Giudici e poliziotti ti darai in ogni tua città, che il Signore tuo D-o ti dà secondo le tue tribù, e giudicheranno il popolo con sentenze giuste.»
(Deuteronomio 16,18)
La Parashà di questa settimana descrive, tra le altre cose, le principali istituzioni e funzioni nazionali del popolo ebraico: tribunali, polizia, re, sacerdozio nelle sue forme, esercito e profeti.
Se il Signore ci ha tratto dall'Egitto per renderci nazione sovrana in Erez Israel, Egli ci ha anche dato l'architettura nazionale adatta per far sì che ci sia possibile adempiere propriamente alla nostra vocazione. Ecco allora che i tribunali devono essere incorruttibili, il re modesto, l'esercito morale e così via. La Torà ci chiama ad una costituzione nazionale ed alle conseguenti istituzioni che non siano espressione delle necessità e dei desideri umani, quanto del disegno superiore del Creatore, così come ha premesso prima della rivelazione sinaitica:
«...e voi sarete per Me un reame di sacerdoti ed una nazione santa...»
Purtroppo, a causa dei nostri peccati, non siamo stati all'altezza di questo compito, precipitando in un esilio nel quale per oltre duemila anni l'applicazione pratica di queste mizvot è stata impossibile.
Ciò nondimeno la Torà è eterna e sempre attuale. Ad un primo livello i Saggi ci hanno insegnato che lo studio delle regole relative a mizvot attualmente non applicabili è paragonabile al loro adempimento: noi leggiamo i brani relativi alle offerte quotidiane secondo la loro casistica, nei giorni feriali come nei Sabati e nelle feste. Ed ancora studiamo le mishnaiot relative al Korban Pesach, nel pomeriggio che precede Pesach, nel momento stesso in cui saremmo tenuti al precetto, così come accompagniamo con il Seder Avodà nel Musaf del giorno di Kippur il rituale del Sommo Sacerdote.
L'attualità di questi versi però non si misura solo nella possibilità di sostituire la pratica con lo studio.
I nostri Maestri hanno insegnato che ogni verso parla ad ognuno di noi e ci dice al contempo parecchie cose. I Maestri della Chassidut sono stati coloro che forse più di ogni altro hanno portato all'estremo questo concetto.
Lo Sfat Emet analizza in chiave individuale diversi punti della nostra Parashà.
Commentando il nostro primo verso egli asserisce:
«Esso è anche per ogni singolo. I giudici sono la conoscenza per capire la verità e ciò è per mezzo della riflessione sulla Torà scritta ed orale. Come il giudice che sentenzia il giudizio così è l'accettazione dell'uomo attraverso la bocca (cioè il giudizio che esprime per sé stesso). Ed i poliziotti sono la dimensione delle mizvot positive e negative che sono nel corpo dell'opera per prevaricare l'istinto facendogli cambiare l'azione secondo la Torà.»
Secondo il Rabbì di Gur i giudici sono la capacità intellettuale dell'uomo di giudicare e giudicarsi attraverso lo studio della Torà, scegliendo ciò che è bene e ciò che è male. I poliziotti sono invece la capacità umana di piegare l'istinto facendo il bene e non il male. Si tratta delle due facoltà in corrispondenza delle quali posizioniamo i tefillin: quello della testa per il giudizio e quello del braccio per l'azione.
Dunque un verso che nel suo pshat, nel suo senso immediato, ci impone di istituire tribunali viene letto qui (anche) come relativo al singolo ebreo che deve applicare a sé stesso gli stessi criteri e gli stessi strumenti nazionali.
Lo stesso vale per la guerra. Egli legge i versi relativi alla battaglia in chiave di ammonimenti per l'individuo. Già i Saggi nel trattato di Sotà (44b) ci hanno detto che colui che parla o si interrompe tra la legatura della tefillà del braccio e quella della testa fa parte degli esonerati dalla battaglia. Da qui che, anche nel pshat del verso, la Torà ci sta chiedendo un esercito moralmente irreprensibile, tanto che chi si interrompe mettendo i tefillin e non lega propriamente intelletto ed azione è meglio che non partecipi alla battaglia.
Lo Sfat Emet applica gli stessi versi e criteri ad un'altra battaglia: la milchemet hayetzer, la guerra contro l'istinto.
Ad esempio la Torà ci impone di proporre la pace come prima opzione al nemico e lo stesso si deve fare con l'istinto. Così come la pace è opzione per il nemico che accetta le condizioni della Torà ed è disposto a sottomettersi ad Israele non intralciandone lo sviluppo nazionale, allo stesso modo si deve tentare la via pacifica con quegli istinti materiali che riteniamo di poter incanalare al servizio Divino. Prendere ciò che desideriamo nella materia ed innalzarlo, ed innalzarci usandolo per fare, pur sempre nella materia, una mizvà.
Quando però capiamo che invece l'istinto ed il desiderio ci stanno allontanando dalla Torà e dalle mizvot, allora dobbiamo entrare in guerra con l'istinto stesso allontanandoci il più possibile.
Ed in proposito ricorda come nella Torà non compaia mai la richiesta di allontanarsi da qualcosa di negativo, ma solo di non trasgredire. Il sejag, la siepe, è sempre un'istituzione rabbinica. L'unica eccezione è proprio qui: «Dalla cosa falsa ti allontanerai», perché la Torà, che è emet, verità, non può coesistere nemmeno con la minima misura di falsità.
Questo percorso di interiorizzazione degli aspetti nazionali della Torà all'interno dell'individuo è l'occasione per il Maestro di Gur per spiegare un'importante caratteristica di Israele.
«...che i figli d'Israele hanno tutta la completezza. Come se ciò fosse possibile, assomigliano al loro Creatore...»
E porta l'esempio del fatto che Israele è chiamata Shulamit nel Cantico dei Cantici, ed il Signore Shelomò, il Re che possiede la Pace.
«...e questo è "integro sarai con (im in ebraico) il Signore tuo D-o", come se ciò fosse possibile, assieme (im) al Signore tuo D-o.»
L'anima ebraica è un pezzo di Divinità superiore. Il Divino è in ognuno di noi e così hanno detto i nostri Saggi che l'uomo dovrebbe sempre vedersi come se nelle sue interiora ci fosse cibo consacrato. Israele ha in sé la capacità di colloquiare con il Divino, è predisposto al rapporto con il Signore.
Il profeta che D-o ci darà viene mikirbechà, di mezzo a te, ovvero è ebreo. Ma anche mikirbechà, da dentro te. Dentro te stesso c'è un profeta.
«...che l'uomo d'Israele deve arrivare a tutto da sé stesso, così come è detto "le tue azioni ti avvicineranno". E per questo non si deve desiderare di conoscere le cose celate ed i prodigi come il desiderio dei gentili che ricercano maghi e stregoni. Ma la forza d'Israele è per mezzo del servizio con integrità/semplicità, parificando il corpo con la radice dell'anima. Ed a quel punto capirà i segreti e così era veramente per i profeti, per mezzo del servizio della collettività d'Israele.»
La profezia, il livello di contatto con il Signore, non è che l'espressione di ciò che è intrinseco in ogni ebreo. L'ebreo deve cercare individualmente dentro sé stesso le forze per servire propriamente il Signore al meglio delle proprie individuali capacità. Il profeta nazionale è possibile quando Israele trova dentro ognuno dei suoi componenti la forza profetica che vi è celata. La rivelazione del Sinai è in effetti un momento nel quale ognuno raggiunge la profezia ed è questo che permette poi la profezia di Moshè in chiave nazionale.
A quel livello il re non serve ed è solo una figura retorica: lo scopo del re è infatti di contestualizzare nella materia il timore dell'autorità sì da poter capire a fortiori il timore di D-o.
«...miserabili sono gli uomini che necessitano di imparare il timore del Cielo dal timore dell'uomo.»
dice lo Sfat Emet.
Per questo, nonostante la Torà comprenda l'opzione della nomina del re, Shemuel riprende Israele che lo chiedeva sostenendo che la richiesta non è positiva:
«...mentre il Signore vostro D-o, Egli è il vostro Re.»
Se fossimo stati degni, non ci sarebbe stato bisogno dell'applicazione della regola del re.
Questo è vero per ogni re, per quanto concerne il concetto di timore. Infatti i Saggi insegnano che bisogna rispettare i re ed anzi adoperarsi per vederne la gloria, anche per i re gentili, per poi poter distinguere i re d'Israele. E questo perché il re d'Israele ci porta ad un timore qualitativamente superiore: alla irat haromemut, al timore di ciò che è eccelso. Il re d'Israele, con la Torà perennemente su di lui, è il simbolo della regalità Divina.
I figli d'Israele sono chiamati benè melachim, figli di re.
«...perché ogni uomo d'Israele deve avere il timore di ciò che è eccelso tanto che per mezzo suo cada il timore del Signore anche sugli altri, così come è scritto: "E vedranno tutti i popoli della terra che il Nome del Signore è chiamato su di te e ti temeranno". E così è scritto: "Temi il Signore, figlio mio, ed il re" (Proverbi 24,21), e lo hanno spiegato (i Saggi come relativo) ad Avraham nostro padre, sia la pace su di lui, che Mi ha temuto e l'ho fatto re, e su di esso si è mantenuta la cosa completamente, che ha proclamato il Nome del Santo Benedetto Egli Sia nella bocca di ogni creatura, come è scritto: per merito di Avraham che Ti ha chiamato Signore nel mondo e per questo è stato chiamato re. Perché colui che per mezzo suo accettano il Regno del Cielo viene chiamato re.»
Il paradosso è allora che noi stessi diveniamo re quando siamo capaci di fare del Signore il Re del mondo. Quando il Suo Santo Nome si santifica per mezzo nostro, allora noi stessi diveniamo degni di essere non solo i figli del Re, ma anche re noi stessi.
Il tribunale, il profeta, il re ed anche la battaglia, quando necessario, sono dentro di noi.
Ognuno di noi è a sua volta parte irripetibile di Israele e microcosmo dell'Universo.
Abbiamo visto in passato, in queste derashot, come, a nome del nonno, il Chiddushè HaRim, lo Sfat Emet proponga un'allusione per il nome Elul, il mese di preparazione nel quale siamo appena entrati.
Dal nome Elul si formano due «lo»: lamed-alef, che significa «no», e lamed-vav, che significa «Lui». Nel Salmo 100, il Mizmor LeTodà, al verso 3 è scritto velo anachnu con la alef ma noi leggiamo con la vav. Ossia è scritto che noi «non siamo» ma noi leggiamo «che noi siamo Suoi», del Signore.
Il Chiddushè HaRim spiega che questo è appunto il senso di questo mese. Se noi capiamo veramente che «non siamo» e ci annulliamo dinanzi al Signore, allora siamo Suoi.
Ecco, potremmo allora dire che proprio nella consapevolezza di avere tribunale, profeta, re ed esercito dentro di noi, se capiamo che non siamo nulla davanti al Signore, allora possiamo veramente essere Suoi, e come tali dei re.