«In principio D. creò il cielo e la terra.» (Genesi I, 1)

Il Midrash Tanchumà commenta il primo verso della Torà in maniera molto strana.

«“In principio D. creò” (Gen. I, 1). Ci insegni il nostro maestro la benedizione che si dovrebbe dire per l’erezione di una nuova casa? Così ci hanno insegnato i nostri maestri di benedetta memoria: al momento dell’erezione di una nuova casa, un uomo recita la benedizione: “[Benedetto sei tu, o Signore nostro Dio, Re dell’universo], che ci ha tenuti in vita, [e ci ha preservato e ci ha permesso di raggiungere questa stagione]”, in modo da compiacere il suo Creatore.»

Qual è il nesso tra una nuova casa e la relativa benedizione e la Creazione? Non è affatto chiaro.

Il Midrash non spiega subito la relazione tra le cose ma inserisce invece un ulteriore elemento: le feste.

«E così trovi che le feste non sono state date ad Israele altro che per il loro piacere. Il Santo, che sia benedetto, ha detto: “Voi avete avuto piacere, così ripeterete nell’anno a venire”, come è detto: “E osserverai dunque questa ordinanza nella sua stagione di anno in anno” (Esodo XIII, 10). Vale a dire, dovete ripeterle ogni anno. Pertanto, si può dire: proprio come un individuo benedice il Santo, benedetto sia Lui, così il Signore lo benedice.»

Rav Mordecai Karmi (1749–1825) di Carpentras, nel Maamar Mordechai, spiega che il riferimento è proprio alla benedizione di Shehecheyanu che si recita nelle feste.

È particolare che questa benedizione, apparentemente, si riferisca al periodo che va dal tempo passato al presente. Si benedice il Signore di averci fatto vivere e giungere a questo momento.

La benedizione Divina, che si riceve in premio – «proprio come un individuo benedice il Santo, benedetto sia Lui, così il Signore lo benedice» – viene invece proiettata al futuro.

«Così ripeterete nell’anno a venire.»

E prosegue il Midrash:

«Rabbì Haninà dice: lo possiamo imparare da un altro verso: “Queste le offrirete al Signore nei tempi stabiliti” (Num. XXIX, 39). Non dice “avete offerto”, ma piuttosto “offrirete”, [indicando così che] continuerete a fare le vostre offerte nell’anno a venire. Quindi ne consegue che l’uomo che completa la costruzione di una nuova casa o acquista nuovi oggetti deve recitare una benedizione in quell’occasione.»

Il verso di Rabbì Haninà parla delle offerte delle feste che egli intende come riferite intrinsecamente a quelle dell’anno futuro.

La conseguenza logica – non si capisce bene quale logica! – è che si deve benedire Shehecheyanu per una casa nuova o per dei nuovi oggetti.

Ora il Midrash torna alla Genesi:

«Dopo che il Santo, benedetto Egli sia, creò il suo mondo, è scritto: “Dio benedisse il settimo giorno” (Gen. II, 3). Dopo aver creato gli animali e gli uccelli è scritto: “Li benedisse” (ibid. I, 28), e in riferimento alla creazione dell’uomo è scritto: “Li benedisse e chiamò il loro nome Adamo” (ibid. V, 2). Allo stesso modo ha benedetto i rettili e il cibo.»

Così come il Signore ha benedetto la Sua opera, noi veniamo chiamati a benedire la nostra.

Però, conclude il Midrash, quando l’uomo costruisce un palazzo prima fa le fondamenta e poi i piani superiori. La prospettiva Divina è rovesciata: prima i superiori e poi gli inferiori. Il cielo e la terra.

La benedizione dell’uomo è al passato, quella Divina è al futuro.

Ed in effetti la benedizione della Creazione è nei frutti che genererà. Al futuro.

Nel benedire Shehecheyanu noi riconosciamo che la nostra opera è il risultato dell’aiuto Divino avuto fin qui.

Nel benedirci – quando benediciamo Shehecheyanu – Iddio invece proietta la nostra mizvà al futuro. Quasi che il senso di ciò che facciamo ora sia ciò che faremo di nuovo in futuro.

In un paradosso degno di un thriller di fantascienza è come se il senso profondo della festa che faccio quest’anno dipendesse dalla celebrazione che farò il prossimo anno.

Non ci deve allora sorprendere che nel rito italiano (ed in alcuni riti spagnoli) l’aggiunta festiva per la benedizione del pasto sia:

«Il Misericordioso ci faccia giungere ai Moadim ed ai Regalim prossimi in pace.»

I Moadim sono Rosh Hashanà e Kippur, i Regalim le tre feste di pellegrinaggio.

La fonte di questa espressione è nella Mishnà di Pesachim (X), che codifica la formula della benedizione da recitare al termine della prima parte della Haggadà, dopo i primi brani dell’Hallel.

Rabbì Tarfon sostiene che si debba benedire il Signore «che ci ha redento ed ha redento i nostri padri dall’Egitto», al passato.

Rabbì Akivà rovescia invece la prospettiva al futuro:

«Così ci faccia giungere il Signore nostro D. e D. dei nostri padri agli altri Moadim ed ai Regalim prossimi in pace, contenti della costruzione della tua città e gioiosi nel tuo servizio, e mangeremo là dai zevachim (offerte sacre) e dai pesachim (offerta pasquale)... fino a: Benedetto Tu, o Signore, redentore d’Israele.»

Notoriamente la formula che compare nelle nostre Haggadot fonde entrambe le espressioni.

Lo Shibolè Haleqet sottolinea un problema intrinseco alla formula di Rabbì Akivà.

È tradizione (TB Rosh Hashanà 10b) che, così come la redenzione è avvenuta a Nissan, così la redenzione futura avverrà a Nissan.

Ora, se ci si augura la redenzione ai prossimi Moadim, Rosh Hashanà e Kippur, si stravolge l’ordine ed è come se si facesse una preghiera vana.

Lo Shibolè Haleqet spiega che l’augurio si deve intendere così: che possiamo giungere alle prossime feste e riuscire a metterle in pratica senza l’impedimento delle genti, così come siamo riusciti a fare il Seder. E così giungeremo poi alla redenzione, a Nissan.

Ed in effetti l’augurio dei pesachim non può che riferirsi al prossimo Pesach.

Quanto agli zevachim, secondo lo Shibolè Haleqet è il korban chagghigà.

In questa spiegazione traspare tutta la difficoltà che hanno avuto i nostri padri ad adempiere alle feste sotto l’oppressione straniera.

Lo Shibolè Haleqet riporta poi un’altra spiegazione a nome del fratello, Rabbì Binjamin, che invece sostiene che il fatto che la redenzione futura sia a Nissan è l’opinione di Rabbì Jeoshua.

Rabbì Eliezer sostiene invece che essa avverrà a Tishrè e quindi appunto ai prossimi Moadim e Regalim, laddove Regalim si riferisce a Succot e Sheminì Atzeret.

In ogni modo la benedizione che recitiamo sulla redenzione che celebriamo a Pesach si radica nella redenzione futura.

Anche la Mishnà nel trattato di Berachot (IX, 3) codifica la benedizione di Shehecheyanu per una nuova casa e così è l’halachà nello Shulchan Aruch (Orach Chajm 223).

In maniera straordinaria, se la prospettiva dell’uomo che benedice è al passato, quella degli altri è al futuro.

Infatti gli si dice:

«Consumalo e rinnovati.»

Ad una persona che ha acquistato un nuovo oggetto gli si augura il prossimo.

Quest’anno le feste sono state stravolte dal Covid.

Molti di noi si sono trovati a vivere feste molto diverse da quelle del passato.

Eppure, nelle molte difficoltà, siamo riusciti a mantenere viva la tradizione, trasformando le strade, i balconi e persino i tetti in luoghi di celebrazione.

C’è chi ha detto, un po’ come Rabbì Tarfon, che questa è la forza della tradizione.

Hanno senz’altro ragione.

A me piace però pensare, con Rabbì Akivà, che la forza delle feste di quest’anno sia nelle feste che, a D. piacendo, celebreremo l’anno prossimo in salute e serenità.

«Il Misericordioso ci faccia giungere ai Moadim ed ai Regalim prossimi in pace.»