«Non potrai mangiare nelle tue città la decima del tuo grano e del tuo vino e del tuo olio, né i primogeniti del tuo bestiame e del tuo gregge, né tutte le tue offerte votive di cui farai voto, né le tue offerte volontarie, né quanto innalzi dalle tue mani. Ma davanti al Signore tuo D-o ne mangerai nel luogo che sceglierà il Signore tuo D-o per far risiedere lì il Suo Nome, tu e tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava ed il levita che è nella tua città, e gioirai dinanzi al Signore tuo D-o in ogni tua attività.»
(Deuteronomio 12,17–18)
«Non potrai immolare il Pesach in una delle tue città che il Signore tuo D-o ti dà. Ma nel luogo che sceglierà il Signore tuo D-o per far risiedere il Suo Nome, lì immolerai il Pesach alla sera, quando viene il sole, nel momento in cui tu esci dall'Egitto.»
(Deuteronomio 16,5–6)
«"Non potrai": Rabbi Jeoshua ben Korchà dice: "Puoi, ma non hai il permesso". E tutto quanto ne consegue: "Ed i figli di Jehudà non poterono prendere possesso dei Gebusei residenti di Jerushalaim" (Jeoshua 15,63). Avrebbero potuto, ma non avevano il permesso poiché Avraham aveva stipulato un patto quando aveva preso da loro la grotta di Machpelà. Ma non erano Gebusei, erano Chittei!? Devi allora intendere [che sono chiamati] con il nome della città il cui nome è Jevus. E così è spiegato nel Pirkè deRabbì Eliezer: "se non portando via i ciechi e gli zoppi" (Shemuel II 5,6), le forme sulle quali era scritto il giuramento.»
(Rashì, ad loc.)

"Volere è potere", dicono i saggi delle nazioni del mondo, esortando l'uomo nella convinzione che una forte volontà possa portare ai risultati desiderati.

I Maestri d'Israele sembrano essere d'accordo dicendo: «Non c'è cosa che possa resistere alla volontà» e proprio nello Shabbat in cui annunciamo il mese del ritorno di Elul dobbiamo ricordarci di quanto ci insegna Rabbi Elazar ben Dordia: «La cosa non dipende altro che da me». Il senso è che la teshuvà, il ritorno a D-o, è alla nostra portata e dipende solamente da noi.

Bisogna capire però il senso di due concetti profondi e distinti: razon (volontà) e jecholet (potere).

Il Talmud (Berachot 33a) asserisce che «Tutto è nelle mani del Cielo tranne il timore del Cielo». Rav Friedlander spiega questa affermazione (Siftè Chajm I, 140) con quanto dice il suo Maestro Rav Dessler (Miktav MeEliyahu I, 118), basandosi su alcuni insegnamenti del Gaon di Vilna.

Ogni azione si divide in razon (volontà) e jecholet (potere). Ossia l'uomo vuole (razon) eseguire un'azione e la mette in pratica (jecholet). Questa distinzione non esiste in D-o, Benedetto Egli sia, poiché la Sua Volontà è azione. C'è però un'eccezione: l'uomo. O meglio, il rapporto uomo-D-o.

L'uomo vive in una condizione nella quale vuole ed esegue. La Volontà di D-o nella creazione equivale a ciò che effettivamente accade. Ma quanto a ciò che D-o si aspetta dall'uomo, Egli tiene per sé la Volontà e concede all'uomo il potere.

La Volontà (razon) del Signore è che Israele adempia alla Torà, ma Egli ha consegnato ad Israele le chiavi dell'esecuzione, jecholet, il potere.

Molte volte mi è capitato che amici commentassero la mia adempienza ad una particolare mizvà negativa: «Tu non puoi...».

«No», ho sempre risposto io, «neanche tu puoi, quello che fai è un altro discorso, ma non puoi».

Al che l'altro: «Io posso eccome, ed infatti lo faccio!».

Questo breve scambio di battute ci dà la misura di quanto molto spesso l'incomprensione che c'è tra gli osservanti ed i meno osservanti nasca da un'assenza di vocabolario comune.

In questo mondo il termine «io posso», ani jachol, viene vissuto con una grande importanza e la scommessa dell'uomo sembra essere quella di ampliare il più possibile la potenza ed il potere. Spostare di un centimetro almeno la nuova frontiera. Il mondo del record.

Il mondo ebraico vive tutto questo in maniera problematica. D-o ci ha concesso libertà nell'esercizio della jecholet perché noi, scegliendo di eseguire la Volontà di D-o, potessimo godere del libero arbitrio.

D-o riduce la Sua Onnipotenza lasciandoci la jecholet. La sfida consiste nel saper noi esercitare quella esecuzione che sarebbe scaturita dalla Volontà di D-o se Egli non avesse rinunciato alla jecholet.

Dunque l'esercizio del potere dell'uomo dovrebbe rispondere perennemente ad un criterio solo: quello che sto facendo è quello che vuole D-o?

Lo Shulchan Aruch, la Tavola Apparecchiata, il codice in base al quale l'ebreo deve vivere la sua vita, si apre in maniera monumentale.

Rabbi Josef Karo dice:

«Si faccia forza come un leone ad alzarsi la mattina per servire il suo Creatore e che sia lui a svegliare l'alba.»

E il Ramà (Rabbi Moshè Isserles) prosegue:

«Ho posto il Signore dinanzi a me sempre! È una regola grande nella Torà e nei valori dei giusti che procedono dinanzi a D-o, poiché non è il risiedere dell'uomo ed i suoi gesti ed i suoi affari quando egli è solo in casa, come il suo risiedere ed i suoi gesti ed i suoi affari quando è dinanzi a un grande re, né il suo parlare e il suo aprir bocca a sua volontà quando è con le persone della sua casa ed i suoi vicini come il suo parlare nel Palazzo del re. Così a maggior ragione quando l'uomo pone sul suo cuore che il Grande Re, il Santo Benedetto Egli sia, la cui Gloria riempie tutta la Terra, è ritto su di lui e guarda le sue azioni, come è detto: "Forse che un uomo si nasconde in un nascondiglio ed Io non lo vedo? dice il Signore", subito giungerà su di lui il timore e la sottomissione al terrore del Nome Benedetto sia e si vergognerà sempre di Lui, e non si vergognerà dinanzi agli uomini che lo canzonano nel servizio del Nome Benedetto. Ed anche procedendo umilmente e coricandosi sul suo letto sappia dinanzi a chi è coricato e, subito quando si sveglia dal suo sonno, si alzi solertemente al servizio del suo Creatore, sia Benedetto ed Innalzato.»
(Orach Chajm, Siman I, Halakhà I)
  • La Torà Scritta inizia con la Creazione del mondo, dal principio, ma dovrebbe cominciare dalla prima mizvà che Israele riceve, il capomese.
  • La Torà Orale inizia con la prima mizvà che un uomo fa in vita sua, la recitazione dello Shemà.
  • Lo Shulchan Aruch, il codice di vita ebraica, comincia con la prima cosa che si deve fare la mattina quando ci si alza: capire che D-o è in noi ed attorno a noi.

Lo Shulchan Aruch premette ad ogni regola comportamentale il fondamento di ogni mizvà: il Re dei Re, in questo momento, in ogni momento, mi sta guardando per vedere se adempio alla Sua Volontà oppure no.

Se la Torà dice: «Non puoi!», non significa che non ho l'opportunità o le capacità. Significa che «non hai il permesso». Rifletti: come puoi trasgredire la Volontà del Signore?! Metteresti una mano nel fuoco? No. Ed allora perché fai una cosa che sai essere negativa?

Questo quesito è rivolto ad ognuno di noi secondo la sua statura, in ogni momento della nostra vita, e nasconde una grande verità. L'unica cosa sensata che l'uomo può fare è la Volontà di D-o. E non è poco! D-o, che ha creato il mondo volendo (ed è stato!), rinuncia alla coincidenza di volere e potere per ridursi ad esprimere il Volere nell'aspettativa che Israele raccolga il potere.

Nella nostra Parashà l'espressione «non potrai» torna due volte nei versi indicati all'inizio con una particolare intenzione:

  • La prima volta ci viene detto che non possiamo consumare la seconda decima e le altre offerte nella nostra città ma dobbiamo andare a Jerushalaim.
  • La seconda volta ci viene detto che non possiamo immolare il Korban Pesach altro che a Jerushalaim.

È evidente che c'è un forte legame tra le due proibizioni: determinate cose non possono essere mangiate altro che a Jerushalaim dopo averle presentate al Santuario. Ed è notevole che la Torà usi la stessa espressione.

Aiutandoci con il commento di Rashì alla prima delle due possiamo capire meglio:

«Non potrai: Rabbi Jeoshua ben Korchà dice: "Puoi, ma non hai il permesso..."»

Nella pratica, volendo, posso prendere un agnello, fare tutto quello che farei al Santuario e chiamarlo Pesach. Ma non sono uscito d'obbligo. E poi perché accetti di fare il Pesach, di farlo in un momento determinato, accetti tutto, ma non che il luogo di esecuzione della mizvà sia assolutamente Jerushalaim? O ancora, se accetti il principio della seconda decima e poi decidi che te la mangi a casa tua quando la regola prevede che la devi mangiare a Jerushalaim (e non esci d'obbligo), che senso ha?

Per questo motivo la Torà ha precisato: «Non puoi», Lo tuchal. Se non lo mangi a Jerushalaim non è più il Korban Pesach, è un'altra cosa. Puoi mangiarti un agnello arrostito e recitarti tutta la Haggadà, ma se non sei a Jerushalaim non hai fatto il Korban Pesach. Questa è forse la più grossa delle lezioni da imparare per il nostro mondo.

La definizione di jecholet, potere, è l'esecuzione della Volontà di D-o. Nel momento in cui stai facendo una cosa che prescinde dalla Volontà, nella realtà non stai facendo nulla.

Se non sei a Jerushalaim puoi scannare quanti agnelli vuoi, non è il Pesach. Non puoi fare il Pesach se non sei a Jerushalaim.

È tutta una questione di definizioni. Non puoi fare una mizvà contro le regole dello Shulchan Aruch perché, se non hai risposto a tutti i criteri, non hai fatto la mizvà. Non puoi scegliere quello che ti piace nella Torà. E quando lo capisci, capisci anche che in tutta la tua vita non puoi fare altro che eseguire la Volontà di D-o. Il resto potresti farlo (nessuno ti fulmina!) ma non conta nulla.

Concludendo sembra straordinario che Rashì trovi un'altra fonte sul "potere" proprio a proposito della conquista di Jerushalaim. In un commento piuttosto oscuro quello che è chiaro è che fino alla venuta di David Israele non ha potuto conquistare Jerushalaim: avrebbe potuto ma non aveva il diritto, visto un giuramento di pace fatto da Avraham. Per la rottura dell'impegno ci vuole un personaggio come David.

Solo colui che sa tornare a D-o in ogni momento e che vive in teshuvà può accedere a Jerushalaim.

Il proposito d'Israele in questo mese di ritorno dovrebbe essere quello di riscoprire il proprio lessico. Le parole indicano idee. L'idea del libro dei record in ebraico non c'è. Non conta fino a dove ci si può spingere, conta quanto si è capaci di contenersi. D-o ha contenuto l'infinito, noi dobbiamo riempire il vuoto lasciato.

Dobbiamo capire che possiamo ciò che D-o vuole e non oltre. Infine dobbiamo capire che anche Jerushalaim non è un sito archeologico folcloristico ma è il Santuario del D-o Vivente, dove il rapporto tra uomo e D-o prende significati diversi e può avvenire nella forma più corretta.

A Jerushalaim si arriva quando si impara da re David a far regnare D-o sulle nostre volontà.

Abbiamo sentito dire in queste settimane che Jerushalaim è un simbolo: Jerushalaim non è un simbolo, Jerushalaim è il Santuario ed il Santuario siamo noi. Rinunciare a Jerushalaim è rinunciare all'idea del Santuario e con essa del popolo d'Israele.

D'altra parte una Jerushalaim che non sia un Santuario vivente non ha senso. Un ebreo che non sia un Santuario non ha senso.

Non si può essere ebrei senza essere un Santuario.

Non si può essere Israele senza Jerushalaim.