Con questa Mishnà iniziamo un nuovo percorso di studio su Torah.it. Una Mishnà alla volta, partendo dal testo ebraico, accompagnato da una traduzione italiana e da quanto serve per capire che cosa stiamo studiando. Il punto non è trasformare ogni Mishnà in una derashà, ma provare semplicemente a studiarla: capire le parole, i casi di cui parla e, quando serve, vedere come vengono spiegati dai commentatori.

Cominciamo da Peà, il secondo trattato della Mishnà e il secondo del Seder Zeraim, l’ordine dedicato in gran parte alle mitzvot legate alla terra e ai suoi prodotti. Peà significa letteralmente «angolo»: è la parte del campo che la Torah comanda di non mietere, lasciandola ai poveri. Da questa mitzvà prende il nome un trattato che si occupa più in generale dei doni del raccolto destinati ai bisognosi e, attraverso di essi, del rapporto tra proprietà, obbligo e responsabilità verso chi non ha.

La prima Mishnà, però, parte molto più lontano.

אֵלּוּ דְבָרִים שֶׁאֵין לָהֶם שִׁעוּר. הַפֵּאָה, וְהַבִּכּוּרִים, וְהָרֵאָיוֹן, וּגְמִילוּת חֲסָדִים, וְתַלְמוּד תּוֹרָה.

Queste sono le cose per le quali la Torah non stabilisce una misura: la Peà, la parte del raccolto che deve essere lasciata ai poveri; i Bikkurim, le primizie portate al Bet HaMikdash; il Reaion, il presentarsi nel Santuario durante le tre feste di pellegrinaggio; gli atti di Ghemilut Chasadim, di benevolenza verso il prossimo; e lo studio della Torah.
אֵלּוּ דְבָרִים שֶׁאָדָם אוֹכֵל פֵּרוֹתֵיהֶן בָּעוֹלָם הַזֶּה וְהַקֶּרֶן קַיֶּמֶת לוֹ לָעוֹלָם הַבָּא. כִּבּוּד אָב וָאֵם, וּגְמִילוּת חֲסָדִים, וַהֲבָאַת שָׁלוֹם בֵּין אָדָם לַחֲבֵרוֹ, וְתַלְמוּד תּוֹרָה כְּנֶגֶד כֻּלָּם.

Queste sono le cose delle quali una persona «mangia i frutti» in questo mondo, mentre il capitale gli rimane per il Mondo a venire: onorare il padre e la madre, compiere atti di benevolenza, portare la pace tra una persona e il suo prossimo; e lo studio della Torah equivale a tutte quante.

Che cosa sta dicendo la Mishnà?

La prima Mishnà di Peà contiene due elenchi. Nel primo troviamo cinque mitzvot che «non hanno misura». Nel secondo, alcune mitzvot delle quali una persona gode dei «frutti» in questo mondo, mentre il «capitale» rimane per il Mondo a venire. In entrambi compare il Talmud Torah.

Il primo elenco comincia con un’espressione che ha bisogno di essere precisata: אֵין לָהֶם שִׁעוּר, «non hanno una misura».

Il Bertinoro spiega che significa מִדְּאוֹרַיְתָא, secondo la Torah. Non significa che in seguito i Maestri non abbiano stabilito delle quantità. Proprio per la Peà, per esempio, la Mishnà stabilirà che non se ne debba lasciare meno di un sessantesimo del raccolto.

La Torah, però, quando comanda:

לֹא תְכַלֶּה פְּאַת שָׂדְךָ בְּקֻצְרֶךָ

«Non terminerai di mietere l’angolo del tuo campo» (Vayikrà 23,22),

non dice quanto grande debba essere quell’angolo.

Lo stesso vale per i Bikkurim. La Torah comanda di portare al Bet HaMikdash le primizie della propria terra, ma non ne stabilisce qui una quantità.

Più difficile è הָרֵאָיוֹן, HaReaion. Il Bertinoro propone due spiegazioni. La prima si riferisce all’obbligo di presentarsi nel cortile del Bet HaMikdash durante Pesach, Shavuot e Succot: la Torah non stabilisce quante volte una persona possa presentarsi durante la festa.

La seconda spiegazione riferisce invece il termine alle offerte portate in occasione del pellegrinaggio. Anche in questo caso la Torah non ne stabilisce la quantità, anche se successivamente i Maestri ne fissarono una misura minima.

Poi la Mishnà passa a qualcosa di completamente diverso: Ghemilut Chasadim.

Qui il Bertinoro introduce una distinzione importante. La Mishnà parla degli atti di benevolenza compiuti con la propria persona: visitare i malati, accompagnare e seppellire i morti e altre azioni simili. A questi non si può assegnare una quantità.

Quando invece la Ghemilut Chasadim viene compiuta con il proprio denaro — riscattare prigionieri, vestire chi non ha abiti, dare da mangiare a chi ha fame — un limite esiste. I Maestri insegnano:

הַמְבַזְבֵּז אַל יְבַזְבֵּז יוֹתֵר מֵחֹמֶשׁ

«Chi distribuisce generosamente i propri beni non ne distribuisca più di un quinto».

Infine c’è il Talmud Torah.

Qui il Bertinoro porta il versetto rivolto a Jeoshua:

וְהָגִיתָ בּוֹ יוֹמָם וָלַיְלָה

«La mediterai giorno e notte» (Jeoshua 1,8).

Anche allo studio della Torah non è assegnata una misura.

La seconda parte della Mishnà introduce un’altra categoria.

Ci sono mitzvot delle quali אָדָם אוֹכֵל פֵּרוֹתֵיהֶן בָּעוֹלָם הַזֶּה, una persona gode dei «frutti» già in questo mondo, mentre הַקֶּרֶן קַיֶּמֶת לוֹ לָעוֹלָם הַבָּא, il «capitale» rimane intatto per il Mondo a venire.

L’immagine è quasi economica: frutti e capitale. Il beneficio che deriva dalla mitzvà in questo mondo non consuma la ricompensa che rimane per il Mondo a venire.

La Mishnà ne elenca quattro: onorare i genitori, Ghemilut Chasadim, fare pace tra le persone e studiare Torah.

E chiude con una frase che è entrata anche nella Tefillà quotidiana:

וְתַלְמוּד תּוֹרָה כְּנֶגֶד כֻּלָּם

«E lo studio della Torah equivale a tutte quante».

Il Bertinoro la spiega con due sole parole:

שָׁקוּל כְּנֶגֶד כֻּלָּם

«Ha un peso equivalente a tutte».

Il Baal HaTanya, Rabbì Shneur Zalman di Liadi, nelle Hilchot Talmud Torah (4,2), aggiunge una spiegazione importante. Lo studio della Torah è una mitzvà in sé, ma allo stesso tempo conduce all’azione:

שֶׁהַתַּלְמוּד מֵבִיא לִידֵי מַעֲשֶׂה

«Perché lo studio conduce all’azione».

Non è infatti possibile osservare correttamente tutte le mitzvot, con le loro condizioni e i loro dettagli, senza studiarne le Halachot. Lo studio ha dunque un doppio valore: è esso stesso una mitzvà e permette di compiere correttamente le altre.

Per questo il Baal HaTanya scrive:

וְנִמְצָא שְׁנֵיהֶם בְּיָדוֹ

«E così si trovano entrambi nelle sue mani».

Lo studio e l’azione.