“E dissero: ‘Chiamiamo la ragazza e chiediamo il suo parere.’” (Genesi XXIV, 57).
La parashà di questa settimana ci proietta nell’antico mondo dei parenti di Avraham. Gran parte di essa tratta infatti dell’impresa del servo, che i Saggi indicano come il saggio Eliezer, che va in Mesopotamia a cercare moglie per Itzchak e torna con Rivkà nostra madre.
Si tratta, lo diremo subito, di un matrimonio un po’ particolare per tanti motivi. Non ultimo quello di utilizzare lo strumento dell’inviato come ‘broker’. C’è la questione aperta dell’età di Rivkà (che forse era molto piccola) e tanti altri dettagli ‘strani’ che fanno però paradossalmente di questo episodio una delle fonti principali per il diritto matrimoniale ebraico.
Il criterio, caro alla Mishnà, è che è proprio il caso limite o insolito che aiuta a definire le regole. La vita dei nostri padri è Torà forse proprio nella sua inusualità. Essi con il loro comportamento hanno scritto pagine vive di Torà e di ciò abbiamo certamente parlato più volte.
Anche la dignità fondamentale della donna e l’importanza della sua volontà si impara da Rivkà nostra madre. Rashì commenta il nostro verso dicendo “Da qui che non si sposa una donna altro che con il suo consenso”.
Vorrei allora cogliere quest’occasione per parlare di un argomento estremamente attuale, quello delle agunot. Ovvero di quelle donne che per vari motivi non riescono a sciogliere il loro vincolo matrimoniale ottenendo un ghet, divorzio, e rimanendo di conseguenza in un limbo insostenibile. Non possono andare né avanti né indietro. È un tema del quale, almeno in Israele, si parla sempre di più eppure mai abbastanza. Una delle tesi è la sostanziale impotenza della halachà in determinate condizioni. C’è chi invece propone delle soluzioni halachiche coraggiose tirandosi dietro le critiche di altri. Lungi da me l’idea di poter proporre soluzioni in questo tema o esprimere un giudizio, non ho certo gli strumenti. Credo però che sia un nostro dovere fondamentale come ebrei quantomeno parlare con cognizione di causa e chiedere (e se diviene necessario pretendere) dai nostri Maestri delle risposte a domande puntuali e rispettose.
Confesso di essere stato assolutamente ignorante degli elementi chiave di questa situazione fino a che, pochi giorni fa, un caso umano particolarmente toccante che ho conosciuto direttamente non mi ha spinto a studiare, almeno per provare a capire quali sono le domande da farsi e da fare.
Uno dei contributi più interessanti in questa discussione è quello di Rav Shlomo Riskin shlita, Rabbino Capo di Efrat.
Rav Riskin introduce il discorso con alcuni concetti basilari del diritto matrimoniale ebraico. Il primo è quello della simmetria.
Secondo il Chatam Sofer infatti c’è nei kiddushin una componente simmetrica del baratto. Il marito e la moglie si ‘vendono’ reciprocamente: il marito ‘vende’ i tre impegni degli alimenti, dell’abbigliamento e delle relazioni sessuali previsti dalla Torà e la moglie ‘vende’ l’unicità della propria relazione sessuale prevista dalla Torà alla quale i Saggi hanno aggiunto gli introiti del suo lavoro. Esiste dunque una simmetria.
Ciò nondimeno la stessa Torà ha creato una asimmetria strutturale negli atti fondamentali che legano e che sciolgono la coppia. È infatti l’uomo il soggetto attivo negli erusin, la prima fase del matrimonio: ‘è lui che dà, è lui che dice’ (Kidushin V, 2); nei kidushin, la seconda fase, è l’uomo che fa entrare la donna nella sua casa-chuppà (Even HaEzer 61, 1) ed in caso di divorzio la Torà ha espressamente detto “e scriverà per lei un libro di ripudio e lo metterà nella sua mano”.
Forse il motivo è nel fatto che l’uomo è biologicamente la componente attiva della relazione, forse è perché è lui che riceve il precetto della procreazione e nonostante tutto ciò, dice Rav Riskin, persiste un bilanciamento di fondo, se non una simmetria perfetta in tutte le fasi ed alcuni di questi bilanciamenti sono addirittura di istituzione rabbinica. Il primo criterio, lo abbiamo visto, è che la donna deve essere consenziente. Il secondo è la ketubà che stabilendo le regole e gli indennizzi in caso di divorzio evita i ‘ripudi frettolosi’ (Ketubot 10, 1), ovvero impedisce di fatto al marito di ripudiare la moglie con troppa facilità. Un altro criterio, forse ancora più forte, è che per quanto la Torà non richieda il consenso della donna per il ghet ed in teoria essa può essere ripudiata suo malgrado, più di mille anni fa Rabbenu Ghershom Meor HaGolà, ha stabilito che non si può dare il ghet senza il consenso della moglie.
Resta il fatto che per la Torà è l’uomo che deve dare il ghet. Quando questi si rifiuta contrariamente all’opinione del Tribunale, la regola è che il Tribunale lo percuote fino a quando questi non dice: ‘Io voglio’. Ma il Rambam ricorda che noi sappiamo bene che l’uomo non è responsabile per quanto estortogli sotto tortura! È diverso qui. Lui sa qual è la regola e sa anche che egli vuole essere ebreo. Lui vuole darle il ghet, ma il suo istinto del male sta vincendo su di lui. Il tribunale lo sa e capisce dunque, meglio dell’ebreo, quello che l’ebreo stesso vuole.
Da qui che esiste una responsabilità del Tribunale che può sanzionare il marito per costringerlo a dare il ghet. Nella diaspora al giorno d’oggi i poteri del Bet Din in questo senso sono per ovvi motivi molto limitati. In Israele in alcuni casi si arriva a sanzioni economiche importanti, al ritiro del passaporto e talvolta anche al carcere.
Ci sono però dei casi nei quali anche tutto ciò non basta ed il marito sfrutta questa sua posizione di forza (che era invece intesa come responsabilità) che la Torà gli ha dato e magari è disposto a subire le sanzioni pur di bloccare la donna impedendogli il ghet. In altri casi il marito è fuori dalla portata del Tribunale, magari fugge all’estero e basta entrare nel sito internet dei tribunali rabbinici israeliani per trovare una lista di ricercati con tanto di foto segnaletiche che sembrano prese dal sito dell’FBI.
Cosa può fare l’halachà in questi casi?
Una prima opzione è trovare dei vizi di forma nel matrimonio, sciogliendolo ipso facto. Ad esempio trovando errori di forma nella Ketubà o nella cerimonia o addirittura nei testimoni. Va da sé che è un’opzione abbastanza debole.
Una sua estensione è invece il concetto di Kiddushè Taut. In questo caso c’è stato un errore di fondo nel matrimonio del quale il Bet Din deve prendere atto, ed allora in realtà il matrimonio non c’è mai stato. Rav Moshe Feinstein spiega che ci sono quattro criteri perché l’errore sia considerato abbastanza forte da annullare il matrimonio:
- deve essere un qualcosa che precede il matrimonio stesso;
- deve essere divenuto noto al coniuge solo dopo il matrimonio;
- deve essere qualcosa che incida sulla vita coniugale in senso stretto (ad esempio l’impotenza) o che renda impossibile la coesistenza (ad esempio la follia);
- deve essere qualcosa che la maggior parte delle persone ritengono conditio sine qua non per un rapporto matrimoniale. Ovvero qualcosa per la quale la maggior parte delle persone se lo avessero saputo non si sarebbero sposate.
C’è chi oggi prova a sostenere la possibilità di allargare queste categorie ad aspetti estremi della personalità del coniuge. Ad esempio un coniuge molto puntiglioso, o molto irascibile etc. Rav Riskin si dichiara contrario a questo approccio perché in questo modo verrebbe meno la base stessa del concetto di divorzio, che invece la Torà stabilisce. Ribadiamo infatti che qui non si parla di divorzio ma di inficiare a posteriori un matrimonio.
Il secondo percorso che invece Rav Riskin favoreggia è l’uso di uno strumento halachico preciso con profonde radici Talmudiche, la afkaat kidushin, l’annullamento dei kidushin.
La radice di questo concetto è in TB Yevamot 110a e si riferisce ad un caso specifico avvenuto nella città di Naresh, in Babilonia. Un uomo aveva fatto i kidushin con una bambina (come si usava), in condizioni che questi risultavano validi miderabanan ma non mideOraita. Una volta cresciuta la bambina fece una cerimonia per sancire questa unione ma senza un formale atto di kidushin; ma mentre la ragazza era sotto il baldacchino viene un secondo uomo e la santifica per sé all’improvviso. In teoria per l’halachà la ragazza era sposata al secondo uomo ma gli Amoraim Rav Bruna e Rav Channanel decretano che i secondi kidushin non sono validi. I Maestri delle generazioni successive si sono interrogati sul senso di questa decisione e Rav Ashì spiega che è vero, in senso assoluto i kidushin del secondo sono validi, ma Rav Bruna e Rav Channanel li hanno annullati secondo il criterio ‘lui si è comportato in maniera scorretta e perciò si sono comportati con lui in maniera scorretta e gli hanno annullato i kidushin’. Da qui decreta il figlio, Mar bar Rav Ashì, che se un uomo impone con violenza alla donna di accettare i kidushin, questi sono nulli secondo lo stesso criterio.
Il Talmud usa questo principio per spiegare tre casi complicati di divorzi che per motivi vari non sono validi deOraita. I Maestri li hanno resi validi miderabanan e la donna non è considerata sposata. Qui vale il concetto al rovescio ed il rischio è che una donna che per la Torà è eshet ish, donna sposata venga permessa ad un altro uomo! La risposta è che i Saggi gli hanno annullato i kidushin.
Esistono due approcci nel Talmud per spiegare queste decisioni. Il primo si basa su TB Yevamot 89b e sostiene che i kidushin tafsu, sono stati validi. Dopo però i Saggi li hanno annullati sulla base del potere dato ai Maestri di annullare persino una regola della Torà.
Il secondo approccio, per certi versi ancora più affascinante, è che i kidushin sono annullati a posteriori. È come se non ci fossero mai stati. Il criterio qui è che ‘chiunque santifichi, santifica con il consenso dei Maestri’. Esiste cioè una condizione intrinseca al matrimonio stesso, condizione che l’uomo esprime dicendo che santifica ‘secondo la legge di Moshè ed Israel’. La condizione è che i Maestri siano d’accordo. Ovvero la condizione è che tutto si svolga con il consenso dei Maestri. Secondo alcuni questo è il motivo di fondo per il quale è il Rav mesadder come esponente del Tribunale e non lo sposo a recitare la benedizione del matrimonio, cosa assai strana perché è l’unico caso nel quale la benedizione la dice qualcun altro per una mizvà che si compie.
Nel momento allora che il consenso dei Maestri viene meno i kidushin risulterebbero invalidi lemafrea, a posteriori-ritroso. Non sono mai esistiti. Non è certo un atto indolore. Tanto per dirne una, trasforma ogni relazione sessuale intercorsa nel ‘supposto matrimonio’ testé annullato in una beilat znut, in un rapporto extra-coniugale non consentito. Eppure questo è per Rav Riskin l’unico strumento possibile per risolvere queste difficilissime situazioni.
Rav Riskin in maniera molto corretta propone una carrellata di opinioni pro e contro e spiega il razionale di alcune di queste, ma spiega anche che nel corso della storia questo strumento è stato usato per sanare delle condizioni atroci come le conseguenze di rapimenti di donne ebree nel medioevo o il fenomeno di matrimoni segreti o imposti.
Rav Riskin propone pertanto di stabilire delle procedure che prevedano che qualora il marito si rifiuti di adempiere alla sentenza del Bet Din entro un determinato tempo e le sanzioni non aiutino, si istruisca un tribunale speciale che implementi la afkaat kidushin. Si tratta chiaramente di pochissimi casi isolati, anche perché è evidente che con questa arma in mano il tribunale ha gioco molto più facile verso tutti coloro che pensano di avere il coltello dalla parte del manico nei confronti del Bet Din stesso.
Ma c’è un altro aspetto che Rav Riskin affronta ed è quello dell’affronto che questa situazione impossibile crea nei confronti della Torà stessa. È un’offesa alla Torà le cui ‘strade sono strade di delizia e tutte le sue vie sono la pace’. La Torà della Giustizia è oltraggiata da persone che si comportano in maniera disonesta ‘con il consenso della stessa Torà’. È noto: si può essere dei delinquenti pur nel rispetto delle regole. Le regole non possono sanare ogni singolo dettaglio, però proprio per questo la Torà che è una Torà di vita ha dato lo spazio e gli strumenti ai Saggi per correggere delle situazioni assurde.
Ripensando alla nostra Parashà con tutto ciò in mente, non credo sia un caso che Avraham abbia scelto per la sua missione Eliezer, quanto di più vicino al concetto di Rav, Avraham avesse.
Per insegnare a Lavan e soci con i loro giochini, ma anche a tutti noi, che “non si sposa una donna altro che con il suo consenso” e che ‘chiunque santifichi, santifica con il consenso dei Maestri’.