La Mishnà nel trattato di Peà stabilisce:
הַפֵּאָה נִתֶּנֶת בִּמְחֻבָּר לַקַּרְקָע. בְּדָלִית וּבְדֶקֶל, בַּעַל הַבַּיִת מוֹרִיד וּמְחַלֵּק לָעֲנִיִּים. רַבִּי שִׁמְעוֹן אוֹמֵר, אַף בַּחֲלִיקֵי אֱגוֹזִים. אֲפִלּוּ תִשְׁעִים וְתִשְׁעָה אוֹמְרִים לְחַלֵּק וְאֶחָד אוֹמֵר לָבוֹז, לָזֶה שׁוֹמְעִין, שֶׁאָמַר כַּהֲלָכָה.
«La Peà viene data mentre è ancora attaccata al terreno. Nel caso di una vite alta e di una palma, il proprietario la raccoglie e la distribuisce ai poveri. Rabbì Shimon dice: anche nel caso degli alberi di noce dai rami lisci. Persino se novantanove dicono di distribuirla e uno dice di lasciarla prendere direttamente, si ascolta quest’ultimo, perché ha parlato secondo la Halachà» (Peà 4,1).
Per capire la Mishnà bisogna partire dalla sua prima frase.
La Peà viene data mentre è ancora attaccata al terreno.
Il proprietario non raccoglie la parte del campo destinata ai poveri per poi consegnarla loro. La lascia dov’è. Sono i poveri a entrare nel campo e a raccoglierla.
Non è un dettaglio tecnico.
La Peà non funziona come una donazione nella quale chi possiede decide cosa dare, lo prende dalle proprie risorse e lo consegna a chi ne ha bisogno. La Torah ha sottratto una parte del raccolto alla normale disponibilità del proprietario e ha stabilito che sia lasciata ai poveri. Questi non devono aspettare che venga loro distribuita. Arrivano e prendono ciò che spetta loro. Quasi senza chiedere permesso.
Per questo la Mishnà porta il caso estremo di novantanove poveri che preferiscono una distribuzione ordinata da parte del proprietario e uno soltanto che pretende di raccogliere personalmente. Si ascolta quello solo.
Non perché la Mishnà abbia una particolare simpatia per le minoranze e neppure perché uno valga più di novantanove. Semplicemente, quello solo ha ragione: שֶׁאָמַר כַּהֲלָכָה, ha parlato secondo la Halachà.
Gli altri novantanove non possono, votando, cambiare la natura del diritto del centesimo.
Poi però la Mishnà ha già introdotto un’eccezione: בְּדָלִית וּבְדֶקֶל, nel caso di una vite che cresce in altezza e di una palma. Qui la Peà non viene lasciata ai poveri perché la raccolgano direttamente. Deve essere il proprietario a salire, raccoglierla e distribuirla. La ragione è molto concreta: lasciare che una folla di persone si arrampichi per raggiungere i frutti è pericoloso.
Ed è a questo punto che la Mishnà successiva riprende esattamente lo stesso caso dei novantanove contro uno, ma lo capovolge:
בְּדָלִית וּבְדֶקֶל אֵינוֹ כֵן, אֲפִלּוּ תִשְׁעִים וְתִשְׁעָה אוֹמְרִים לָבוֹז וְאֶחָד אוֹמֵר לְחַלֵּק, לָזֶה שׁוֹמְעִין, שֶׁאָמַר כַּהֲלָכָה.
«Per la vite alta e per la palma non è così. Persino se novantanove dicono di prendere direttamente e uno dice di distribuire, si ascolta quest’ultimo, perché ha parlato secondo la Halachà» (Peà 4,2).
Stesse cento persone. Stessa Peà. Stesso diritto. Stessa sproporzione: novantanove contro uno. Ma questa volta ha ragione quello che chiede al proprietario di raccogliere. È una costruzione straordinaria.
Nella prima Mishnà la Halachà difende fino in fondo l’autonomia del povero. Ciò che gli spetta non deve trasformarsi nella concessione di qualcun altro. Neppure novantanove altri poveri possono costringerlo ad aspettare che il proprietario glielo distribuisca.
Poi arriva una palma. E davanti al rischio la stessa Halachà che aveva difeso con tanta forza il diritto di raccogliere personalmente dice: no. Neppure se novantanove su cento sono disposti a farlo.
Forse è proprio il numero scelto dalla Mishnà a rendere questa pagina così attuale. Novantanove significa praticamente tutti. Ed è proprio «lo fanno tutti» una delle frasi che precedono tante imprudenze.
D’estate, purtroppo, ne sentiamo continuamente. Incidenti durante un’escursione, un bagno, un tuffo, una gita, un’arrampicata. Situazioni diversissime tra loro, che naturalmente non possono essere ridotte a una spiegazione unica. Ma nelle quali ritorna spesso un meccanismo molto umano: se gli altri lo fanno, il rischio sembra improvvisamente più piccolo.
Sono saliti tutti.
Sono entrati tutti.
Ci sono andati tutti.
Che vuoi che succeda?
La Mishnà costruisce apposta il caso più estremo possibile: lo fanno in novantanove. E non cambia nulla. Se il modo normale di esercitare un diritto espone a un pericolo, il fatto che quasi tutti siano disposti a correre quel rischio non lo rende meno pericoloso.
C’è qualcosa che continua a sorprendermi studiando il trattato di Peà. Avrebbe potuto limitarsi a stabilire quanto bisogna lasciare ai poveri. Invece entra continuamente nella vita reale. Si preoccupa che nella corsa alla Peà i poveri non si colpiscano tra loro con gli attrezzi. Si preoccupa che madri che allattano, bambini e anziani possano arrivare al campo in momenti diversi. E qui si preoccupa persino che qualcuno possa cadere cercando di raccogliere dei frutti.
Non basta avere costruito un sistema giusto. Bisogna chiedersi che cosa succede quando delle persone vere cominciano a usarlo.
Persino se sono novantanove contro uno.