«Quando sorga un falso testimone contro un uomo per parlare falsamente di lui, e staranno i due uomini che accusano dinanzi al Signore e dinanzi ai Sacerdoti e dinanzi ai Giudici che ci saranno in quei tempi. Ed i Giudici indagheranno bene, ed ecco che il testimone è un testimone falso, falsità ha detto sul suo fratello. E farete a lui come intendeva fare al suo fratello ed estirperai il male da mezzo a te. E coloro che rimarranno ascolteranno e temeranno e non continueranno a fare ancora come questa cosa malvagia in mezzo a te.»
(Deuteronomio 19,16-20)
«"Come intendeva": e non come ha fatto. Da qui hanno detto: "Hanno ucciso, non vengono uccisi".»
(Rashì ad loc.)

Il passo in questione è senza dubbio un pilastro del diritto ebraico. Dall'analisi della sua struttura, anche con il solo ausilio del commento di Rashì, si imparano diverse importanti regole. Si impara ad esempio che ogni volta che la Torà usa il termine testimone (al singolare) si tratta di due testimoni di sesso maschile, che i testimoni debbono stare in piedi durante la loro deposizione e, soprattutto, che il loro comparire dinanzi ad una corte e dinanzi ai Sacerdoti deve essere come una comparizione davanti al Santo, Benedetto Egli sia.

Ma il passo in questione è fondamentale soprattutto perché introduce la problematica della falsa testimonianza. La Torà prescrive che la falsa testimonianza venga punita con l'applicazione al falso testimone della pena che egli avrebbe fatto infliggere all'imputato.

Il Talmud (TB Makot 5b) evince dal verso in questione una regola che lascia spazio a molti interrogativi e che Rashì riporta nel suo commento.

Il testo dice che bisogna fare al falso testimone come aveva intenzione di fare e non come ha fatto. Prendiamo ad esempio un caso di pena capitale. La congiura di due falsi testimoni provoca la condanna a morte dell'imputato. Se l'esecuzione non è stata ancora effettuata e viene scoperta la truffa, i falsi testimoni vengono uccisi con lo stesso tipo di pena di morte prevista per l'imputato falsamente accusato. Qualora però il complotto venga scoperto solamente dopo l'errata esecuzione i testimoni non vengono più uccisi.

Questa regola sembra essere in contrasto stridente con ogni logica. Saremmo portati ad avere maggiore pietà per i falsi testimoni se l'esecuzione non è ancora avvenuta. Tutto sommato ognuno se ne torna a casa e ci si dimentica di tutto. Al contrario sembrerebbe corretto che questi pagassero con la vita per la vita di un innocente qualora qualcuno sia stato giustiziato a causa della loro falsa testimonianza. Non si capisce quindi che logica abbia questa regola.

Il Maharal di Praga, nel suo Beer HaGolà (II), si sofferma proprio su questa regola per spiegare la particolarità del diritto rabbinico.

Ricorderemo, ancora una volta, che un tribunale che esegue una condanna a morte ogni settanta anni viene bollato come sanguinario. Immaginiamo dunque la rarità dell'eventualità del caso di falsa testimonianza in questione. Non è evidentemente questo il punto: il Talmud ed il Maharal ci vogliono spiegare cosa c'è dietro a questa strana regola.

Bisogna innanzitutto capire un principio fondamentale: la giustizia assoluta è solo del Signore. Solo D-o è in grado di emettere un giudizio assolutamente giusto e di eseguire la Sua condanna in maniera corretta al cento per cento.

Il Siftè Chajm, a questo proposito, spiega come mai nel corso dei dieci giorni penitenziali che ci apprestiamo a vivere utilizziamo nelle preghiere la formula HaMelech HaMishpat e non Melech HaMishpat. In italiano la differenza non è molto evidente ma proveremo ugualmente: noi diciamo «Il Re [che è] il giudizio» piuttosto che «Il Re del giudizio». Mishpat (giudizio), dice il Siftè Chajm, è un attributo di D-o, così come Kadosh (Santo). Dunque D-o è il giudizio e non è solo Re del giudizio. Il Giudizio rivela il Suo Regno nel mondo.

Da qui deriva il fatto che il diritto ebraico non pretende di risolvere completamente ogni caso e non garantisce una sentenza giusta in senso assoluto. Il giudizio umano è solo una parte. Il tribunale rabbinico è una parte di un sistema giudiziario più complesso che lega assieme tribunale Celeste e terrestre.

Ci sono delle situazioni nelle quali il tribunale non può operare ma questo non significa che non ci sia diritto: solo una diretta testimonianza di due uomini maggiorenni ed osservanti permette lo svolgimento di un processo; il processo indiziario non è contemplato. L'idea è che il tribunale si debba occupare di una parte della giustizia, che si debba sforzare di fare giustizia nella consapevolezza che ci sono dei casi nei quali è preferibile lasciare a D-o il giudizio.

I testimoni nella realtà non fanno altro che affidare al tribunale la loro deposizione; in senso halakhico non fanno nessuna azione. Per questo motivo, spiega il Maharal, non possono essere puniti se il tribunale ha eseguito la sentenza perché la responsabilità non è più loro ma del tribunale.

A ben vedere il testo non dice «estirperai i malvagi di mezzo a te» ma bensì «estirperai il male di mezzo a te». Non c'è accanimento nei confronti dei falsi testimoni poiché mancano le premesse giuridiche per giustiziarli: loro provocano sì la morte di un innocente ma l'azione è troppo indiretta (ad esempio, se sparo ad una persona per ucciderla ed invece per errore uccido un terzo uomo non posso essere condannato a morte).

D'altro lato D-o è figura attiva nel processo. A proposito dell'omicida colposo, che viene condannato alla reclusione nella città rifugio, i Maestri spiegano che egli sta pagando per una colpa precedente: D-o ha manovrato gli eventi in modo che fosse lui ad uccidere involontariamente perché aveva da scontare altre colpe. Allo stesso tempo anche la vittima aveva nella realtà qualche cosa da espiare.

Il mondo ed i suoi eventi sono una rete immensa di causa ed effetto che noi non possiamo e non dobbiamo interpretare. Il tribunale ha il dovere di intervenire per mantenere la giustizia nella società, ma non è l'unico preposto a questo compito. D-o manovra ogni evento ed interviene nella vita di ogni singolo.

Per questo motivo i falsi testimoni non vengono condannati se l'esecuzione è avvenuta. In qualche modo D-o sarebbe intervenuto smascherandoli prima se l'imputato non avesse meritato (secondo l'ottica Divina) di morire.

C'è un giudizio dunque del tribunale che si basa su criteri molto stretti di testimonianza e che interviene quando si ha la certezza (nel mondo della materia) che ce ne sia bisogno. C'è poi la giustizia Divina che prende in considerazione tutt'altri fattori, compresa la parola ed il pensiero. Si tratta della Giustizia assoluta, l'unica che può prendere in esame l'intera vita dell'individuo e che può valutare anche i meriti altrui che possono influire sul giudizio (se ha figli che soffrirebbero). Per questo motivo si prega per un malato: si cerca di sommare i vari meriti della collettività dimostrando che la sua morte porterebbe alla sofferenza di tante persone magari innocenti. Solo D-o può fare considerazioni del genere.

Dunque arriviamo a capire che la Torà punisce solo i falsi testimoni per ciò che intendevano fare. Si tratta forse dell'unico caso in cui ciò che viene punito è il cattivo pensiero. Se c'è un'esecuzione il cattivo pensiero è andato in porto e ci penserà D-o a farla pagare ai testimoni, ma se non c'è stata esecuzione allora il male personificato dal loro cattivo pensiero deve trovare una soluzione: quella di ricadere sulla testa dei falsi testimoni.

Cerchiamo di capire meglio. Il pensiero ha un'importanza fondamentale nella vita ebraica: il Rav Dessler dice che «l'uomo è il pensiero» ed Onkelos nel suo Targum indica «l'anima vivente» che viene data al primo uomo come ruach memallelà, spirito parlante. La capacità di parola che distingue l'uomo è la parte (semi)tangibile del pensiero che è l'essenza dell'uomo.

Alcuni Maestri del mussar, l'etica ebraica, usavano portare l'orologio spostato di qualche minuto in maniera da dover pensare ogni volta che guardavano l'ora e soffermarsi sulla natura del tempo, sì da non avere alcuna azione automatica priva di pensiero.

Il Siftè Chajm spiega che esistono tre livelli fondamentali nell'interazione dell'uomo con il mondo: l'azione, la parola ed il pensiero. Questi elementi sono differentemente vissuti in quanto differentemente percepiti.

L'azione viene vista, sentita, toccata. Essa è la più chiara ai sensi delle tre. La parola non può essere vista (cfr. con il Matan Torà). Il pensiero è totalmente isolato dai sensi.

Dal punto di vista materiale l'azione è l'elemento di primaria importanza e solo quando può essere riscontrata in maniera inequivocabile un'azione sbagliata (omicidio, trasgressione dello Shabbat ecc.) può essere emessa la sentenza di morte.

Mi pare notevole il fatto che non basti vedere un omicidio per poter testimoniare. Si deve aver avvertito il trasgressore della gravità del suo atto e del tipo di pena di morte che la Torà prevede per quella specifica trasgressione. Dunque vista, parola, udito, tatto. La testimonianza in un tribunale è una questione di materia al 100%.

Dal punto di vista Divino però è vero il contrario. Il Bet HaLevi spiega che D-o ci giudica solo per le contraddizioni tra il nostro comportamento ed i nostri pensieri. Una persona che non accetta la Torà viene giudicata per le contraddizioni del suo sistema: non si può ripudiare la Torà e poi baciare il Sefer Torà che passa il giorno di Kippur!

Diciamo sempre che quello che conta è l'azione e l'esecuzione pratica e questo è senz'altro vero. Ma è altrettanto vero che se il compito dell'uomo è quello di giudicare le azioni proprie e altrui, D-o sa osservare anche quello che c'è nei cuori e nelle bocche: come dicono i Saggi, l'uomo dovrà rendere conto anche della più privata conversazione con sua moglie dinanzi all'Eterno.

Ciò che caratterizza il nostro caso è il fatto che i falsi testimoni portano il piano del (loro malvagio) pensiero nel mondo dell'azione del tribunale. Sono loro che stravolgono i sistemi. Ed essi vengono giudicati nell'unico caso in cui questo cattivo pensiero è stato portato in un tribunale umano (nel quale si giudicano le azioni e non i pensieri) e questo pensiero malvagio non si è neppure tramutato in azione e rimane un male spirituale in seno ad Israele. Va eliminato e spetta ai proprietari di questo pensiero malvagio eliminarlo con la loro stessa vita.

Il Maharal ha persino una fonte biblica per tutto ciò: Aman. Nella realtà Aman non ha ucciso un solo ebreo. Non ne ha avuto modo. Ed il testo dice:

«Ed il suo pensiero che aveva pensato sui Giudei tornerà sulla sua testa.»
(Ester 9,25)

Aman viene punito per il suo pensiero.

Capiamo dunque che la Giustizia ha più di un volto. Noi siamo preposti al volto umano delle azioni, D-o anche alla parola ed al pensiero.

I giudici sono soci di D-o nel giudizio ma solo D-o è la Giustizia.

Quanto sono forti questi concetti nel capomese di Elul, alla vigilia del periodo penitenziale. Abbiamo parlato alcune settimane or sono dello Shiviti: «Ho posto il Signore dinanzi a me sempre».

In questi giorni di giudizio necessitiamo di riscoprire la forza del pensiero come strumento nel miglioramento delle azioni. Dobbiamo imparare a migliorare i nostri pensieri riflettendo più spesso sul Regno di D-o e diminuendo i pensieri vani.

Dobbiamo abituarci ad un linguaggio di Torà diminuendo la maldicenza. E dobbiamo migliorare le nostre azioni ripudiando le averot.

Ci avviciniamo ad un processo globale sulle nostre persone che comprende anima, parola ed azione e che si svolge alla presenza di un Re che non erra mai nel Suo giudizio.

Possa il timore del giudizio ricondurci ad un ritorno completo a D-o ed alla Sua Torà.