“E disse il Signore ad Avram ‘Vai per te dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso la terra che ti mostrerò.’” (Genesi XII, 1).

Con la Parashà di questa settimana si apre la storia del popolo ebraico, una storia fatta di una tremenda solitudine fin dalle prime battute.

Si apre con colui che si dissocia: Avram HaIvrì, Avram l’ebreo. Secondo l’etimologia della parola Ivrì (che ha nella radice il concetto di ‘al di là di’) i Maestri spiegano che è così chiamato perché tutto il mondo era da una parte e lui era dall’altra nell’episodio della Torre di Bavel.

L’essere minoranza di Avraham diventa il paradigma dell’esistenza ebraica. Non è questa una scelta scontata. La maggioranza, il collettivo, la democrazia, hanno delle profonde radici nell’ebraismo.

Rabbì Shimshon Refael Hirsh lo spiega in un modo straordinario.

‘Ed in verità è posto sul pubblico il compito di rappresentare dei valori eccelsi ed in base a questo presupposto anche l’ebraismo pone un estrema importanza nel collettivo e proibisce separarsi dal pubblico. Eppure all’inizio dell’ebraimso è detto ‘Vai per te’, ‘vai per conto tuo’, e questo è un valore ancora più eccelso. Non c’è uomo che sia in diritto di dire: ‘Io sono giusto e retto secondo la moda’. Ognuno è responsabile di sé stesso dinanzi al Signore. Se ce n’è la necessità e l’approccio della maggioranza non è verità, servi il Signore per conto tuo! Questa è la consapevolezza che è stata richiesta ad Avraham come risultato della sua vocazione e della vocazione del suo popolo’.

Non è quindi una rinuncia al collettivo, tutt’altro. Eppure, dice Rav Hirsh, il collettivo è legato alla provenienza sia essa la terra o la famiglia e questi sono legami fortissimi. Ma il legame che ogni singolo ha direttamente con il Santo Benedetto Egli Sia è più forte ancora.

Mio zio, Rav Reuven Riccardo Pacifici zz’l Hy’d commenta:

‘Dall’esame di questi episodi emerge anzitutto un fatto, una verità, una caratteristica che dà fin d’ora un’impronta originale alla storia religiosa d’Israele; il fatto è questo: Abramo non è un mistico, non è un visionario, non è un uomo che è pervenuto alla conoscenza dell’Unico Dio attraverso l’ascesi o il distacco dal mondo, no. Abramo è un uomo che vive in mezzo al mondo in mezzo agli uomini, è un uomo che vive in un’epoca e in un mondo in cui gli uomini erano molto lontani da quell’idea che egli andava proclamando, egli vive in quell’epoca successiva alla generazione che aveva costruito la torre di Babele, e che quindi viveva nel culto dell’ambizione e della forza, rinnegando i più alti valori umani e Divini: ebbene, Abramo è la vivente protesta contro questo mondo, Abramo è il primo isolato, è il primo ad annunciare un nuovo verbo che non sarà mai più destinato a mutarsi; Abramo sente di ricevere da Dio la missione di annunciare in un mondo avverso, la verità di Lui, la unicità di Lui, la fede in Lui. È perciò che la Parashà si inizia con quella che si potrebbe chiamare la vocazione di Abramo e l’esordio solenne di essa, traccia già a grandi linee la figura di Abramo, la posizione di lui di contro al mondo: “Lekh Lekhà”, va per conto tuo dalla tua terra, dalla tua città, dalla casa di tuo padre, va verso la terra che ti mostrerò (Genesi, XII, 1). Tutta la storia di Abramo e della sua progenie è già racchiusa in questo verso, in questo solenne imperativo che mette subito a dura prova la preparazione di Abramo: lasciare tutto, proprio tutto, la patria, la famiglia, l’ambiente per andar dove? Dove egli non sapeva, ma dove Iddio l’avrebbe guidato; non è già questa una prova di illimitata fiducia in Dio?

“Lekh lekhà” vattene per tuo conto, staccati da questo mondo idolatrico e segui la tua vocazione, il tuo istinto, il tuo mondo spirituale: conservalo, accrescilo, siine geloso e, soprattutto, preservalo nonostante l’ambiente avverso. In questo imperativo c’è già tutta la storia di Abramo; comincia la prima di una serie di dure prove alle quali Abramo sarà sottoposto e che si realizzeranno in mezzo al mondo, in mezzo alla vita degli uomini; sono prove in occasione delle quali Abramo dovrà sempre dimostrare di essere fedele al suo isolamento, al suo “Lekh lekhà” che è la prima parola della sua vita. Ed Abramo infatti supererà tutte queste prove, sarà sempre, in ogni occasione, fedele all’idea e fedele a Dio, dimostrerà di essere il primo creatore, il primo artefice di quella ‘emunà’, di quell’abbandono alla volontà del Signore che dovrà essere la forza sua e dei suoi figli; egli sarà davvero il primo uomo religioso, il primo uomo che si appoggia a Dio, e sarà così fonte di benedizione per l’umanità.”

La solitudine diventa veramente la grande qualità d’Israele.

“Ecco un popolo che dimora solitario, e tra i popoli non viene contato.” (Numeri XXIII, 9).

La solitudine di Israele rispetto alle genti è una condizione esistenziale. La sua unicità è un concetto sacro. I nostri Maestri insegnano che essa è il contenuto dei Tefillin che indossa il Santo Benedetto Egli sia (TB Berachot 6a,) , quasi che per assurdo l’unico metro di paragone per l’unicità d’Israele sia l’unicità del Signore. Tale è la rilevanza di questo concetto da rappresentare il cuore stesso della preghiera di minchà dello Shabbat, forse l’apice del calendario ebraico.

Eppure nell’idea di Rav Hirsh questa solitudine non è solo nel rapporto tra Israele e le genti. Può essere anche interna al servizio del Signore. Credo che questa affermazione sia molto interessante per una comunità come quella italiana con una sua tradizione strutturalmente minoritaria. Tale condizione per altro è ancora più evidente per coloro che hanno fatto la alyà e che, leavdil, continuano per certi versi ad essere minoranza anche qui.

Ebbene dice Rav Hirsh:

“Ognuno è responsabile di se stesso dinanzi al Signore. Se ce n’è la necessità e l’approccio della maggioranza non è verità, servi il Signore per conto tuo!”

Forse questo però parafrasando Rav Hirsh può essere vero anche se l’approccio della maggioranza è una verità, ma non la tua verità. Spesso infatti ci troviamo in situazioni nella quale l’approccio legittimo di una delle componenti del popolo d’Israele è una possibile verità ma certo non la sola. Non parlo certo di idee al di fuori della halachà, quando di strade diverse nel solco della tradizione. Ebbene, il senso del ‘Lech Lechà’ è non aver paura di cercare la tua strada, il tuo percorso e la tua verità. Ognuno è responsabile di se stesso dinanzi al Signore.