La nostra parashà abbraccia le prime dieci generazioni della storia umana. Da Adam a Noach. Si tratta in realtà di un percorso in discesa giacché tutte le generazioni corrompono non solo loro stesse ma anche il mondo. La nascita di Noach è da questo punto di vista una svolta epocale. Lemech, padre di Noach, anticipa questa "rivoluzione" profetizzando che "costui ci consolerà", chiamandolo appunto Noach, tranquillo.

Il Midrash si interroga su questa profezia in maniera discordante. Alcuni sostengono che Lemech era un profeta. Di grande interesse è la versione del Tanchumà che sostiene che non c’è nessuna profezia: Lemech capisce la novità che avviene per via del fatto che Noach nasce circonciso. Rashì in loco ricorda che questo cambiamento abbraccia anche la sfera materiale o, meglio, trova il suo riscontro proprio nella materialità. Noach è il primo ad introdurre strumenti agricoli.

In un mondo nel quale ancora non è stato introdotto il precetto della milà, Noach è in qualche modo un precursore. Non certo al livello di Avraham nostro padre, ma pur sempre un precursore. La milà è il simbolo dell’intervento umano in un mondo appositamente imperfetto nel quale l’uomo è chiamato ad essere socio di D. nel continuo processo di creazione. Noach questa milà la riceve in dono senza adoperarsi per essa, senza neppure dover eseguire il dam brit, la forma "ridotta" di milà prevista per chi nasce naturalmente circonciso.

Noach è dunque sospeso tra due mondi, eppure è proprio la sua operosità a renderlo diverso dalla sua generazione. Mentre il mondo va in rovina, Noach si rimbocca le maniche e costruisce l’arca che lo traghetterà in una nuova era. Sembra quasi che Lemech capisca lo stretto nesso che c’è tra milà come miglioria umana all’opera Divina, laboriosità e redenzione.

I Saggi sottolineano anche l’immensa operazione logistica che Noach affronta per alimentare gli animali che erano con lui. E forse questo è legato alla straordinaria prova che Noach affronta durante la permanenza nell’arca: l’astensione dai rapporti sessuali.

Noach vince questa prova forse anche grazie alla grande mole di lavoro che aveva. Uno dei grandi maestri del Chassidismo soleva dire che non voleva che i propri alunni fossero privi di peccati per via dell’assenza di yezer harà. Voleva piuttosto che non avessero tempo per peccare.

Questa è una delle grandi lezioni che un mondo che viene distrutto per via dell’iniquità e dell’immoralità sessuale lascia ad un mondo nel quale questi vizi sono tutt’altro che debellati.

Noach non sarà Avraham nostro padre, che ha elevato l’umanità con lui, ma è pur sempre un onesto lavoratore che in un mondo di vizio e furto riceve da D. stesso il titolo di "uomo giusto".

Eppure è lo stesso Noach ad insegnarci anche i limiti del lavoro come medicina per i mali del mondo. È quando Noach diviene un "uomo della terra" che cade e si ubriaca. Il lavoro è un ottimo strumento per contenere i mali di questo mondo, ma va affiancato allo studio della Torà. Se il lavoro diviene la definizione del nostro io, allora siamo ubriachi. È proprio Shem a sanare questa situazione coprendo il padre. Quello stesso Shem che sarà fondatore della prima Yeshivà e colui che dal Re di Shallem passerà ad Avraham il testimone della diffusione della fede in D. nel mondo.

"È bella cosa la Torà con il derech erez (il lavoro), giacché la fatica di entrambi allontana il peccato."

dice la Mishnà nel trattato di Avot.

Questa è una delle grandi sfide dell’ebreo: da una parte definirsi sempre e solo un servo di D. la cui prima preoccupazione è l’osservanza delle mizvot e lo studio della Torà, ma dall’altra lavorare sodo per alimentare se stessi, la propria famiglia e possibilmente aiutare anche il prossimo.

È un compito arduo, al quale però la nostra parashà fornisce uno straordinario strumento: lo Shabbat.

"Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro, ma nel settimo giorno è Shabbat per il S. tuo D., non farai alcun lavoro..."

I Saggi ci hanno insegnato che "lavorerai" significa comunque il servizio del Santo Benedetto Egli sia. Ossia, per sei giorni serviamo il Signore attraverso l’operosità, mentre di Shabbat è proprio l’astensione da ogni opera ad essere servizio del Signore.

Lo Shabbat è allora un meraviglioso strumento di equilibrio tra il lavoro e lo studio, la materia e lo spirito.

In uno dei più bei canti dello Shabbat si dice che "la colomba trovò in esso manoach, un riposo". Ci si riferisce al fatto che la colomba di Noach trovò finalmente un appiglio proprio di Shabbat. Manoach, dalla stessa radice di Noach: lo stesso Noach trova effettivamente il suo completamento di Shabbat.

Il Midrash vuole anche che la colomba trovasse quest’appiglio in Erez Israel. È solo in Erez Israel che la santità della terra incontra la santità del tempo. In Erez Israel la benedizione del pane si riveste di tutta la sua santità lodando il Signore che, a dispetto dei Korach di ogni generazione, fa uscire il pane dalla terra.