Sanhedrin] che tutti i condannati a morte si confessano".»
Ed infatti troviamo nei nostri libri di preghiere, tra le preghiere per il moribondo, la confessione dei peccati.
Due sono gli elementi fondamentali nella confessione, così come li definisce il Sefer HaChinuch.
Il primo è che confessando il torto fatto l'uomo riconosce che Iddio vede tutto e ne riconosce l'autorità come legislatore e come giudice.
Il secondo è invece l'elemento didattico che è nella confessione, ossia che nell'autodenunciare i propri errori l'uomo stia ben attento a non cadervi nuovamente.
Diremmo allora che la confessione guarda da una parte a sanare una situazione nel passato, dall'altra a migliorare il nostro approccio per il futuro.
Rav Friedlander spiega in proposito che la parola viddui ha due radici.
In primo luogo proviene dalla radice yud-dalet-hei, che significa «riconoscere»: colui che confessa riconosce la colpa.
La seconda radice la si impara dalla Meghillat Echà (III, 53): «Vayadù even bi», «hanno scagliato pietre contro di me».
Ecco allora che il viddui è anche scagliare lontano i propri peccati attraverso una confessione che provenga dal più profondo del cuore.
Forse anche per questo c'è un'ulteriore duplicità nella confessione: la confessione al plurale, quella del pubblico, è ad alta voce e di pubblico dominio. La confessione dell'individuo è invece celata, come dice David: «beato colui che cela la colpa, ed il cui peccato è coperto».
Le proprie colpe vanno confessate in primo luogo al Signore ma soprattutto a sé stessi. Non è bene parlare pubblicamente delle proprie colpe.
Se Israele allora si rende conto dei problemi e denuncia la propria distanza dal Signore sta facendo un viddui.
La domanda però, la pongono molti Rishonim, è come mai il verso successivo al nostro verso fonte torna a parlare del nascondersi del Signore?
Perché dopo il viddui non c'è riconciliazione?
Lo Shem MiShmuel propone una risposta sulla base di un insegnamento del padre, l'Avnè Nezer.
Il problema è che la teshuvà d'Israele qui è solo sul «corpo della trasgressione», ovvero sulla trasgressione stessa. Non sulla radice della trasgressione.
I peccati non nascono nel vuoto.
Il peccato vero e proprio non è che l'atto conclamato di un percorso negativo cominciato molto prima.
Il problema di fondo, dice il Rabbi di Sochatchov, è che se noi guardiamo solo al peccato in sé e non ne cerchiamo le radici profonde non andiamo lontano.
Il testo dice «poiché si è rivolto ad altre divinità».
Rashì sostiene, sul verso «non rivolgetevi agli dei», che «se ti rivolgi, alla fine li farai delle divinità».
Non è ancora avodà zarà, ma è da lì che si comincia.
Al tifnù, ki panà, usano la radice lifnot, volgersi verso.
Non c'è nessun movimento verso, solo la direzione.
Potremmo dire che questa radice indica il considerare, il relazionarsi.
Come detto non c'è nessun peccato, ma è l'inizio di un percorso negativo.
Per spiegarlo lo Shem MiShmuel commenta un famoso verso di Isaia, che nella nostra tradizione italiana si recita come conclusione della Haftarà in presenza di uno sposo.
Nella parabola dell'amore uomo-donna, D.-Israele, Iddio «mi ha vestito con delle vesti di salvezza, di un manto di giustizia mi ha ammantato».
Lo fa basandosi su un insegnamento dell'Ahavat Jonathan, che propone che Iddio fa delle seicentotredici mizvot un manto di giustizia, mentre le vesti di salvezza derivano dal santificati in ciò che ti è permesso.
È possibile essere malvagi con il permesso della Torà, ovvero l'esecuzione delle mizvot di per sé non è garanzia di una condotta morale perché si può certo trovare il modo di essere conformi alla Legge ma sostanzialmente di comportarsi male.
Per questo la Torà ci chiama a santificarci anche in ciò che ci è permesso, al non eccedere, alla moderazione.
Lo Shem MiShmuel però rovescia la prospettiva.
Il vestito è a misura degli arti e pertanto è parallelo alle mizvot che sono paragonate agli arti del corpo.
Il manto invece copre tutto, è generale, e pertanto è parallelo alla santificazione in ciò che è permesso come approccio generale.
Il risultato della lettera della legge è la salvezza, così come è intesa la salvezza del mare, che non caddero nelle mani degli egiziani.
La santificazione in ciò che è permesso ci porta ad un livello superiore: così come noi andiamo oltre la shurat hadin, la linea della legge, così il Signore si comporta con noi e ci concede
«una grande luce che avvolge tutto che si chiama "manto di giustizia", così come la giustizia che è senza limiti: "gli darai dando", persino cento volte...».
Per lo Shem MiShmuel allora il relazionarsi con le altre divinità, prima della proibizione, è nella sfera di «santificati in ciò che ti è permesso», sulla base della discussione in TB Shabbat 149a.
Ecco allora che la teshuvà di Israele espressa nel verso è parziale, nel senso che concerne le trasgressioni stesse, ma non il non essersi santificati in ciò che è permesso, allontanando le trasgressioni ed evitando del tutto il percorso di discesa.
«E questa è una grande lezione per l'uomo, il sapere che nei giorni della teshuvà la cosa principale è accettare su di sé di santificarsi in ciò che è permesso da oggi in poi e si dolga il suo cuore per il passato e non gli basti l'impegno per i "corpi delle mizvot", e si istruisca e sappia fin dove la questione arriva.»
Da qui potremmo aggiungere tutti quei minaghim e comportamenti di particolare attenzione riservati a questi giorni, come l'uso di fare attenzione al pane, che sia cotto da un ebreo, anche se non si fa attenzione a ciò tutto l'anno.
Si parla di cose altrimenti permesse, nelle quali cerchiamo la santificazione.
Una nota conclusiva su quanto dice lo Shem MiShmuel.
Il richiamo alle divinità rischia di sminuire la questione.
Tutti noi pensiamo di essere assolutamente immuni a questo rischio!
Il brano in TB Shabbat 149a dice «al tifnù el midaatchem», apparentemente potrebbe indicare la volontà nell'atto di guardare un'immagine.
Rashì però dice: «non guardate le cose che fate voi secondo la conoscenza del vostro cuore».
E così altri Maestri leggono in ciò un invito al non guardare le azioni umane.
La vera radice dell'idolatria, soprattutto oggi, non è (solo) la statuetta o l'immagine.
È il mettere l'uomo e le sue azioni al centro di tutto.
Quando noi ci preoccupiamo sempre e solo delle azioni dell'uomo e delle idee umane, dei successi e degli insuccessi, magari non facciamo nessuna trasgressione ma rischiamo di entrare in un circolo vizioso dal quale uscire è difficilissimo.
La Torà ci vuole concentrati «a tempo pieno» sul servizio del Signore ed anche quando siamo giustamente immersi nella materialità dobbiamo sempre aver in mente che stiamo solamente servendo il Signore.