“E prenderò una pagnotta e rifocillerete il vostro cuore, poi passerete, poiché per questo siete passati sul vostro servo; e dissero: fai così come hai parlato”. (Genesi XVIII, 5).

L’incontro tra Avraham ed i tre angeli è regolato dal concetto del passaggio. I nostri Maestri associano a questa idea la consequenzialità ma anche l’ineluttabilità. Visto che siete passati, passate. Visto che siete qui non è un caso ed allora…

Non si può però leggere questo passaggio senza tener conto di ciò che segue: gli angeli passano da Avraham per poi andare a distruggere Sdom.

Mio zio Rav Reuven Riccardo Pacifici zz’l Hy’d lega in maniera fortissima questi due momenti:

Non è certo a caso che la Torà ha collegato con un’arte narrativa impareggiabile i due episodi che ci presentano in modo netto e preciso il divario insanabile tra questi due mondi: uno dei quali appena sorgente all’alba della vita, l’altro sull’orlo dell’abisso e della catastrofe ove viene trascinato dall’imperdonabile depravata condotta di coloro che ne sono i protagonisti. A chi bene intenda il significato profondo della semplice narrazione il quadro di questi due mondi, l’uno in rovina, l’altro in ascesa apparirà semplicemente grandioso: mentre la vita si annuncia alla soglia della tenda di Abramo, mentre una nuova vita sta per sorgere, l’ombra della distruzione si delinea nel cielo della Pentapoli: il tramonto di Sodoma sta dinanzi alla tenda di Abramo! La vita di questi due mondi è dominata dalla presenza di quegli esponenti della divina volontà che presiedono alla vita degli uomini: sono gli angioli, gli stessi angioli, gli stessi messaggeri dalla cui bocca Abramo riceve l’annuncio della continuità della stirpe, sono gli stessi angioli che portano a Sodoma la condanna della città peccatrice; è la stessa volontà di Dio che regola gli avvenimenti, anzi v’è di più: la Parashà solleva anche il velo del tragico destino di Sodoma agli occhi di Abramo, la Parashà presenta, al centro dei due episodi terreni - ad elemento coordinatore di entrambi - il colloquio tra Abramo e lo Spirito della Universale Giustizia, quel colloquio dal quale emergono i criteri che sono alla base di quella Giustizia e che rendono indifferibile la distruzione di Sodoma. (Rav Reuven Riccardo Pacifici, Discorsi sulla Torà)

Gli angeli allora come testimoni di questa dicotomia tra due situazioni opposte.

Il Talmud invece usa il nostro verso per dire tutt’altro.

In TB Nedarim 37b sono elencate a nome di Rabbì Izchak, alcune caratteristiche del Testo Biblico che sono halachà leMoshè miSinai. una regola data a Moshè sul Sinai. Tra queste la Mikrà Soferim, ossia il modo preciso in cui va letto il Testo, e ciò che è scritto ma non si legge e ciò che non è scritto e si legge. C’è poi l’ittur Soferim. L’abbellimento del Testo.

Ma cos’è l’abbellimento del Testo?

La Ghemarà elenca tre esempi collegati. Il primo è il nostro verso. Rashì spiega che il Testo poteva evitare la parola achar, dopo. Avrebbe funzionato lo stesso. Ma la lingua è più bella così ed è halachà leMoshè miSinai, che ci sia una parola apparentemente superflua. Perché la Torà sia bella. Perché la lingua sia bella. Gli altri due esempi, in modo straordinario sono ancora legati all’uso della parola achar. Il secondo è relativo alla discussione del servo con Lavan e la madre. Rivkà dovrebbe restare per un po’ e poi andare. L’altro esempio è nella storia della lebbra di Miriam che prima viene rinchiusa e poi raccolta.

È curiosa questa riflessione sulla bellezza del Testo e questo legarla alla consequenzialità. Al poi.

In un gioco di scatole cinesi mi sembra si possa dire che questa bellezza del Testo è anche autodescrittiva.

Nel caso degli angeli, un istante dopo Sarà torna ad avere il ciclo ed una bella pelle. Nel caso di Rivkà si discute del periodo per preparare il corredo ed i monili, oggetti di bellezza. E nel caso di Miriam, la sua pelle torna sana e bella dopo la tzaraat.

Nel continuo processo di vestizione della Torà il concetto della bellezza del Testo si realizza attraverso parole solo apparentemente superflue che descrivono la bellezza delle nostre Madri.

Il dopo, quello che verrà diviene la proiezione del momento presente e forse è proprio su questo che il Talmud vuole porre l’accento. La bellezza non è nei monili che verranno o nella pelle che tornerà come prima. La bellezza è nel momento presente in cui si realizza il senso di un processo.

‘Non c’è un prima ed un dopo nella Torà’ Pesachim (6b)

forse perché la bellezza della Torà è in quel momento sospeso nel quale apprezziamo una parola che è halachà leMoshè miSinai anche se apparentemente non serve a niente.

Con lo stesso criterio i nostri padri hanno sempre cercato di far bella la Torà. Hanno cercato l’iddur mizvà il modo più bello e preciso di fare la mizvà. Questo è il mio D. e lo renderò bello, che i Saggi intendono ad esempio di farsi un bel lulav e dei bei strumenti di mizvà.

L’amore per la Torà è anche lì. Nel cercare la bellezza di una Sinagoga, di un drappo per il Sefer ma anche di un ragionamento, di un concetto, di una mizvà.

Su questo punto mi sembra che la tradizione italiana non sia veramente seconda a nessuno. Le nostre comunità anche in periodi tutt’altro che facili hanno saputo custodire gelosamente la bellezza dei propri riti, dei propri oggetti e delle proprie idee.

Possa questo ed altro continuare ad essere il nostro retaggio.