«E disse: "Maledetto sia Kenaan, schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli".
(Genesi IX,25)
«...tutti gli schiavi vengono chiamati con il nome di Kenaan, dal momento che è scritto di lui: "schiavo degli schiavi".» (Rashì su TB Kiddushin 22b)
Immediatamente dopo il diluvio, nell'episodio dell'ubriacatura di Noach, la Torà introduce in maniera alquanto singolare il concetto di schiavitù. Noach maledice Kenaan (che secondo la maggior parte dei commentatori lo ha evirato) con la maledizione della schiavitù.
Ma che cos'è la schiavitù?
È necessario ricordare che la risposta a questa domanda non è cosa secondaria per un popolo che nasce in condizione di schiavitù ed è altresì interessante notare che uno dei primi insiemi di regole dati dopo l'uscita dall'Egitto è proprio quello relativo agli schiavi.
La halakhà conosce fondamentalmente due tipi diversi di schiavo: eved ivrì ed eved kenaanì. Lo schiavo ebreo e lo schiavo cananeo.
L'eved ivrì è un ebreo che si vende, o meglio che vende il proprio lavoro, generalmente per sei anni (ed in alcuni casi fino al Giubileo). Le condizioni dello schiavo ebreo sono molto diverse da quelle dello schiavo nell'immaginario collettivo. Non può essere utilizzato per lavori pesanti, degradanti, inutili o non ben definiti (Rambam, Hilchot Avadim I,6). Lo schiavo ebreo deve godere delle stesse condizioni del padrone: mangiare lo stesso cibo, dormire nello stesso tipo di letto, vestire gli stessi abiti e abitare nello stesso tipo di abitazione. Inoltre ha diritto ad una liquidazione e non è cedibile a terzi. In caso di morte del padrone non passa in eredità (salvo casi estremi).
Nel Talmud (Kiddushin 16a) i Saggi discutono se il padrone abbia su di lui kinian haguf, proprietà della persona, oppure se, viste le condizioni non propriamente denigratorie, la proprietà del padrone sia da intendersi come quella che si ha su un debito. L'eved ivrì può infatti riscattarsi in ogni momento pagando al padrone il valore del tempo residuo del suo servizio. D'altra parte egli può decidere di non terminare il proprio rapporto al termine dei sei anni e, dopo la cerimonia della foratura dell'orecchio prevista dalla Torà, restare al servizio del padrone fino al Giubileo.
Esistono tre tipi di eved ivrì:
- Un ebreo che ha rubato e non ha di che risarcire può essere venduto dal tribunale nella misura necessaria a restituire il suo debito. A questa categoria si applica la liberazione automatica dopo sei anni. Questa regola vale solo per gli uomini: il tribunale non ha l'autorità di vendere una donna.
- Un ebreo che, trovandosi in ristrettezze economiche, decide di vendersi (o meglio, come abbiamo visto, di vendere il proprio lavoro). In questo caso la vendita può eccedere i sei anni, non viene "forato" e non riceve liquidazione.
- Un ebreo che si vende ad un gentile. In questo caso i parenti hanno l'obbligo di riscattarlo.
Vediamo quindi che, più di vera e propria schiavitù, si tratta al massimo di una forma di servizio.
Rav Mordechai Elon shlita spiega che l'idea alla base dell'eved ivrì è che esistono nella società persone che non sono in grado di gestirsi economicamente. Queste devono essere affiancate da famiglie stabili, sia economicamente sia spiritualmente, che possano offrire loro quella serenità e quella stabilità necessarie per ritrovare il proprio percorso.
Le regole dell'eved ivrì vengono quindi a definire i rapporti tra queste persone e chi le prenderà al proprio servizio.
Va comunque sottolineato che le regole dell'eved ivrì sono in vigore soltanto quando lo è il Giubileo e che quindi oggi non sono applicabili.
L'eved kenaanì, lo schiavo cananeo, è invece un gentile che si vende (o che viene venduto da un altro gentile che lo possedeva) ad un ebreo.
Il termine schiavo cananeo deriva proprio dal nostro verso fonte, che introduce il concetto stesso di schiavitù, come abbiamo visto dal commento di Rashì.
In questo caso l'ebreo non ha piena proprietà dello schiavo fintanto che questi è gentile (non c'è kinian haguf) e non diviene quindi un eved kenaanì, fino a quando non si converte (ovviamente volontariamente) all'ebraismo, si circoncide e si immerge nel mikvè con l'intenzione di diventare eved kenaanì.
Attraverso questo processo, che, ripetiamo, deve essere assolutamente spontaneo e volontario, lo schiavo diviene soggetto alle mitzvot come una donna: è cioè esente da quei precetti positivi legati ad un tempo preciso, le cosiddette mitzvot asè shehazeman gheraman.
In questo caso l'eved kenaanì è considerato proprietà del padrone e può essere venduto ed utilizzato anche per lavori umili, per quanto il Rambam codifichi che debba comunque essere trattato con rispetto.
Già la Torà ha stabilito che, nel caso in cui lo schiavo venga picchiato duramente, questi diviene automaticamente libero e che, se viene ucciso dal padrone, questi viene processato come omicida e può essere condannato a morte, qualora ne ricorrano i presupposti (eventualità comunque estremamente rara).
Possiamo dunque dire che entrambe le categorie hanno in comune il fondamentale rispetto che la Torà richiede nei confronti di ogni persona, indipendentemente dal suo status.
Possiamo anche distinguere i due casi e dire che, in realtà, quello dell'eved ivrì costituisce fondamentalmente l'impalcatura giuridica che regola l'integrazione nella società di persone che si trovano in condizioni precarie.
Rimane allora da capire il senso dell'eved kenaanì.
Rav Mordechai Elon shlita, spiegando i versi della Parashà di Noach, sottolinea come Kenaan sia schiavo delle proprie pulsioni: quelle stesse pulsioni sessualmente devianti che Iddio ha voluto cancellare con il diluvio. Egli minaccia il progetto di santità coniugale che Noach traghetta con l'Arca. Deve essere allora sottomesso a Shem, così da potersi educare e liberare anzitutto da se stesso.
In maniera straordinaria Israele diviene schiavo nella terra di Cham, l'Egitto, ed è poi chiamato a conquistare ed ereditare la terra di Kenaan. (Cham è il padre di Kenaan). Egitto e Kenaan rappresentano proprio quei modelli di immoralità sessuale dai quali Iddio ci ordina di separarci entrando in Eretz Kenaan, nel momento in cui siamo chiamati a trasformarla in Eretz Israel.
Il percorso dell'eved kenaanì è allora il percorso della sottomissione dell'istinto alla santità e della sua trasformazione in strumento di mitzvà.
La partita aperta che abbiamo con Egitto (Cham) e Kenaan verte proprio sulla purezza sessuale. Basti ricordare Josef con la moglie di Potifar; Josef che mostra il contratto nuziale al padre Jacov; il tentativo del Faraone di sedurre Shifrà e Puà; ed i suoi piani per le bambine ebree che, al contrario dei maschi, non vuole gettare nel Nilo.
Il Midrash sottolinea più volte il lavoro instancabile delle donne ebree per mantenere la purezza del nucleo familiare in Egitto, ed abbiamo anche visto in passato che Amram è colui che insegna in Egitto le regole relative al matrimonio.
Così anche in Eretz Israel, lo abbiamo visto recentemente, la grande caduta del re Shelomò è proprio nel suo legarsi in matrimonio con la figlia del Faraone.
Non è quindi un caso che l'eved kenaanì debba fare la milà, che sancisce il ripudio dell'immoralità sessuale, e conoscere quella condizione giuridica della donna ebrea che è alla base della casa ebraica.
È allora straordinario notare che il Talmud tratta le regole degli schiavi proprio nel trattato di Kiddushin, il trattato che si occupa del matrimonio nella sua santità.
Al mondo della lussuria di coloro che sono schiavi dei propri istinti, la Torà contrappone il mondo del rispetto e della santità.
Ed ecco allora Isaia descrivere in maniera sublime nella nostra Haftarà il rapporto di coppia tra Israele ed il Signore, che non ha paragone se non nella pudicizia, nella purezza e nella santità della coppia ebraica.