«Vedi, io pongo innanzi a voi oggi benedizione e maledizione.»
(Deuteronomio 11,26)
La Parashà di questa settimana si apre con un richiamo alla cerimonia di accettazione della Torà in Erez Israel che si svolgerà a Shechem una volta passato il Giordano. In tale occasione il popolo verrà diviso sui monti Gherizim ed Eval ed i Sacerdoti e l'Arca saranno in mezzo ai due monti.
In questa cerimonia benedizione e maledizione diverranno visibili, tangibili, come due monti.
I nostri Maestri ci insegnano però che questo momento "plastico" non è che la raffigurazione di una scelta quotidiana dinanzi alla quale ci troviamo sempre.
Lo Sfat Emet spiega, a nome del nonno, il Chidushè Haim, che ciò che il Testo intende è che è stata data la capacità all'anima ebraica di scegliere sempre e solo il bene. Questo è l'oggetto della prima delle benedizioni della mattina: «che hai dato al gallo [o forse all'intelletto] la capacità di distinguere tra giorno e notte». Ossia in ogni momento noi abbiamo la capacità di scegliere ciò che è conforme alla Torà.
Infatti è chiaro dal nostro verso che due strade si pongono dinanzi all'uomo in ogni momento della sua vita: la scelta tra il bene ed il male.
Eppure c'è da chiedersi, dice il Rabbi di Gur, cosa interessi al Signore se scanniamo una bestia sulla nuca (rendendola trefà) o sul collo, in maniera corretta. Che importa al Signore di cosa facciamo o dei dettagli di cosa facciamo?
«Ma tutto quanto ha Creato il Santo Benedetto Egli Sia, tutto è per far del bene, e ci ha dato le mizvot in modo che attraverso di esse possiamo essere recipienti per il bene e la benedizione... e dicono i figli d'Israele, visto che abbiamo davanti due strade, andremo dove vorremo, ha insegnato il Testo, "e sceglierai nella vita..."»
D-o ci ha dato la Torà per farci del bene. Ecco però che questo bene è raggiungibile solo attraverso la Torà. Solo attraverso la Torà noi possiamo divenire recipienti adatti per la benedizione. Non solo.
Spiega Sforno in loco:
«Guarda e vedi che la tua questione non sarà la via di mezzo come è in uso per le altre nazioni; poiché "io pongo innanzi a voi oggi benedizione e maledizione" e sono i due estremi, perché la benedizione è il successo in misura maggiore al necessario, nel senso di ancora meglio, e la maledizione è la mancanza che non si raggiunga quanto serve, ed entrambe sono innanzi a voi, per raggiungerle secondo la vostra scelta.»
Assunto che il bene è solo attraverso la Torà ne deriva che non ci sono vie di mezzo possibili per Israele. L'osservanza della Torà porta bene assoluto e la sua trasgressione il contrario.
Come abbiamo visto la scorsa settimana ciò non significa necessariamente che chi osserva la Torà riesca automaticamente nella materialità perché, come detto, il premio per le mizvot è qualitativamente incompatibile, generalmente, con la materia. Esso però è dato direttamente dalla mano Divina senza alcun intermediario, come invece accade per i Gentili. Premio e punizione sono infatti due facce dello stesso rapporto diretto che abbiamo con il Divino.
Per lo Sfat Emet però, sulla scia dello Zohar, la strada della maledizione non ha consistenza indipendente. Essa non comporta altro che un percorso diverso, più lungo e duro, che porta però allo stesso risultato.
Ovvero la punizione non è un atto punitivo, ma piuttosto educativo che, se ben metabolizzato, ci porta alla teshuvà. Questo è quanto dicono i Saggi sostenendo che l'essenza ebraica è il bene e che il peccato è solo per errore. Per questo D-o associa l'idea di mizvà alla mizvà stessa premiandola, ma non punisce per il pensiero di una trasgressione perché essa non ha consistenza.
La vita dell'ebreo è allora una continua scelta. In ogni istante si passa da una scelta all'altra.
Lo Sfat Emet ragiona su una nota parabola rabbinica.
«In futuro il Santo Benedetto Egli Sia prenderà lo Yezer Harà e lo sgozzerà dinanzi ai giusti ed ai malvagi. Ai giusti pare come un monte alto ed ai malvagi pare come un capello. Questi piangono e questi piangono. I giusti piangono e chiedono: "Come abbiamo potuto conquistare un monte così alto?" Ed i malvagi piangono e chiedono: "Come non abbiamo potuto conquistare questo capello?"»
(TB Succà 52a)
Commenta il Rabbi di Gur:
«E la questione è che esiste solo il capello. Ed i giusti che lo superano incontrano subito un altro capello e così per sempre fino a che aumenta fino a diventare una montagna.»
La montagna del giusto è la somma dei capelli che ha superato. Il malvagio invece sta fermo alla prima prova perché ha trasformato in monte il proprio capello. Per questo dice il Rabbi, nel solco del pensiero rabbinico, che «i giusti non hanno mai riposo», perché passano da una prova all'altra.
Il Midrash Tanchumà in loco rende questa scelta ancora più concreta dicendo che la cosa assomiglia ad un bivio stradale sul quale siede un vecchio saggio che ammonisce i passanti dicendo che una strada, per quanto impervia all'inizio, poi è facile; l'altra sembra facile all'inizio ma poi diviene difficilissima. Chi ascolta il Saggio riesce a vedere oltre l'apparenza e si salva. Gli altri hanno vita difficile.
Lo Sfat Emet lega questo Midrash con un'altra parabola che compare in Sotà.
«Parabola di un uomo che se ne andava in mezzo alla notte ed al buio ed aveva paura delle spine, dei pozzi, dei rovi, degli animali feroci e dei briganti e non sapeva in che strada procedeva. [Se] trova una torcia si salva dalle spine, dai pozzi e dai rovi, ma ha ancora paura degli animali feroci e dei briganti e così non sa in che strada procede. Quando sale la colonna dell'alba è salvo dagli animali feroci e dai briganti ma ancora non sa in che strada procede. Quando arriva al bivio delle strade è salvo da tutti.»
(TB Sotà 21a)
L'idea qui è che la torcia sia la mizvà specifica, la Torà la luce, ma non basta nemmeno la Torà finché non si riscontra che strada ha preso l'uomo, la Torà che ha applicato.
«La Torà è stata paragonata al bivio», spiega il Rabbi di Gur. Perché tutte le strade derivano dalla Torà: il bivio è il riscontro ultimo, il modo in cui ci comportiamo sulla strada sulla quale procediamo.
Il verso successivo al nostro verso fonte dice che la benedizione arriverà se ascolteremo. Curioso che la Parashà della vista, Reè, sia condizionata dall'ascolto. Quasi che quotidianamente si ripresenti il paradosso sinaitico del popolo che «vede le voci». L'ascolto, lo Shemà, è la qualità chiave necessaria per contenere la benedizione.
Infatti, dice lo Sfat Emet, un danno all'udito è considerato come un danno alla totalità dell'individuo e l'indennizzo è il valore totale dell'individuo.
«E l'uomo che è lo scopo della creazione non è stato creato altro che per ascoltare la parola del Signore. E questa è la completezza: che egli sia un recipiente pronto per il Suo Onore, Benedetto Egli sia. E secondo la sua preparazione ad ascoltare le mizvot del Creatore, questa è la completezza, e per mezzo di ciò merita di ricevere la benedizione.»
Se noi saremo strumenti (keli) degni, allora, come nelle parole del profeta Isaia con il quale completiamo la consolazione per la distruzione del Tempio:
«Ogni strumento (keli) che sia fatto contro di te non riuscirà, ed ogni lingua che sorga contro di te in giudizio tu la dimostrerai colpevole. Questo è il retaggio dei servi del Signore e la loro giustizia viene da Me, detto del Signore.»
(Isaia 54,17)