«...e per tutto il braccio possente e per tutti i grandi prodigi che ha fatto Moshè agli occhi di tutto Israele.» (Deuteronomio XXXIV, 12)

Dopo i Giorni Temibili di Rosh Hashanà e Kippur e dopo la gioia dei giorni di Succot, ci prepariamo ad affrontare Sheminì Hazeret, l'Ottavo di Assemblea.

Unica delle feste a non avere alcuna mizvà specifica, Sheminì Hazeret viene caratterizzata, per assurdo, proprio dall'assenza di un apparente motivo per festeggiare.

Se la festa di Succot, nella quale Israele offre 70 tori (uno per ogni nazione del mondo), è la festa universale, Sheminì Hazeret è, nell'immaginario rabbinico, la conclusione di un ricevimento festivo.

Ossia il momento nel quale il Festeggiato, dopo che gli invitati se ne sono andati, chiama a sé gli amici più intimi, trattenendosi un poco con coloro che più di tutti ama.

Così dopo sette giorni di festa universale nella quale concettualmente tutto il mondo si è trovato sotto la Succà, Israele vi si trattiene per un ottavo giorno, senza dire benedizione.

Israele rimane assieme al Padrone di Casa, non per precetto, ma per piacere.

Continua sì Sheminì Hazeret ad essere «l'epoca della nostra gioia», ma è una gioia diversa.

Non la gioia che scaturisce dalla rinnovata osservanza delle mizvot che ha caratterizzato Succot, piuttosto la gioia dell'esserci: simbolo della forma suprema di amore, Sheminì Hazeret è la gioia della presenza di un amico alla propria festa, non del regalo che questi porta.

Ed in questa data, che non commemora nulla se non la nostra esistenza ed il «piacere» che prova l'Eterno nella nostra presenza, siamo noi a dover fornire i contenuti giacché questo è ciò che ci si aspetta in un rapporto che tende come non mai alla parità (impossibile) tra D. ed Israele.

Ecco che allora i nostri Maestri hanno scelto Sheminì Hazeret (e nella diaspora il secondo giorno di tale festa) per concludere e festeggiare il ciclo annuale della lettura e dello studio della Torà.

Se D. ci vuole un ulteriore giorno presso di Lui solo perché gli fa piacere la nostra presenza (nell'epoca del Tempio significava effettivamente trattenersi un altro giorno nel Santuario per poi tornare alle proprie città), allora noi carichiamo questa data del più profondo dei legami tra noi e l'Eterno: lo studio della Torà.

Concludendo il ciclo festivo con la cerimonia di Simchà Torà, la gioia della Torà noi asseriamo un grande principio: non c'è fine allo studio, non c'è fine alla comprensione della Torà, non c'è fine agli sforzi che vanno investiti nell'approfondimento della Legge di D..

La testimonianza di ciò avviene, di fatto, ricominciando immediatamente con la Genesi non appena si completa il Pentateuco.

Sheminì Hazeret, dunque, come giorno dell'iniziativa umana.

Tale concetto è anche avvalorato dalla dimensione "numerica" della giornata.

Infatti se il sette è il numero della natura, il numero della Creazione caratterizzata dall'Opera del Signore, l'otto è il numero che più si addice ad una dimensione umana.

Iddio crea per sette giorni per poi affidare il mondo all'uomo nell'ottavo.

L'otto indica perciò la partecipazione quotidiana dell'uomo alla Creazione che avviene studiando la Torà ed osservando le mizvot.

Otto è il momento in cui l'uomo inizia a migliorare il mondo, a perfezionarlo: la milà si fa ad otto giorni!

Nell'Ottavo di Assemblea nel quale leggiamo il brano conclusivo della Torà è particolarmente interessante che l'attenzione dei nostri Saggi si sia posata sugli ultimi otto versi della Torà.

«Ha detto il Maestro [nella Baraità]: "Jeoshua ha scritto il suo libro e gli [ultimi] otto versi nella Torà." Questa Baraità è stata insegnata secondo l'opinione che [vuole che] gli [ultimi] otto versi nella Torà li abbia scritti Jeoshua. Poiché è insegnato in una [altra] Baraità: "E morì lì Moshè servo del Signore..." (Deuteronomio XXXIV,5). È possibile che dopo esser morto Moshè scriva: "E morì lì Moshè"? Allora fino a qui ha scritto Moshè, da qui in poi ha scritto Jeoshua." [Queste sono] parole di Rabbì Jeudà, ed alcuni dicono di Rabbì Nechemià. Gli disse Rabbì Shimon: "È possibile che al Sefer Torà [scritto da Moshè] mancasse una sola lettera? Ma è scritto: 'Prendete questo Sefer Torà' (Deuteronomio XXXI, 26) [Quindi il Sefer doveva essere completo quando Moshè lo ha dato in consegna ai Leviti!] Allora fino a qui il Santo Benedetto Egli Sia dettava e Moshè ripeteva e scriveva, da qui in poi il Santo Benedetto Egli Sia dettava e Moshè scriveva con le [sue] lacrime".» (TB Bavà Batrà 15a)

Il passo talmudico non si conclude con una posizione unanime, sicché anche i Saggi posteriori sono divisi su quale delle due possibilità si sia effettivamente verificata.

Torà Temimà, per esempio, si schiera con Rabbì Jeudà mentre Marhashà, il Marhal di Praga e sembra lo stesso Arìzal sono dalla parte di Rabbì Shimon.

Molto interessante è la posizione del Gaon di Vilna che cerca di conciliare le due visioni.

Il Gaon di Vilna parte dall'assunto che Moshè ricevette l'intera Torà sul Sinai. Su questo sono d'accordo praticamente tutti.

Come si fa però a dire che Moshè aveva già a disposizione un testo nel quale erano scritti gli avvenimenti dei successivi 39 anni di peregrinazioni nel deserto?

Forse Moshè già sapeva tutto e si è comportato come era già scritto che si dovesse comportare?

Certo questo pone enormi problemi sul libero arbitrio del grande Maestro.

La realtà, dice il Gaon, è che Moshè aveva in effetti nelle mani anche i passi che narravano del futuro ma non era in grado di comprenderli: Moshè avrebbe ricevuto sul Sinai la Torà sotto forma di una lunga serie di lettere.

Mano man mano che gli eventi avvenivano Iddio dettava a Moshè gli spazi facendo così prendere forma al Testo.

In questa chiave allora la parola dimà, generalmente "lacrima", va letta secondo un suo altro significato: "confuso".

Moshè ha scritto gli ultimi otto versi in "forma confusa" e, post mortem, Jeoshua avrebbe messo gli spazi.

Questa tesi, che è comunque costretta a chiamare in causa il miracolo per inserire degli spazi nel Testo scritto (non è un word processor!!!!), rappresenta un'interessante fonte.

I Maestri infatti dicono che gli spazi che separano i brani della Torà, Moshè li ha posti per permetterci di soffermarci su quanto studiato: sarebbero dunque finalizzati a facilitare o comunque ad indirizzare lo studio.

Sulla stessa scia possiamo distinguere quindi tra due momenti fondamentali: la ricezione della Torà e lo studio della Torà.

Quando Moshè riceve la Torà essa è una sequenza di lettere: contiene già tutto, ma è difficile accedervi.

Notevole è il fatto che i Saggi dicano per l'appunto che la Torà è stata data con un unico suono, un'unica espressione, forse proprio la lettura di questa serie di lettere.

La spaziatura che forma parole, capitoli e libri, viene inserita successivamente, in parallelo allo e forse attraverso lo studio.

La Torà, a differenza di qualsiasi altra legge, racchiude messaggi anche nella forma delle lettere, nella distanza tra le parole, nella dimensione del carattere, persino negli spazi che ci sono tra le parole.

Non c'è da stupirsi quindi se il Talmud ci narri in una delle sue più celebri ma allo stesso tempo inquietanti pagine l'origine dei tagghim, delle decorazioni a forma di corona che compaiono su parte delle lettere della Torà.

«Disse Rabbì Jeudà a nome di Rav: "Nell'ora in cui Moshè è salito nell'eccelso ha trovato il Santo Benedetto Egli Sia che sedeva e legava delle corone sulle lettere [della Torà]." Disse dinanzi a Lui: "Padrone del Mondo, chi te lo fa fare?" Gli disse: "C'è un uomo destinato a vivere alla fine di molte generazioni, il suo nome è Akivà figlio di Josef, che ricaverà da ogni punto e punto [delle corone] mucchi e mucchi di Halachot (leggi)." Disse dinanzi a Lui: "Padrone del Mondo, fammelo vedere." Gli disse: "Voltati." Andò e si sedette dietro ad otto file [di studenti] e non sapeva che cosa dicevano [tanto che] si sentì mancare. Quando giunsero a parlare di un certo argomento gli disse uno dei discepoli (a Rabbì Akivà): "Maestro, da dove lo impari?". Disse loro: "È una regola [data] a Moshè sul Sinai." [Al che Moshè] si riprese. È tornato dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia ed ha detto: "Padrone del Mondo, hai un uomo del genere e Tu dai la Torà per mezzo mio?" Disse lui: "Taci! Così ho deciso". Disse dinanzi a Lui: "Padrone del Mondo, mi hai fatto vedere la sua Torà, fammi vedere la sua ricompensa." Gli disse: "Voltati." Si voltò e vide che pesavano la sua carne (di Rabbì Akivà) al mercato bovino. Disse dinanzi a Lui: "Questa è la Torà e questa è la sua ricompensa?" Disse lui: "Taci. Così ho deciso."» (TB Menachot 29b)

I due più grandi Saggi di Israele, Moshè e Rabbì Akivà rappresentano due fasi diverse nel percorso della Torà.

Moshè è colui che ha ricevuto tutta la Torà, ma non per questo egli ha esaurito tutti gli insegnamenti che vi sono nascosti.

Questo deve capire Moshè nell'Accademia di Rabbì Akivà: avere tutta la Torà a disposizione non vuol dire ancora aver imparato tutto quello che c'è da imparare.

Moshè si sente male quando si rende conto di non aver capito tutto e non si riprende fino a che non si rende conto che quello che sta ricevendo contiene in potenza tutto ciò che verrà insegnato anche in seguito.

Moshè deve imparare, e a maggior ragione noi che siamo degli esseri limitati e che abbiamo nelle mani un dono che viene da una dimensione senza limiti!

La Torà, l'Albero della Vita, è un innesto di infinito in un mondo di materia.

Rabbì Akivà che pure vede più in là di Moshè perché poggia sulle sue spalle non ha il controllo degli eventi, perché Iddio è l'unico ad averlo.

Né Moshè, né Rabbì Akivà né tantomeno noi potremo capire perché Rabbì Akivà ha dovuto subire il martirio e la carne del grande Maestro è stata venduta a peso nei mercati del Regno del Male.

Così se la Torà si conclude con la parola «Israel», Moshè deve rimanere ad una distanza di otto versi dalla Terra d'Israel.

Pur non avendo trovato fonti in supporto, propongo una lettura in questa chiave del brano talmudico appena citato.

Se vi soffermate un attimo sul testo noterete che Moshè siede, nell'Accademia di Rabbì Akivà, dietro otto banchi.

Mi pare si possa tracciare un rapporto tra questi banchi e gli ultimi otto versi della Torà.

Nello stesso modo infatti essi limitano il Servo del Signore: separano Moshè tanto dalla Terra d'Israele, quanto da un livello esegetico superiore.

Sono gli otto versi nei quali si parla della sua morte: il semplice fatto di essere un mortale implica delle limitazioni, per esempio non poter scrivere in contemporanea la propria morte!

Questa visione, ad un primo esame, sembrerebbe avvalorare l'opinione di Rabbì Jeudà: Moshè rimane indietro di otto file rispetto al "discepolo" Rabbì Akivà, così rimane indietro di otto versi rispetto a Jeoshua.

Persino l'inversione del rapporto Maestro/Alunno di cui parla il Midrash nelle ultime ore di Moshè si riflette nel Talmud.

D'altro lato Moshè capisce poi che per merito suo Rabbì Akivà è in grado di spiegare cose che lui stesso non capisce.

Quindi riprende quota anche l'opinione di Rabbì Shimon, che vuole i versi scritti da Moshè.

Non solo entrambe le tesi trovano spazio nella personificazione del dilemma che pone il Talmud, ma persino la sintesi del Gaon di Vilna rimane ampiamente valida.

Moshè riceve tutta la Torà ma non tutto è comprensibile subito.

Ci vogliono gli spazi che inserisce lo studio.

Ci vuole tempo e riflessione e soprattutto tanto studio.

Anche la Halachà riconosce che questi otto versi sono speciali, infatti troviamo nello Shulchan Arukh:

«Gli ultimi otto versi della Torà non possono essere spezzati ma devono essere letti da una sola persona.» (Orach Chaim 428, 7)

A leggere questi versi è in effetti il Chatan Torà, lo sposo della Torà.

Colui che è scelto a completare lo studio e la lettura annuale della Torà.

Se torniamo al primo brano di Talmud che abbiamo citato noteremo che esiste un'ulteriore differenza tra questi otto versi ed il resto della Torà.

Per il resto della Torà Iddio dettava, Moshè ripeteva e poi scriveva.

Per gli ultimi otto versi, secondo tutte le opinioni è mancata la fase della ripetizione prima della scrittura.

Ecco quindi che il Chatan Torà viene a leggere una parte della Torà che lo scrittore originale (sia esso Jeoshua per Rabbì Jeudà, Moshè per Rabbì Shimon o entrambi per il Gaon di Vilna) non ha mai letto ad alta voce.

Il testo biblico è chiamato Mikrà, lettura.

Solo la lettura a voce alta simboleggia lo studio attivo.

Una Torà infinita non può avere conclusione definitiva, può essere completata ogni anno attraverso lo studio costante.

Forse per questo il Chatan è chiamato a fare ciò che non è stato permesso allo scrittore della Torà: deve essere chiaro che la Torà non termina con Moshè.

Dicono gli ebrei romani in un noto proverbio:

«Morto Moshè, è rimasto D..»

Iddio che è un tutt'uno con la Torà sopravvive all'Universo e tantopiù ad un uomo, per quanto grande.

La Torà ha un senso solo se la si studia perennemente.

Spazi, lettere e tagghim sono lì che aspettano solo qualcuno che li studi e li interpreti.

È il momento di riflettere sullo studio dell'anno appena trascorso e programmare lo studio per l'anno a venire.

Solo così, soci di D. nella Creazione, potremo accedere alla Luce Primordiale e, annullando lo spazio che separa le ultime parole della Torà dalle prime, affermare che:

«Agli occhi di tutto Israele, in principio creò il Signore il Cielo e la Terra.» (Deuteronomio XXXIV, 12 e Genesi I,1)
«Abbiamo meritato di completare in pace e meriteremo di ricominciare in pace.

Abbiamo meritato di completare in pace e meriteremo di ricominciare e di completare in pace.

Forza!

Abbiamo meritato di completare in pace e meriteremo di ricominciare e di completare, di ricominciare e di completare e di ricominciare in pace.»