«Il Signore Iddio ordinò all’uomo dicendo: da ogni albero del giardino “mangiare” mangerai. E dall’albero della conoscenza del bene e del male non mangerai, perché il giorno che ne mangerai “morire” morirai.» (Genesi II, 16-17)

Secondo il Meshech Chochmà con questi versi il Signore comanda ad Adam HaRishon due precetti, uno positivo ed uno negativo: di nutrire sé stesso e di trarre godimento dai frutti del giardino ed il divieto di cibarsi dall’albero della conoscenza del bene e del male.

«Dal frutto dell’albero del giardino mangeremo. E dai frutti dell’albero che è in mezzo al giardino ha detto Iddio: non mangiate da esso e non toccatelo, affinché non moriate.» (Genesi III, 2-3)

Nechamà Leibowitz sottolinea numerose differenze tra i due set di versi, come il ridimensionamento del perimetro del permesso (dal frutto dell’albero, e non da ogni albero); l’assenza del duplice verbo rafforzativo, soprattutto sulla pena; il modo in cui la pena è enunciata.

La differenza halachica fondamentale è però nell’azione proibita e di questo parla il Midrash Rabbà citato in loco da Rashì:

«"E non toccatelo": ha aggiunto al comandamento, e per questo ha mancato, e questo è quanto è detto: (Proverbi XXX, 6) "non aggiungere alle Sue parole".»

Iddio non aveva parlato del tatto. Aveva proibito di mangiarne. Chavvà aggiunge di suo al divieto Divino.

Rabbì Shemuel Bornsztain (1856-1926), il secondo Rebbe di Sochatchov, anche conosciuto con il nome della raccolta delle sue lezioni, Shem MiShmuel, riflette: che cosa ha fatto Chavvà di sbagliato? Questo è esattamente ciò che siamo sempre chiamati a fare, delle siepi¹ attorno alla Torà! Chavvà, per non correre il rischio di mangiare, aggiunge il divieto di toccare l’albero.

I nostri Maestri hanno usato ampiamente questo strumento e Shem MiShmuel cita per esempio la discussione talmudica in Pesachim (11a), nella quale Rabbì Jeudà cancella il precetto della ricerca e dell’annullamento del chametz durante la festa di Pesach (per colui che non lo ha fatto prima) per evitare che possa erroneamente mangiarlo.

Che differenza c’è con quello che ha fatto Chavvà?

Ma è stata proprio Chavvà a fare questo sejag?

Shem MiShmuel ricorda che la lettura di Rashì sulla base del Midrash Rabbà non è l’unica. In Avot deRabbì Natan l’autore del sejag è lo stesso Adam. Adam vuole evitare di peccare e vuole evitare che Chavvà pecchi e perciò le comunica il precetto emendandolo con il proprio sejag: mangiare e toccare.

Apparentemente allora le due versioni sono contrastanti.

Il Rabbi di Sochatchov, in una straordinaria lezione, spiega come non ci sia contrasto tra Rashì e Avot deRabbì Natan e spiega al contempo il problema del sejag in questione.

Il ragionamento dello Shem MiShmuel parte da un insegnamento del Panim Yafot, che ruota attorno all’espressione pen temutùn, «affinché non moriate». Il termine pen indica sempre un dubbio, un forse.

Chavvà starebbe allora riportando quanto appreso da Adam. Adam teme che il toccare porti a mangiare ed il mangiare provochi la morte.

L’errore è di Adam, secondo questa lettura, perché avrebbe dovuto attaccare il condizionale pen al tatto, ma non al mangiare.

Se tocchi forse mangerai.

Ma se mangi muori, senza forse.

Il condizionale riferito al mangiare significa: mangiando acquisterò l’istinto del male e forse arriverò ai tre peccati capitali di idolatria, omicidio e rapporti proibiti.

Il serpente gioca su questo equivoco e secondo il Midrash dimostra a Chavvà che la morte non è contestuale (l’Amek Davar dice qualcosa di molto simile).

Di più, il serpente "insegna" a Chavvà il passo talmudico in Kiddushin 39b e le spiega che, anzi, acquisendo l’istinto del male, loro diventano meritevoli per il fatto di non trasgredire i tre peccati capitali e questo perché il premio per la non trasgressione di un precetto negativo esiste solo quando c’è una lotta contro l’istinto del male, cosa che fino a quel punto era impossibile.

Questo ragionamento del Panim Yafot non convince fino in fondo lo Shem MiShmuel, perché non si sposa con il giudizio positivo del sejag di Adam che è parte della fonte in Avot deRabbì Natan.

Ed allora il Rabbi di Sochatchov propone un’altra lettura.

Adam non ha sbagliato.

Ed in fondo nemmeno Chavvà.

Chavvà semplicemente non ha capito la posizione dell’atnachtà nel verso.

L’atnachtà è forse il più importante dei taamè hamikrà, delle note che ci ha tramandato la tradizione masoretica in base alle quali si canta la Torà. È la pausa che divide in due parti un versetto. La sua posizione, più ancora di quella degli altri teamim, permette di capire come vada letto un verso, quale lettura scegliere tra le varie possibili ed eventualmente contrastanti.

Adam posiziona l’atnachtà sotto il "mangiare":

«E dai frutti dell’albero che è in mezzo al giardino ha detto Iddio: non mangiate da esso. E non toccatelo, affinché non moriate.»

¹ "Fare una siepe" (sejag) intorno alla Torà indica lo stabilire, da parte dei Maestri, divieti più estesi per evitare che si possa sbadatamente trasgredire un divieto imposto dal Testo.

Chavvà sente l’atnachtà sotto il "toccare". E per la sua versione, che è quella stampata nei nostri libri, la pena di morte si riferisce ad entrambe le azioni. Ma non così intendeva Adam.

Nella lettura di Adam la pena di morte si riferisce solo al toccare. Solo al sejag, a ciò che egli stesso ha aggiunto al precetto. Per la proibizione Divina, il mangiare, non c’è pena peggiore dell’aver trasgredito alla parola del Signore.

Mi sembra così che si possa aggiungere che esiste un principio talmudico per il quale, sebbene non tutti i divieti della Torà comportino la pena di morte, chiunque trasgredisce le parole dei Chachamim è reo di morte.

I nostri Saggi hanno infatti spiegato nel trattato di Avot che la punizione per una trasgressione è la trasgressione stessa. Essa è qualitativamente ad un livello molto superiore rispetto alla pena di morte. È la cosa più grave che possa esistere.

Adam distingue allora tra il divieto Divino e quello umano. Tra il deOraita ed il deRabanan.

Chavvà non fa questa distinzione. E quello che parte come un errore di intonazione nel verso diviene un errore concettuale catastrofico.

Il Rambam (fine del secondo capitolo di Hilchot Mamrim) spiega che è fondamentale ricordare sempre cos’è che la Torà ci ha proibito e cosa è sejag. Cosa è deOraita e cosa deRabanan. Non perché questo debba condizionare il nostro comportamento, ma perché se così non fosse verremmo a peccare di bal tosif, del divieto di aggiungere alcunché alle parole della Torà.

Spostando l’atnachtà Chavvà mischia umano e Divino, deOraita e deRabanan, ed in questo modo il sejag diventa un’aggiunta e non una siepe.

E chiunque aggiunge, toglie.

Gorea.

Ed è esattamente questo il termine che usa Rashì.

Con questa incredibile lettura lo Shem MiShmuel non solo concilia Rashì con Avot deRabbì Natan, ma ci insegna il senso profondo dell’errore tecnico che provoca l’errore concettuale e poi l’errore di azione. (Qualcosa di simile accade per il Meshech Chochmà).

Ma c’è un altro concetto su cui riflette lo Shem MiShmuel.

Come avviene questo errore?

Come si arriva a trasgredire la parola del Signore?

La fretta.

Se si avesse più pazienza e si riflettesse, si capirebbe la dimensione dell’abominio che è nella trasgressione e non si trasgredirebbe.

La fretta provoca il peccato.

Così il Rabbi di Sochatchov ricorda la fondamentale distinzione che faceva il nonno, il grande Rabbì Menachem Mendel di Kotzk, tra l’azzèl ed il matùn, tra il pigro ed il moderato.

Apparentemente, per chi guarda superficialmente dall’esterno, i due comportamenti si somigliano molto.

Ma tra di loro c’è un abisso.

E si chiama yshuv haDaat, la riflessione.

La pigrizia, che ci impedisce di riflettere, porta poi alla fretta.

Al contrario la moderazione, attraverso la riflessione, anche quando prende del tempo che può essere confuso con l’inazione della pigrizia, porta poi all’azione corretta.

Se Adam e Chavvà avessero avuto la forza di riflettere, di essere moderati, non sarebbero arrivati al peccato.

Forse questa metinùt avrebbe dovuto essere proprio sui teamim.

Infatti, l’atnachtà impone una pausa nella lettura.

Significa proprio questo: pausa.

Ed i nostri Maestri ci insegnano che tutta la messorà, compresi gli spazi tra i versi, sono le pause di riflessione di Moshè nostro Maestro.

Il mio Maestro Rav Chajm Della Rocca shlita insegna che per imparare a leggere veramente una parashà bisogna procedere "tre parole per volta, un milione di volte".

Per imparare i teamim ci vuole costanza, tanto studio, tanta pazienza e tanta moderazione, tanta metinùt. Tanta riflessione, yshuv haDaat.

In queste giornate straordinarie in cui completiamo e ricominciamo la lettura della Torà noi usiamo una musicalità particolare, quella chiamata del taam eliòn, della nota superiore.

È in realtà una dizione non corretta perché il concetto di taam eliòn, tecnicamente parlando, a prescindere dalla musica, è relativo alle sole Aseret HaDibberòt, alla lettura dei Dieci Comandamenti.

Però la musica particolarmente solenne del nostro rito è volgarmente chiamata così, per associazione.

Può essere però che questo richiamo non sia così sbagliato.

Proprio in questo momento nel quale esaltiamo la lettura e lo studio del Testo, dobbiamo ricordare la superiorità del taam. Di come l’intonazione possa innalzarci al di sopra del peccato, al di sopra del nostro istinto.

Di come una pausa di riflessione, un atnachtà, possa salvarci dalla trasgressione e renderci uomini migliori.