«...la voce è la voce di Jacov e le mani sono le mani di Esav...»
(Genesi XXVII, 22).
Tra i versi della Parashà di Toledot, così cara al mio Maestro, Rav Chajm Vittorio Della Rocca shlita, ce n’è uno sul quale Egli insiste particolarmente.
«...la voce è la voce di Jacov e le mani sono le mani di Esav...» (Genesi XXVII, 22).
Per il Midrash «La voce è la voce di Jacov» indica che Jacov domina solamente attraverso la voce, mentre «E le mani sono le mani di Esav» indica che Esav domina solamente attraverso le mani.
Questa dicotomia tra i due gemelli, così simili ma così distanti, diventa l’archetipo dell’esistenza di Israele. Israele trova la sua dimensione nella voce, nelle parole della Torà e della preghiera. Lo spirito vivente che Iddio pone nell’uomo è per Onkelos la facoltà verbale. L’uomo è in quanto parlante, ma l’ebreo è in quanto parlante parole di Torà. Esav invece è nell’azione. Nella materialità.
Nella tradizione rabbinica questo immaginario si sovrappone allo scontro tra Israele e Roma, ed i romani, con la loro ingegneria e le loro opere, sono certo la summa dell’operosità. Eppure non c’è possibilità di conciliazione. Spiegano i Saggi, commentando la profezia divina a Rivkà, che se Cesarea è costruita, Jerushalaim è distrutta e viceversa. Non c’è alternativa: in un mondo nel quale vince il modello di Roma, Israele perde. La sua voce viene coperta.
Ma questa è anche la nostra estrema difesa.
«Ha detto Rabbì Abbà bar Kahanà: “Non ci sono stati al mondo filosofi come Bilam ben Beor e Avnimus il filatore. Si radunarono tutti gli idolatri presso di lui. Gli chiesero: ‘Possiamo forse sconfiggere (mescolarci con) questa nazione (Israele)?’ Rispose: ‘Andate a cercare nelle loro sinagoghe e nei loro luoghi di studio; se troverete lì dei piccoli bambini che cinguettano con le loro voci non riuscirete a sconfiggerli, perché così gli ha promesso il loro padre: ‘La voce è la voce di Jacov’: fino a quando la voce di Jacov si trova nelle loro sinagoghe, le mani non sono le mani di Esav. Altrimenti ‘le mani, sono le mani di Esav’ e voi potrete distruggerli”».
(Bereshit Rabbah 65, 20).
Fino a che noi siamo fedeli al nostro modello, il modello della voce della Torà e della Tefillà, nessuno può veramente sconfiggerci.
Eppure non viviamo in compartimenti stagni.
Sempre nello stesso Midrash, Rabbì Jeudà Bar Illaì dice:
«La voce è la voce di Jacov che urla per quello che gli hanno fatto le mani di Esav».
E così anche la Ghemarà in Ghittin (TB Ghittin 57b) associa la voce di Jacov alle urla dei massacri subiti dal nostro popolo. Dei seicentomila ebrei uccisi da Adriano ad Alessandria d’Egitto e degli altri seicentomila uccisi altrove, due volte quanti coloro che erano usciti dall’Egitto. Ed ancora la voce è la voce degli ebrei trucidati da Vespasiano che ha ucciso a Beitar quattro milioni di ebrei, e c’è chi dice quaranta milioni.
«...e le mani sono le mani di Esav, questo è il regno cattivo che ha distrutto la nostra Casa, ed ha bruciato il nostro Tempio e ci ha esiliati dalla nostra Terra».
I Maestri non prendono alla lettera la Ghemarà. Ci sono forse degli errori storici: secondo la Ghemarà in Succà la strage di Alessandria fu fatta da Alessandro Magno, secondo il Gaon di Vilna da Traiano, mentre è Adriano e non Vespasiano il responsabile della mattanza di Beitar.
Ma il senso è chiaro: «La voce è la voce di Jacov che urla per quello che gli hanno fatto le mani di Esav».
C’è in questa riflessione dei Saggi un profondo insegnamento dei nostri Maestri. Le due visioni della voce come identità ultima di Israele e la voce come il grido per l’oppressione antisemita non sono due letture diverse, sono la stessa.
«La voce è la voce di Jacov che urla per quello che gli hanno fatto le mani di Esav», ma ciò vuol dire che la risposta a quello che hanno fatto le mani di Esav non è la religione della Shoà con i suoi mausolei e le sue inutili conferenze nelle quali ci parliamo addosso. La vera risposta alle malefatte di Esav è nella nostra voce autentica. Nella Torà e nella Tefillà. Solo se sapremo incanalare il grido di disperazione dei nostri martiri nelle parole costruttive della Torà potremo risorgere dalla polvere.
Questo è esattamente ciò che ci ha insegnato Rav Della Rocca shlita, orfano della Shoà, che ha saputo trasformare quello che hanno fatto a lui le mani di Esav nel canto della voce di Jacov, insegnando a tutti noi a «cinguettare».
Questo approccio è in definitiva il messaggio profondo che la Comunità di Roma porta con sé da duemila anni. La più antica delle Scole del Ghetto, la Scola Tempio, depositaria del rito di Roma, era, secondo la tradizione dei suoi frequentatori, funzionante da prima che il Tempio fosse distrutto (secondo quanto dice Rav Israel Chazan in Krach shel Romi). C’è chi dice che prese questo nome subito dopo la distruzione del Santuario. In una nota di archivio del 1551 essa è infatti chiamata Keneset Haichal Hanecherav, Scola del Tempio Distrutto.
Ed in effetti nello stemma della Comunità di Roma appaiono le due colonne del Tempio, Jachin e Boaz, ma con Jachin spezzata. La risposta alla distruzione del Tempio, alle stragi di Alessandria e Betar, ed anche alla Shoà, è la Scola. Il luogo nel quale la voce di Jacov dello studio e della preghiera si fondono in un’identità che è più forte di ogni mano di Esav.
E ci sono infatti anche due mani nello stemma della Comunità di Roma, la Città di Esav. Due mani che si stringono in amicizia. Forse ad indicare un giorno nel quale Jacov ed Esav potranno stringersi le mani invece che prendere uno il calcagno dell’altro.
In onore del mio Maestro, Rav Chajm Vittorio Della Rocca shlita, che è giunto all’età delle ghevurot, delle prodezze, con l’augurio di poter ascoltare la Sua voce di Jacov per tanti lunghi anni in salute ed ogni bene.