«E si posò l’Arca nel settimo mese, il diciassette del mese, sui monti dell’Ararat.»
(Genesi VIII,4)
I Maestri discutono nel Midrash Bereshit Rabbà (XXXIII,3) su quale sia la radice del nome Noach.
Rabbì Eliezer dice che Noach è chiamato in funzione del suo korban, della sua offerta. È infatti detto che Iddio odorò l’odore hanichoach, termine generalmente reso in italiano come «propiziatorio», ma che viene dalla stessa radice nun-chet che indica riposo. Al contrario Rabbì Josì bar Channinà dice che Noach è chiamato in funzione del «posarsi dell’Arca», come è detto vatanach, «E si posò l’Arca nel settimo mese». Vatanach contiene la radice Noach: posarsi, riposarsi.
Per quanto affascinante sia il ricorrere della stessa radice in contesti diversi nella Parashà di Noach, dobbiamo però riflettere sul fatto che apparentemente questa discussione rabbinica omette un fatto piuttosto semplice: la Torà stessa ci dice qual è la radice del nome Noach!
Alla fine della Parashà di Bereshit, Lemech, il padre di Noach, spiega il nome dicendo ze yenachamenu, «questo ci consolerà, ci darà riposo». Lemech è conscio del processo di sgretolamento della società che lo circonda e di cui è parte e vede in Noach colui che in qualche modo invertirà la tendenza. Noach dalla radice di yenachamenu. Dobbiamo allora per forza concludere che il Midrash sta cercando di dirci ben altro.
Ce lo spiega Rabbì Shemuel Bornsztain (1856-1926), lo Shem MiShmuel.
Lo Zohar ritiene che il verso VII,17 nel quale è detto che l’Arca si innalza al di sopra della terra sia da intendersi sul piano spirituale. Infatti, la radice resh-mem indica un innalzamento qualitativo, tanto da poter dire che l’Arca si alza al di sopra di questo mondo, al di sopra della natura. Shem MiShmuel paragona ciò al Trono di D-o che nel primo giorno della Creazione levita sulle acque, ma è fuori dal mondo. E dice ancora che l’Arca di Noach è simile all’Aron, l’Arca del Patto, l’Arca della Torà. Noach in qualche modo si rifugia nella Torà, lo abbiamo visto anche lo scorso anno nel commento ad loc. dello Sfat Emet, e con essa si innalza al di sopra del mondo colpito dal diluvio.
La dicotomia tra Noach ed il mondo circostante è infatti incolmabile. Il mondo sprofonda nella sua materialità e Noach con l’Arca si innalza. Questo strappo però non è eterno ed infatti, finito il diluvio, piano piano le acque si ritirano «e la questione Divina torna ad attaccarsi alla terra». L’Arca si posa, vatanach, e i livelli superiori ed inferiori tornano a toccarsi.
Allo stesso modo il korban, l’offerta, viene proprio dalla radice «avvicinare». Attraverso il korban l’uomo si avvicina ed avvicina il mondo al Signore.
Questa è per Shem MiShmuel la disputa tra i Tannaim nel Midrash. È indubbio che Noach concilia Cielo e Terra, come dice Lemech. Ma qual è la dimensione preponderante? Egli avvicina il Cielo alla Terra o la Terra al Cielo?
Per Rabbì Eliezer il baricentro dell’opera di Noach è nel suo sur merà, nel suo staccarsi dal male, nel korban inteso come avvicinare dal basso verso l’alto. Dalla Terra verso il Cielo, come l’odore del korban che sale.
Per Rabbì Josì bar Channinà invece Noach si evidenzia per il suo fare il bene, asè tov, positivamente, per il suo saper trascinare verso il basso la santità superiore, dall’alto verso il basso. Come l’Arca che si posa.
È chiaro, dice il Rabbì di Sochatchov, che entrambe le qualità sono presenti in Noach. La disputa è legata all’equilibrio tra le due. Si tratta infatti di due approcci diversi al servizio Divino, certamente entrambi validi, ma al contempo distinti.
Allo stesso modo lo Shem MiShmuel spiega l’avvicendarsi dei mesi di Tishrì e Marcheshvan, che quest’anno 5772 si succedono proprio questo Shabbat, Rosh Chodesh Marcheshvan.
Secondo un antico insegnamento i dodici mesi sono paralleli alle dodici tribù. Ogni tribù ha il suo mese. Tishrì è il mese di Efraim, Marcheshvan è il mese di Menashè. I loro nomi, per il Maestro di Sochatchov, indicano anche la loro particolare strada nell’avodat HaShem, nel servizio Divino.
Il nome Menashè è spiegato da Josef come nashani Elokim, «Iddio mi ha fatto dimenticare tutte le mie pene». In forma passiva, che indica il sur merà, l’allontanarsi dal male. Efraim invece è spiegato da Josef come ifrani Elokim, «Iddio mi ha fatto proliferare», attivamente. Asè tov. Fai il bene.
Quando Josef insiste perché Menashè riceva la benedizione dalla destra di Jacov ed Efraim dalla sinistra non sta facendo altro, secondo lo Shem MiShmuel, che calcare il percorso tradizionale indicato dal verso sur merà vaasè tov, «allontanati dal male e fai il bene». Ovvero Josef sostiene che, per servire il Signore, il nostro percorso debba necessariamente partire dall’allontanarsi dal male (Menashè) e solo a quel punto si può fare il bene (Efraim).
Jacov nostro padre, incrociando le sue mani, ci insegna, secondo il Rabbì di Sochatchov, una nuova strada nel servizio Divino. Non sempre è possibile aspettare di allontanarsi dal male. Anzi, a volte è difficilissimo dover aspettare di essersi allontanati del tutto per operare il bene. Questo è lo straordinario insegnamento che ci dà il Signore stesso con l’avvicendarsi dei mesi. Tishrì è un mese pieno di mitzvot, pieno di feste, pieno di azione. Shofar, Lulav, Succà, Hakkafot, Aravà ecc.: è il mese di Efraim. Marcheshvan è mar, amaro, proprio per l’assenza di feste e di mitzvot particolari. È il momento in cui tutto si raffredda. Il clima e, purtroppo, a volte anche il nostro entusiasmo. È il mese di Menashè.
Ebbene, nell’anticipare il mese dell’asè tov al mese del sur merà, il Signore ci ha concesso una nuova, straordinaria strada.
Perché, se noi dobbiamo avvicinarci e fare teshuvà, abbiamo bisogno di azione. Non solo di lasciare le cattive abitudini, ma piuttosto di riempirci di azione, di nuovi propositi. Tishrì ci catapulta nel mondo dell’azione prima ancora che ci siamo del tutto staccati dal male.
Ed eccoci allora a Marcheshvan. Ora che l’inverno arriva sul serio, che le feste con le loro mitzvot sono passate, noi entriamo in una nuova dimensione di servizio. Meno appariscente, forse meno esuberante, ma non meno importante. La routine dell’inverno ci insegna la kedushat yom chol, la sacralità del giorno feriale, che noi dobbiamo trasformare in un giorno particolare.
Pieni del carico spirituale accumulato in Tishrì, durante Marcheshvan noi dobbiamo continuare l’opera intrapresa. Per lo Shem MiShmuel noi possiamo scaldare il freddo di questo mese attraverso il calore della Torà. È infatti questo il momento dell’anno in cui ricominciano i cicli di studio. È il momento in cui si fissano i momenti per la Torà.
Secondo lo Zohar, Noach è lo Shabbat, in quanto il suo nome è la radice stessa del riposo, menuchà. Per lo Shem MiShmuel, nello Shabbat, con la dualità di ricordo ed osservanza, noi ritroviamo entrambe le dimensioni del Midrash: l’allontanarsi dal male e il fare il bene, nelle stesse regole di questa santa giornata.
In uno dei più bei canti dello Shabbat, Yom Shabbaton di Rabbì Jeudà HaLevi, si dice che «la colomba trovò in esso manoach, un riposo». Ci si riferisce al fatto che la colomba di Noach trovò finalmente un appiglio proprio di Shabbat. Manoach, dalla stessa radice di Noach.
Lo Shabbat contiene allora sia Menashè che Efraim, dunque è la totalità di Josef loro padre. Il Musaf di Shabbat, la preghiera speciale della giornata, è per l'Avnè Nezer, padre dello Shem MiShmuel, nella dimensione di Josef. Il Musaf di Rosh Chodesh è invece notoriamente associato alla figura di David, della tribù di Jeudà.
Dice l'Avnè Nezer: Shabbat Rosh Chodesh, con il suo Musaf particolare (Attà Yatzarta), è il connubio di Jeudà e Josef. L'unione dei due rami della casa d'Israele che il profeta Ezechiele vede uniti in un solo bastone.
Commentando ciò, Shem MiShmuel dice che quando due forze si uniscono nasce una terza forza qualitativamente superiore. Dal sole che regola lo Shabbat e dalla luna che regola il Rosh Chodesh nasce la luce superiore:
«E sarà il Signore per te come luce eterna.»
(Isaia 60,19)
Così sarà in futuro, ed in ogni Shabbat e Rosh Chodesh ne abbiamo un'anticipazione.
Come diciamo nello Yotzer del rito italiano:
«Hai reso gemella la Luce in Santità nel giorno di Sabato e Capomese.»