Ed uscì Noach ed i suoi figli e sua moglie e le mogli dei suoi figli con lui. Ogni animale, ogni brulicante ed ogni volatile, ogni cosa che brulica sulla terra secondo le loro famiglie uscirono dall’arca. E Noach costruì un altare per il Signore e prese da ogni bestia pura e da ogni volatile puro ed offrì olocausti sull’altare. Ed odorò il Signore il profumo gradito, e disse il Signore in cuor Suo: "Non continuerò a distruggere ancora la terra per via dell’uomo, poiché l’istinto del cuore dell’uomo è male dalla sua infanzia e non continuerò ancora a colpire ogni vivente come ho fatto. Tutti i giorni della Terra saranno ancora semina e mietitura e freddo e caldo ed estate ed inverno, ed il giorno e la notte non cesseranno."»
(Genesi VIII,19-22)
La prima cosa che Noach fa uscendo dall’Arca è costruire un altare e presentare un'offerta al Signore. La collocazione geografica di questo evento è tutt’altro che intuitiva. Il Testo dice espressamente: «E si posò l’Arca nel settimo mese, il diciassette del mese, sui monti dell’Ararat.» (Genesi VIII,4), eppure per la nostra tradizione Noach fece molta molta strada dall’Ararat (probabilmente nell’attuale Turchia) al luogo dell’altare. Noach infatti viene proiettato nell’epicentro della geografia ebraica (ma forse anche di quella umana), a Jerushalaim.
Il Rambam spiega:
«Ed è tradizione nota a tutti che il luogo nel quale costruì David e Shelomò l’Altare nell’aia di Aravnà è il luogo nel quale costruì Avraham l’Altare e legò su di esso Izchak. Ed è lo stesso luogo nel quale costruì Noach [l’Altare] quando uscì dall’Arca. Ed è lo stesso Altare sul quale offrì Kain ed Evel. E su di esso offrì il primo Uomo un'offerta quando fu creato, e da lì fu creato. Hanno detto i Saggi: "L’Uomo è stato creato dal luogo della sua espiazione".»
(Rambam, Hilchot Bet HaBechirà II,2)
La sovrapposizione tra Noach e l’altare non è casuale. Il diluvio è infatti, nella visione dello Zohar, il preludio al mondo della Torà e le fonti dell’abisso e le cataratte del cielo di cui parla il Testo — il diluvio è sia dall’alto che dal basso — diventano un modo per indicare le acque superiori e quelle inferiori, il mondo celeste e quello dell’uomo. Il diluvio è l’incapacità di ricongiungere in maniera sana le due acque, i due mondi. Il Santuario è invece proprio il luogo dove questo ricongiungimento deve in qualche modo avvenire, e l’Altare è appunto l’epicentro di tale processo.
La tradizione ebraica colloca il punto di contatto tra le acque proprio nell’Altare e in particolare in dei buchi ivi presenti. Questi buchi, chiamati Shitin, conducevano ad una grossa cavità sottostante l’Altare. Il Talmud asserisce (TB Succà 49a) che questi canali sono stati creati nei sei giorni della Creazione ed anzi, sostiene la scuola di Rabbì Jshmael, la parola Bereshit (In principio) va letta come Barà Shit, «creò lo Shit». Sono questi i buchi nei quali, nel corso del servizio sacro, venivano versate le libagioni quotidiane di vino e, nel corso della festa di Succot, il nissuach ha-maim, l'offerta dell'acqua.
Secondo il Talmud (TB Succà 53a) questi Shitin si interrarono nel corso della storia e fu re David a scavarli nuovamente. Nel corso dello scavo venne rotto per errore il sigillo Divino che confinava nelle profondità della Terra le acque inferiori, con il risultato che le acque stavano inondando il mondo. David chiese se qualcuno sapeva se era halakhicamente possibile scrivere il Nome di D-o e gettarlo negli Shitin per ripristinare il limite delle acque inferiori.
Achitofel, Maestro di David, decide positivamente operando un ragionamento kal vachomer (a fortiori, a maggior ragione) dalla cerimonia della Sotà, la donna sospettata di adulterio. Nel corso della cerimonia veniva cancellato il Nome di D-o scritto su una pergamena. Ora, se per porre pace tra una coppia si può cancellare il Nome di D-o, a maggior ragione per porre pace tra D-o ed il mondo! David scrive il Nome di D-o e lo getta negli Shitin. L’acqua si ritira di 16.000 ammot in profondità, troppo se si vuole avere della terra umida e fertile. Allora David compone i suoi quindici Canti dei Gradini e l’acqua sale gradualmente di 15.000 ammot, assestandosi a 1.000 ammot dalla superficie, la giusta distanza. La Mishnà paragona questi quindici salmi ai quindici gradini che dividono il cortile degli Israel da quello delle donne.
Chiaramente non si sta parlando qui di sola ingegneria idraulica dei tempi antichi. Secondo i Saggi (TJ Nazir VII,2; Rambam, Hilchot Bet HaBechirà) l’Altare è il luogo dal quale Iddio ha preso la terra per formare Adam, il primo uomo. Zafnat Paneach (su Genesi II,7) sostiene che la cavità creatasi dalla rimozione di questa terra sono appunto gli Shitin. Rav Ghedaliahu Schorr (Or Ghedaliahu) spiega che si tratta sostanzialmente dello spazio che rimane all’uomo, dello spazio lasciato all’uomo per scegliere, il libero arbitrio, l’istinto del male. Quella terra che Iddio leva dalla Terra per formare l’uomo lascia uno spazio che noi dobbiamo riempire, quello spazio siamo noi stessi, è la nostra volontà... è quello spazio che Iddio ci lascia con la Sua «contrazione». A Succot noi riempiamo questo spazio con le acque inferiori testimoniando la nostra libera scelta di ricomposizione. Scegliamo di ricongiungere, consapevoli delle differenze.
Il tema della distanza tra le acque è allora il tema della nostra potenziale capacità di saldare il mondo dello spirito con la materia. La discussione di fondo che ruota attorno agli insuccessi della generazione del diluvio prima e della dispersione poi, è la sostenibilità dell’esperienza umana. È cioè possibile praticare questa saldatura? Oppure siamo destinati a peccare?
Una delle più affascinanti discussioni in merito avviene proprio nel Santuario.
Nel trattato di Chagghigà troviamo (15a):
«Hanno insegnato i Maestri: “Accadde che Rabbì Jeoshua ben Channanià si trovasse su uno scalino del Monte del Tempio [nel Santuario] e lo vide Ben Zomà e non si alzò dinanzi a lui [in segno di rispetto come dovuto]. Disse lui: ‘Da dove e per dove Ben Zomà? [A che stai pensando?]’. Gli disse: ‘Stavo guardando [lo spazio] che c’è tra le acque superiori e le acque inferiori e non c’è tra di esse che tre dita solamente, come è detto (Genesi I,2): "E lo Spirito di D-o aleggiava sulle acque", come una colomba che aleggia sui suoi figli e non li tocca’. Disse Rabbì Jeoshua ai suoi discepoli: ‘Ben Zomà è ancora fuori! Il fatto che "E lo Spirito di D-o aleggiava sulle acque", quando era? Il primo giorno. E la separazione è stata il secondo giorno, come è scritto (Genesi I,6-8): "...e separi [il firmamento] tra acque ed acque". Ed allora quant’è [la distanza tra le acque]? Ha detto Rav Achà bar Jacov: ‘Come un capello’, ed i Saggi dicono: ‘Come [lo spazio che c’è] tra due traversine di un ponte’. Mar Zutra e secondo alcuni Rav Asì dice: ‘Come [lo spazio] tra due manti stesi uno sull’altro’, e c’è chi dice: ‘Come [lo spazio] tra due bicchieri rovesciati messi uno sull’altro’.”»
Ben Zomà, uno dei mitici Maestri del Pardes, viene colpito secondo la tradizione proprio per aver guardato impropriamente (TB Chagghigà 14b). La distanza che lui propone, la distanza della colomba che aleggia, è bocciata da Rabbì Jeoshua ben Channanià perché eccessiva. Può avere un senso prima della separazione delle acque, quando Iddio era completamente solo, ma non ora. Una volta avvenuta la separazione, una volta che il nostro mondo materiale esiste, noi dobbiamo cercare il contatto con il Divino.
Il livello delle acque ed il trend di crescita (o decrescita) come funzione del livello morale e della compatibilità tra la vita umana e gli ideali che Iddio ci propone sono legate alla colomba di Ben Zomà anche nella Parashà di Noach.
«E venne a lui la colomba sul far della sera, ed ecco un ramo di ulivo strappato nella sua bocca, e seppe Noach che le acque erano calate dalla terra.» (Genesi VIII,11)
Lo scorso anno, nel commento dello Shem MiShmuel, abbiamo approfondito l’etimologia del nome Noach come dal Midrash Bereshit Rabbà (XXXIII,3). Rabbì Eliezer dice che Noach è chiamato in funzione del suo korban, della sua offerta. È infatti detto che Iddio odorò l’odore hanichoach, termine generalmente reso in italiano come «propiziatorio», ma che viene dalla stessa radice nun-chet che indica riposo. Al contrario Rabbì Josì bar Channinà dice che Noach è chiamato in funzione del «posarsi dell’Arca», come è detto vatanach, «e si posò l’Arca nel settimo mese». Vatanach contiene la radice di Noach: posarsi, riposarsi. Posarsi dell’Arca che è ovviamente funzione del livello delle acque.
Abbiamo allora anche qui una sovrapposizione di due concetti strettamente interconnessi. Da una parte la misura del livello delle acque e la loro distanza dalla media sostenibile perché il mondo possa esistere, dall’altra, sullo stesso vettore, la salita dell’opera dell’uomo rappresentata dal korban.
Capiamo allora che l’operazione di Noach non è affatto scontata. Noach con il suo korban vuole chiudere il diluvio rappresentandone la profonda comprensione della sua radice. Vuole tornare nel luogo della creazione umana per dimostrare che la frattura è sanabile, che Torà e materialità possono e devono coesistere in un equilibrio sostenibile attraverso il quale l’uomo possa innalzarsi e non soccombere all’istinto che ne comporta la distruzione.
La generazione della dispersione, quella della Torre di Bavel, secondo il Midrash stravolge ancora una volta questo vettore verticale.
«…se cadeva un uomo e moriva non se ne curavano, ma se cadeva un mattone si sedevano e piangevano e dicevano: "Ohi a noi, quando ne salirà uno al suo posto?"»
(Pirkè DeRabbì Eliezer su Genesi XI,1)
Cadere (scendere) e salire sono le costanti della Parashà di Noach che ci vede alla disperata ricerca di un equilibrio con noi stessi e con il nostro Creatore.
Questo equilibrio si fonda in primo luogo sulla capacità di conciliare le pulsioni con il sacro che è alla base della vita della coppia ebraica.
Noach costruisce l’altare ed inizia il processo in questione nel momento stesso nel quale egli ed i suoi figli possono tornare al rapporto coniugale che era stato precluso nell’Arca. La decisione di Achitofel che impedisce una nuova inondazione si basa sull’analisi di una cerimonia che deve sanare il rapporto tra due coniugi in crisi. I Salmi che David compone per riportare l’equilibrio nel mondo sono paragonati alle scale che legano il cortile degli uomini con quello delle donne nel Santuario e la stessa cerimonia della Simchat Bet HaShoevà, che preparava l’offerta dell’acqua di cui parlavamo, era l’occasione per una precisa separazione tra i sessi come descritto dal Talmud.
L’equilibrio nel rapporto sacro uomo-donna, come quello tra le acque, è la chiave per un’impostazione corretta. La generazione del diluvio viene spazzata proprio per aver devastato la sacralità della sessualità con ogni tipo di depravazione.
Nelle benedizioni di Zichronot del Musaf di Rosh HaShanà noi introduciamo la serie di versi che tracciano il percorso del ricordo del Signore con Noach. Lì il Signore ricorda Noach, vatifkedehu, con la stessa voce verbale che descrive la gravidanza di Sarà al centro della lettura della stessa giornata. Noach partorisce in qualche modo un mondo nuovo, un mondo nel quale l’equilibrio tra superiori ed inferiori, tra Cielo e Terra, è possibile.
Se il ricordo di Noach è al centro di Rosh HaShanà, possiamo forse dire che la sua opera post diluvio è invece particolarmente inerente al periodo invernale nel quale stiamo entrando. La prossima settimana inizieremo infatti, D. piacendo, a chiedere la pioggia. Piogge di benedizione, moderate, che con equilibrio ci permettano di avvicinarci sempre più al servizio del Creatore.