Il Midrash Tanchumà apre la sua sezione dedicata alla Parashà di Lech Lechà motivando l’ordine Divino ad Avraham di lasciare la Mesopotamia espresso nelle prime parole della parashà.

Il midrash in questione si apre con una riflessione halachica su un particolare di una specifica mizvà: si chiede ossia se sia permesso accettare il giogo del regno Divino (cioè recitare il primo verso dello Shemà) mentre si cammina. La risposta è che si deve stare fermi recitando lo Shemà ed il successivo “baruch shem kevod malkuto leolam vaed”: solo dopo si può riprendere a camminare.

Da qui si deriva che chi è attento ai dettagli delle mizvot è chiamato amante del Signore come Avraham. È proprio il nostro patriarca ad essere l’esempio dell’attaccamento ai dettagli delle mizvot sulla base di un insegnamento del Talmud nel trattato di Yomà secondo il quale

“persino l’Eruv Tavshilin osservavano in casa di Avraham nostro padre”.

E conclude il midrash: Avraham eccelle per il suo dikduk bamizvot, la sua attenzione ai dettagli delle mizvot e per questo non può risiedere in mezzo agli idolatri.

Che cosa vogliono dirci i Saggi con questo Midrash? Perché l’attaccamento ai dettagli delle mizvot impedisce ad Avraham di risiedere in mezzo ai goim? E poi non c’erano goim anche in Erez Israel? Perché l’eruv è il precetto che indica il dikduk mizvot di Avraham e perché il criterio generale lo si impara dal fatto che si deve stare fermi per dire il primo verso dello Shemà? A prima vista questo midrash sembra un collage di concetti sconnessi: non è evidentemente così.

Prima di provare a spiegare il senso del midrash vorrei segnalare il commento dell’Anaf Josef in loco che citando alcune diverse versioni dell’insegnamento in questione (tra cui i responsa del Rashba) sostiene che Avraham avrebbe messo in pratica l’Eruv Techumin. Vedremo poi perché è importante.

Avraham è colui che porta nel mondo la fede in Kadosh Baruch U, è il primo testimone del Signore e della Sua Torà nel mondo. La prima domanda che il midrash si pone è quale sia il modo di accettare su di sé il giogo Divino. Proclamando lo Shemà ogni giorno l’ebreo proclama la sovranità di D. sul creato e ne diviene testimone. Ora, si può farlo muovendosi o ci si deve fermare? La risposta è che ci si deve fermare per il verso che racchiude in sé il nocciolo del precetto, poi si può camminare. Il legame è strettissimo con la formula con la quale Iddio si rivela ad Avraham vai per te, lech lechà. Ma questo andare non è nell’ebraismo il modo principe per diffondere la fede in D. Altre culture, leavdil, hanno dato molta importanza alla diffusione itinerante diremmo, della fede. Non così la Torà. La promulgazione vera e propria della fede in D. si fa stando fermi ed il posto, dicono i nostri Saggi deve essere appropriato, ossia non sporco o maleodorante.

Avraham viene sì invitato a mettersi in movimento, ma il suo non è un itinerario infinito: verso la terra che Io ti indicherò. Solo in Erez Israel si può accettare pienamente il giogo del regno Divino ed i Saggi aggiungono che colui che risiede fuori Erez Israel assomiglia ad una persona senza D. Poi è anche possibile uscire da Erez Israel, per alimentarsi, per cercare moglie o per compiere qualche altra mizvà giacché il muoversi è funzionale e comunque pieno di mizvot: e nel tuo camminare per la strada...

È vero allora che per quanto riguarda Avraham c’erano goim in Mesopotamia come ce ne erano in Erez Kenaan, ma è altrettanto vero che quello che conta è lo scopo. Avraham deve impiantare la Torà in Erez Israel e conquistare spiritualmente (e comprare economicamente) quella Terra che verrà conquistata militarmente solo tanto tempo dopo.

E questo perché una società di amanti del Signore, una società di medakdekim bamizvot, di attenti ai dettagli delle mizvot, è possibile solo in Erez Israel. E qui ci assiste la variante del midrash secondo la quale Avraham metteva in pratica l’eruv techumin. Si tratta di un particolare delle regole dello Shabbat. Durante lo Shabbat è proibito allontanarsi dalla propria residenza oltre un determinato perimetro immaginario chiamato appunto techum. Per spostare il centro di questo cerchio immaginario (e quindi allungare la distanza percorribile) è possibile trasformarne un punto determinato nel nostro “luogo di residenza” per lo Shabbat depositandovi quantità di cibi necessari per i pasti dello Shabbat. In sostanza è un precetto che sottolinea la dimensione spaziale oltre che temporale della sacralità delle mizvot. Abbiamo visto in passato come Jacov nostro padre stabilì il suo techum Shabbat davanti a Shechem nel suo rientro dalla Mesopotamia, gesto che simboleggia l’inizio della presa di possesso di Erez Israel e la costituzione di un modello sociale diverso, ebraico, centrato sulla casa come primo mattone in una società dedicata al Santo.

Con ciò il midrash spiega come mai era necessario far uscire Avraham dalla Mesopotamia: perché il Signore voleva che la fede abramitica non restasse una cultura errante né una filosofia immateriale. Il Signore voleva che la Torà di Avraham e di Israele, suoi figli, fosse legata alla materia, alla terra, alla società nei suoi aspetti più materiali, che cominciano proprio con l’Eruv Techumin.

Il senso profondo per questa generazione del continuo richiamo Divino, lech lechà, e l’imperativo halachico, ancora valido, del precetto positivo di risiedere in Erez Israel. Precetto che contingenze economiche, sociali e familiari possono tutt’al più sospendere per un poco, ma giammai annullare.