Con la festa di Sheminì Atzeret, completeremo, a Dio piacendo, questo Shabbat il ciclo delle feste del mese di Tishrì che abbiamo iniziato cinquantadue giorni prima con Rosh Chodesh Elul.

Abbiamo più volte ricordato come la caratteristica di questa giornata sia proprio l'assenza di ogni riferimento storico o di una mizvà particolare. Al culmine del processo spirituale che abbiamo compiuto in queste settimane giungiamo a un livello nel quale non vi è più bisogno di alcun motivo particolare per ricercare la gioia della vicinanza al Signore.

Abbiamo anche ricordato più volte che è proprio questo momento di apparente "vuoto" che Israele decide di riempire celebrando il completamento del ciclo annuale dello studio della Torah.

C'è però un altro elemento che caratterizza la liturgia di questa giornata: il Tikun haGeshem.

Dal Musaf di Sheminì Atzeret iniziamo infatti a ricordare nelle preghiere che è il Signore a far cadere la pioggia. Entriamo così nel periodo invernale.

La pioggia è fondamentale per la vita del mondo vegetale ed è indispensabile allo sviluppo dell'agricoltura. Diventa quindi il simbolo stesso del sostentamento. Non a caso, in ebraico, dalla radice geshem deriva anche la parola gashmiut, "materialità". La pioggia costituisce dunque il fondamento della materialità.

Questo è anche il momento in cui torniamo alla materialità.

Dopo quasi due mesi di cammino spirituale stiamo infatti per rientrare nella vita quotidiana, con i suoi problemi e le sue necessità.

La festa di Sheminì Atzeret e la corrispondente gioia della Torah, Simchat Torah, diventano allora il trampolino da cui affrontare correttamente il periodo invernale.

Il primo insegnamento è evidente: anche la pioggia, anche la materialità, provengono dal Signore.

L'ebraismo rifugge ogni contrapposizione tra materia e spirito: il compito di Israele è proprio quello di unire materia e spirito al servizio del Signore.

Sebbene tutta la festa di Succot ruoti attorno al tema dell'acqua — basti pensare alla libazione dell'acqua sull'Altare, compiuta per propiziare le piogge — è soltanto con la conclusione di Succot che iniziamo a ricordare la pioggia nelle preghiere.

Durante Succot, infatti, la pioggia ci impedirebbe di adempiere alla mizvà della Succà.

Anche dopo Succot, tuttavia, ci limitiamo inizialmente a ricordarla, senza ancora domandarla.

Attenderemo infatti altri quindici giorni, affinché anche l'ultimo dei pellegrini saliti a Gerusalemme abbia avuto il tempo di rientrare nella propria casa in Babilonia, evitando così che le piogge rendano più difficile il viaggio.

La pioggia, pur essendo una benedizione, rappresenta infatti un problema per chi è ancora in cammino.

Il Talmud, nel trattato di Bavà Mezià (101b), ricorda che durante l'inverno è estremamente difficile trovare una casa in affitto.

Tutti cercano un riparo e vi provvedono con largo anticipo.

Per questa ragione non è possibile sfrattare un inquilino da Succot fino a Pesach: non riuscirebbe infatti a trovare un'altra abitazione.

Il periodo invernale diventa così una sorta di zona protetta.

Fuori piove e occorre provvedere a una protezione.

Dopo aver esplorato, durante Succot, il tema della precarietà attraverso una dimora nella quale la pioggia deve poter filtrare, veniamo ora chiamati a preoccuparci dell'opposto: restare all'asciutto.

Siamo chiamati a costruirci delle Tevot Noach, delle arche di Noè spirituali, nelle quali proteggerci durante i mesi invernali.

Questo rapporto tra la pioggia e la casa costituisce anche la chiave per comprendere la breve preghiera che il Sommo Sacerdote recitava nel Santo dei Santi nel giorno di Kippur.

Esistono diverse tradizioni, basate sul Talmud Bavli, sul Talmud Yerushalmi e su altre fonti (e, di conseguenza, anche diverse versioni nei vari Seder Avodà dei differenti riti). In ogni caso, nel momento più solenne dell'anno, nel luogo più santo della terra, la persona più importante d'Israele chiedeva:

  • che, se l'anno fosse stato caldo, fosse anche piovoso;
  • che il potere non si allontanasse dalla Casa di Yehudà;
  • che ciascuno avesse abbondanza di cibo;
  • che non fosse accolta la preghiera dei viandanti che chiedevano che non piovesse.

Infine pronunciava una richiesta particolare per gli abitanti della pianura dello Sharon: che le loro case non diventassero le loro tombe.

Il Rambam, nel suo commento alla Mishnà, spiega che il Kohen Gadol formulava dapprima richieste di carattere generale: un clima favorevole al bene di tutti e un buon governo; passava poi ai bisogni del singolo: il sostentamento e la pioggia.

Perché una casa possa prosperare occorre la pioggia.

Chi è ancora in viaggio prega invece che non piova, e questa preghiera non deve essere accolta. Allo stesso tempo, gli altri devono attendere prima di chiedere la pioggia, finché anche l'ultimo pellegrino non sia rientrato nella propria casa.

Forse la richiesta più curiosa e affascinante è proprio quella riguardante gli abitanti dello Sharon.

La pianura dello Sharon era frequentemente soggetta a inondazioni e le abitazioni costruite in fango si trasformavano spesso in trappole mortali. Di fronte alle recenti calamità naturali che hanno colpito il mondo, e anche l'Italia, possiamo forse comprendere meglio la preghiera del Sommo Sacerdote.

Esiste però anche una lettura più profonda.

La pioggia è indispensabile; la materialità è fondamentale, ma può anche diventare pericolosa.

Talvolta rende difficile il viaggio del pellegrino, trasformando le strade in pantani; nei casi estremi porta invece calamità e distruzione.

All'epoca del Secondo Tempio esisteva inoltre una marcata differenza tra le varie regioni di Eretz Israel.

L'area attorno a Gerusalemme era abitata prevalentemente da chaverim, persone osservanti e attente alle norme della purezza rituale.

Oltre Modiin, invece, si presumeva che la popolazione fosse costituita soprattutto da am haaretz, persone ignoranti in materia di Torah.

In questa prospettiva lo Sharon diventa simbolo di coloro che sono meno attenti alle mizvot.

Il rischio è che proprio la materialità, alla quale essi sono maggiormente legati, si trasformi in un boomerang e che le loro case diventino, spiritualmente, delle tombe.

La materia, quando è strumento di mizvà, può facilmente trasformarsi in un ostacolo sul cammino oppure addirittura crollarci addosso.

Sta a noi fare della strada un percorso di Torah, nel quale procedere secondo il giusto passo, la giusta Halakhà.

Sta a noi fare delle nostre case dei rifugi colmi di Torah e di opere di bene, impermeabili a tutto ciò che di negativo avviene all'esterno.

Vorrei allora azzardare una lettura allegorica della Mishnà.

La stessa Mishnà di Bavà Mezià insegna che esistono cicli che vanno oltre l'alternarsi delle stagioni.

I negozi, infatti, vengono normalmente affittati per dodici mesi.

Secondo Rashì, il motivo è che il commerciante ha un proprio ciclo economico: sostiene delle spese che rientreranno soltanto con il tempo. In ebraico si dice: ha-chenvanì mekif hakafot; il negoziante compie le proprie hakafot.

Per rispetto di questo ciclo economico gli vengono concessi dodici mesi: diversamente non riuscirebbe a completare il proprio percorso.

In questi giorni di hakafot, nei quali dapprima compiamo i giri attorno alla tevà con il lulav e poi, a Simchat Torah, attorno alla Torah stessa, è interessante ritrovare questo medesimo termine.

La hakafà non indica soltanto un giro fisico attorno a un oggetto: rappresenta anche un ciclo, un processo.

Se il ciclo economico dura dodici mesi, allora anche il ciclo della professione per eccellenza del popolo d'Israele — lo studio della Torah — dura dodici mesi.

Nella preghiera che si recita al termine dello studio di un trattato talmudico chiediamo infatti che la Torah sia la nostra professione.

Non si tratta certo di disprezzare il lavoro vero e proprio: più volte abbiamo condannato con forza l'atteggiamento di quanti oggi si fanno scudo della Torah per evitare di lavorare.

I Maestri intendono piuttosto insegnarci che lo studio deve essere affrontato con la stessa serietà con cui si affronta la propria attività professionale.

D'altra parte bisogna sapere che anche lo studio è un processo.

Come nell'economia di un'attività esistono stagioni diverse — momenti di investimento e momenti di raccolta — così anche nello studio ci sono periodi nei quali occorre rafforzarsi quantitativamente e altri nei quali è opportuno privilegiare la qualità.

La nostra Mishnà si conclude, in modo curioso, riportando l'opinione di Rabban Shimon ben Gamliel, secondo il quale i forni da pane e le tintorie costituiscono un'eccezione e hanno diritto a tre anni di preavviso prima dello sfratto.

La Ghemarà spiega il motivo con una semplice espressione:

hekefan merubbè.

Hanno un ciclo più ampio.

Rashì interpreta queste parole nel senso che tali attività hanno un ciclo economico più lungo.

Il Meiri propone invece una spiegazione differente: si tratta di attività difficilmente trasferibili, perché richiedono forni, spazi adeguati e sorgenti d'acqua. L'hekef merubbè sarebbe dunque la difficoltà stessa del trasferimento.

È curioso osservare che anche per la Torah esiste un ciclo di tre anni.

Il ciclo annuale di dodici mesi che oggi utilizziamo era originariamente quello seguito dalle comunità babilonesi.

In Eretz Israel — e, secondo alcuni, anche nella Roma più antica — il ciclo della lettura della Torah si completava invece nell'arco di tre anni.

Anche se quest'uso è ormai scomparso, esso ci ricorda che siamo naturalmente portati a pensare di anno in anno, mentre in realtà esistono anche cicli molto più lunghi.

Hekefan merubbè.

Esistono percorsi nello studio della Torah che superano di gran lunga il nostro ciclo annuale.

Pensiamo, ad esempio, al Daf Yomì, grazie al quale si completa lo studio dell'intero Talmud in sette anni.

Pensiamo anche all'insegnamento dei Maestri secondo cui vi sono realtà il cui significato più profondo può essere compreso soltanto dopo quarant'anni di studio.

Questo deve farci comprendere l'importanza delle nostre azioni e del nostro studio.

Ciò che semineremo durante questo inverno produrrà effetti non soltanto nelle prossime stagioni, e nemmeno soltanto nel corso di quest'anno.

L'eco di una mizvà è infinita.

Preparandoci alle hakafot, ricordiamo allora che esistono hakafot ben più grandi delle nostre.

Se oggi percorriamo un piccolo giro nei nostri Batè Keneset, è perché esiste un cammino molto più lungo, che attraversa tutta la storia d'Israele e tutta l'esperienza del popolo ebraico.

Possa giungere presto il giorno in cui meriteremo di compiere la più grande di tutte le hakafot, attorno a tutti i nuovi quartieri di Gerusalemme, santificando l'intera città attorno al Santuario ricostruito.