«Nel far ereditare l’Altissimo le genti, nel dividere gli uomini, ha stabilito i confini dei popoli secondo il numero dei figli d’Israele.» (Deuteronomio XXXII, 8)
Questa parashà, quasi interamente un brano poetico, è per certi versi il completamento dell’opera di Moshè.
Alla fine della parashà il Testo torna in prosa e Moshè riceve l’ordine definitivo di morire. Umut, «e muori». Imperativo. Quasi che Moshè sia divenuto talmente una cosa sola con la Torà da non poter neppure morire se non dietro esplicito ordine Divino.
Nella prossima parashà di Vezot Haberachà, Moshè benedirà il popolo tribù per tribù in una personalissima estrema iniziativa. È però proprio nei versi poetici della nostra parashà che Moshè in qualche modo completa la sua opera. Il Testo di questa cantica, lo abbiamo visto in passato nello straordinario commento in loco di Rabbì Ovadià Sforno, ripercorre la storia passata presente e futura del popolo ebraico ed è la cosa che più si avvicina ad un inno, ad un manifesto programmatico.
Soffermiamoci sul nostro verso fonte.
Rashì, e con lui la maggior parte dei commentatori, spiega che il numero a cui il verso si riferisce è settanta. Le settanta nazioni del mondo, il numero tradizionale dell’umanità dopo la dispersione di Babele, è allora legato al numero delle settanta anime d’Israele che scesero in Egitto. Il senso è, secondo i commentatori, che l’umanità meritava di essere distrutta ma invece è sopravvissuta perché da essa uscisse Israele. E di questo, in effetti, parlano i versi successivi.
Lo Shem MiShmuel ragiona su questo legame. Dire che ogni ebreo è «relazionato» ad una nazione del mondo ha una valenza spirituale molto forte. Noi siamo soliti ricordare come ogni nazione abbia un angelo che la rappresenta, un genio per così dire. Jacov, ad esempio, ha lottato con il genio di Esav. Qui il messaggio è forse ancora più forte: ogni nazione è rappresentata da un ebreo. Quando uno dei settanta si avvicinava al Signore, avvicinava con sé anche il popolo «relazionato».
La straordinarietà del messaggio del Rabbì di Sochatchov è che questo processo non si è affatto fermato. Le settanta anime si propagano nelle seicentomila anime d’Israele ed anche le genti si moltiplicano «come le polveri del pianeta». Ma il nesso resta. Ogni ebreo è spiritualmente responsabile di migliaia e centinaia di migliaia di persone che sono associate alla radice della sua anima. Da qui, dice il Rabbì, l’enorme responsabilità che è posta su ognuno di noi. Noi possiamo innalzare il mondo perché con il nostro comportamento retto possiamo alzare con noi popoli interi.
Lo Shem MiShmuel ragiona più a fondo sul nostro verso. La creazione stessa ha un’intenzione precisa:
«Che tutti fossero un solo manipolo nel fare la Sua Volontà...»
Il mondo viene creato perché nel suo complesso servisse il Signore come un agudà achat. Un solo manipolo. E così dice lo Zohar.
I peccati dei primi uomini però impedirono il raggiungimento di questo obiettivo ed anche i giusti che erano presenti in quelle generazioni si avvicinarono al Signore come singoli e mai come collettivo. Abbiamo l’esempio di Chanoch, di Noach, di Shem ed Ever ed altri ancora.
Ciò ricorda quanto detto in TB Sanedrhin 88 riguardo al Lulav il cui eghed viene inficiato dalla presenza di una quinta specie vegetale oltre le quattro obbligatorie. Per rendere kasher il Lulav si deve rimuovere la specie aggiuntiva. Lo stesso processo si rende necessario nella storia umana. Ed è un processo che inizia proprio con la generazione della dispersione.
Secondo lo Shem MiShmuel il nostro verso presenta una contraddizione grammaticale. La radice nachalà, eredità, indica un raggruppamento, un movimento centripeto (Salmi XVIII, 5). La radice leafrid, separare, descrive l’esatto opposto. Il verso allora non è affatto ripetitivo.
«Nel far ereditare l’Altissimo le genti,»
si riferisce ai primi raggruppamenti di mizvà iniziati da Avraham nostro padre. Paradossalmente questo può avvenire solo nel dividere gli uomini. Nel processo di separazione delle genti.
Ovvero perché possa crearsi quell’unità sacra, quell’agudà che era il disegno originale del Creatore, perché nasca Israele insomma, si deve separare il manipolo invalido. Ed è in questa separazione che Israele e le genti vengono associati: la nascita di Israele dalle genti deve portare alla ricongiunzione di tutte le genti in un unico manipolo sacro come diciamo nelle preghiere di Rosh HaShanà e Kippur.
Questo percorso di separazione, d’identità e di successiva ricongiunzione deve servire a purificare il mondo da tutte le forze negative. Per lo Shem MiShmuel questo stesso percorso deve accompagnarci nelle sante giornate di Tishrì che stiamo vivendo. Ogni uomo è un microcosmo del mondo e dentro ognuno di noi c’è un manipolo invalidato dai nostri comportamenti negativi. La nostra sfida in queste giornate è quella di scomporre il nostro io in pezzi, lavare ogni negatività e poi ricomporci in un unico manipolo al servizio del Signore.
Ed è proprio questo percorso che anche ogni singola comunità e il popolo ebraico in generale debbono affrontare. A Rosh HaShanà veniamo giudicati soprattutto come individui e ricordiamo che Iddio giudica ogni individuo come un Pastore che passa in rassegna il gregge. Piano piano però diveniamo comunità e alla fine di Kippur siamo resi una cosa sola dalla pace del giorno di Kippur.
La festa di Succot, che segue il perdono ottenuto, è l’apoteosi di questo processo nell’unità dell’eghed del lulav che raccoglie le quattro specie in una sola mizvà, ma anche nella Succà che per definizione è lo spazio sacro della collettività, secondo quanto hanno detto i Saggi che Israele sono degni di stare tutti quanti insieme dentro una stessa Succà. A Succot devono cadere le barriere tra di noi ma anche in noi e deve venire alla luce il lavoro fatto negli Yamim Noraim.
Con ciò in mente credo si possa apprezzare maggiormente il senso dei korbanot di Succot che sono in tutto settanta. A Succot noi offriamo sacrifici per tutto il mondo perché, trovata l’agudà in noi, siamo pronti per provare a ricrearla per il mondo tutto. E ricorderemo anche che la Succà è la stessa mizvà che, secondo il Midrash, le nazioni non riusciranno a mettere in pratica.
Succot è allora il vero esame dei nostri rapporti con il concetto di collettività e, per estensione, dei rapporti con le altre genti.
Per concludere mi sembra interessante riportare una lettura leggermente diversa che emerge dai commenti in loco del Rashbam e del Chizkuni.
Qui il numero chiave al quale allude il verso non è settanta ma dodici. Iddio assegna temporaneamente i confini di Eretz Israel ai dodici figli di Kenaan (o, in un’altra lettura, a undici figli più Kenaan stesso). Queste dodici parti di Terra verranno poi rilevate dalle dodici tribù.
A mio modesto avviso non si tratta di letture in conflitto: in tutto il percorso tracciato poc’anzi c’è un livello di lettura universale ed un livello che invece verte sul popolo ebraico. Esattamente allo stesso modo, dopo l’universalità di Succot c’è il raduno introspettivo di Sheminì Atzeret nel quale ci si occupa solo di Israele.
La vera sfida d’Israele è condurre il mondo al giorno in cui universalismo e particolarismo potranno coincidere in un unico manipolo al servizio della Volontà del Signore.