“Ed uscì Lot e parlò ai suoi generi, che avevano preso le sue figlie e disse: ‘Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore distrugge la città’; ed era come uno che scherza agli occhi dei suoi generi.” (Genesi XIX, 14)
La nostra Parashà dedica molto spazio all’episodio della distruzione di Sdom. Vorrei soffermarmi su un verso all’interno di questo brano, provando poi ad imparare qualcosa di più generale.
Nella prima parte della Parashà, vale la pena ricordarlo, tre angeli fanno visita ad un Avraham ancora convalescente per la milà eseguita appena tre giorni prima, e gli annunciano la nascita di Itzchak. I tre angeli, Refael, Michael e Gavriel hanno tre compiti differenti: uno visita l’ammalato, uno annuncia la nascita di Izchak ed uno viene a distruggere Sdom. Refael e Gavriel proseguono per Sdom per eseguire la sentenza, mentre Avraham prova senza successo ad intercedere per evitare la catastrofe. Gli angeli arrivano a Sdom nel giorno in cui Lot aveva ricevuto un’importante nomina politico-giudiziaria e vengono da lui ospitati. I sodomiti cercano allora di violentare quelli che pensano essere viandanti e Lot si interpone. Gli angeli accecano i Sodomiti e spiegano a Lot che il tempo stringe, ma gli danno la possibilità di salvare sé stesso e la sua famiglia.
Ed ecco il nostro verso: Lot prova a convincere i suoi generi a venire via ma questi non gli credono, ‘ed era come uno che scherza agli occhi dei suoi generi’.
Rashì in loco spezza il verso dicendoci che Lot aveva quattro figlie: due sposate (con i generi appunto) e due fidanzate (con coloro ‘che avevano preso le sue figlie’). Quindi Lot parlerebbe con tutti e quattro, rendendosi però ridicolo.
Sforno lega il tentativo di Lot con la piaga della cecità di poc’anzi. Appena dispersi i Sodomiti, Lot esce e tenta di persuadere i generi.
Lo Shem MiShmuel si chiede perché i generi presero così alla leggera Lot. In fondo avevano appena assistito ad un miracolo evidente! È vero, non basta un miracolo a trasformare una persona in un credente, ma quantomeno avrebbero dovuto essere perplessi... che c’era da ridere?
Risponde lo Shem MiShmuel affermando che quanto accade è parte della piaga della cecità. Così come fisicamente furono accecati e non riuscirono a trovare la porta della casa, così anche nell’interiorità videro il miracolo ma non riuscirono a capirlo, a prestargli attenzione. Da qui dice il Rabbi di Sochatchov che l’uomo dovrebbe sempre fare molta attenzione a ciò che gli accade attorno, perché ci sono dei momenti in cui può apprendere le vie del Signore, il premio e la punizione e via dicendo. Quando però l’uomo rinuncia volontariamente alla retta via viene colpito dalla cecità. Guarda, ma non vede. Ed aggiunge in maniera estremamente attuale lo Shem MiShmuel, che questo è particolarmente vero nella nostra epoca (lui lo scrive nel 1919 poco dopo la fine della Grande Guerra), perché vedendo “gli sconvolgimenti dei popoli e la caduta dei regni e la provvidenza Divina in ogni dettaglio, ogni uomo dovrebbe stare attento a non essere preso dalla piaga della cecità”.
Il Rabbi di Sochatchov ci spiega allora la radice profonda di questa cecità.
Secondo il Klì Yakar il motivo dell’ilarità suscitata dall’annuncio di Lot è legato al fatto che questi usò il Nome Tetragrammato di D., che noi leggiamo come Signore, che indica la misura della misericordia, per dire che ‘il Signore distrugge la città’. Forse lo sarebbero stati a sentire se avesse parlato di Elohim e quindi della misura della giustizia, ma una distruzione che viene dalla misericordia Divina, questa era una cosa veramente ridicola ai loro occhi. La caratteristica dei malvagi è quella di capovolgere la misura della misericordia in misura della giustizia.
Spiega allora lo Shem MiShmuel con una parabola, che ciò è simile ad un padre che vuole beneficiare il proprio figlio. Se qualcuno si interpone in questo atto di bontà si tira appresso l’ira del padre. Così è con il Signore che vuole beneficiare il mondo ed i giusti in particolare ed i malvagi si interpongono trasformando la bontà dell’intenzione Divina in punizione per la loro condotta. In particolare, ciò è vero nel caso di Sdom. Perché il loro peccato era proprio quello di ostruire la misura della bontà di Avraham, come è noto sia dal midrash che dall’analisi del pshat del Testo, poiché i sodomiti avevano abolito ogni forma di ospitalità ed anzi avevano capovolto totalmente i suoi valori sicché ogni atto di bontà era per loro negativo.
I generi di Lot non possono capire che misericordia e giustizia, sono due distinte percezioni umane del Divino che è invece unico e non parcellizzabile.
Gli angeli chiedono ‘perché noi distruggiamo questo luogo?’. Il Rabbi di Sochatchov trova una stranezza nella frase: uno solo dei due angeli doveva distruggere, l’altro doveva salvare Lot. Perché allora il Testo attribuisce la distruzione ad entrambi? Secondo una prima lettura la salvezza di Lot è conditio sine qua non per la distruzione e quindi se Refael non salva Lot, Gavriel non può distruggere. Ma c’è un motivo più profondo.
Tutti e tre gli angeli indistintamente avevano partecipato al pranzo di Avraham. E anche questo è strano, sarebbe bastato che l’annunciatore della nascita di Itzchak andasse da Avraham, perché mai tutti e tre?
Perché tutti e tre dovevano mescolarsi e mescolare le proprie middot, le proprie qualità. Lo Shem MiShmuel allude qui ad un tema che espone poi in maniera molto esaustiva in una delle sue lezioni: Izchak, che noi generalmente associamo alla misura della giustizia, è in realtà memuzag, mescolato. Nel senso che sono mischiate in lui tanto la misericordia che la giustizia. Il pasto di Avraham con gli angeli è legato dal Midrash alla milà. Avraham per il Rabbi avrebbe pensato: se non avessi fatto la milà, questa apparizione sarebbe stata impossibile. Lo Shem MiShmuel spiega che in ogni cosa sono mescolati misericordia e giustizia, amore e timore. C’è però una buccia, una klippà, un’ostruzione che è il male assoluto: il prepuzio. L’orlà. L’occlusione fisica dell’orlà è parallela ad un’ostruzione spirituale tale da dover essere rimossa con la milà, senza se e senza ma, in un atto di pura giustizia. Anche il Baal Hamaor spiega sul trattato di Shabbat che la milà è nella dimensione del ‘e rimuoverai il male da dentro te’. La milà diviene allora la summa della misura del timore e per questo non può nascere Itzchak senza che prima sia dato il precetto della milà (Itzchak per inciso è il primo a fare la milà bizmanà, nel suo momento, ovvero ad otto giorni). Poiché Avraham è la summa del chesed, della bontà, serve un atto di puro timore, la milà, perché Izchak sia memuzag, mescolato. Completo nella sua poliedricità.
Il Rabbì di Sochatchov spiega infatti che è vero che Avraham si distingue per la misericordia ed Itzchak per il timore ma ciò nondimeno le due misure sono presenti in entrambi ed i Maestri si riferiscono sempre alla parte dominante. Quando però c’è da essere misericordioso, Isacco lo sa fare bene. E così anche Avraham dà dimostrazione di giustizia/timore in più di una occasione.
Secondo lo Shem MiShmuel il tema del mizug hammidot, della mitigazione delle misure è il tema fondamentale del pasto degli angeli con Avraham e Sarà. Gli stessi angeli subiscono questa mitigazione. Infatti, non solo entrambi sono descritti come distruttori, ma anche quando c’è da salvare Lot entrambi lo prendono per mano, anche se il Midrash associa ad ognuno un compito specifico.
Che ci vuole dire con ciò il Rabbi di Sochatchov? Ragioniamo.
Ma chi sono questi angeli? Nel pensiero ebraico l’angelo è un emissario del Signore, egli porta a termine un compito, e solo un compito, sottolineano i Saggi. Tant’è che generalmente il nome dell’angelo è associato alla missione e perde di ogni valore quando questa è compiuta. Gli angeli, quindi, non sono altro che l’emanazione immanente della Volontà Divina, non hanno vitalità indipendente e non possono fare altro che quanto loro indicato. Dire che gli angeli sono memuzaghim significa allora dire che ogni atto, ogni interazione di D. con il Creato non può che portare con sé una traccia indelebile della assoluta unicità di D. che comprende anche ciò che per noi, nei limiti della nostra materialità, sono qualità distinte come amore e timore.
Ma di più, noi siamo chiamati a provare a trovare nel nostro servizio Divino quella stessa unicità, come è detto ‘e chi è come il tuo popolo Israele, nazione unica nella terra.’ Questo facevano i nostri padri che pur nella loro individualissima indole mitigavano le proprie middot, superando quelle stesse prove che cozzavano con il loro io. Uno per tutti, proprio nella nostra Parashà, l’Avraham della bontà che dovrebbe scannare il figlio.
E noi siamo chiamati dai Saggi a dire ‘Quando arriveranno le mie azioni a quelle dei miei padri?!’ Anche noi dobbiamo cercare di mitigare le nostre middot trovando un’approssimazione di unicità interiore nella consapevolezza che l’unica approssimazione possibile in questo mondo è nell’unicità di Israele tutto.
Capiamo allora il problema di fondo. I generi di Lot non capiscono e non possono capire il concetto di unicità di D.. Sono schiavi di un pensiero pagano nel quale bene e male, misericordia e giustizia sono opzioni a sé stanti. Sono ciechi perché non possono vedere che è tutto uno. Non possono vedere come la distruzione di Sdom è un atto di misericordia Divina e non solo di giustizia. Perché tutto è uno dinanzi a Lui.
Il Maaram da Rottenburg, in una delle sue geniali intuizioni, associa il nostro verso fonte al verso dell’Esodo nel quale il Faraone dice ‘Alzatevi ed uscite da mezzo al mio popolo.’ (XII, 31)
“Allude al fatto che come Lot era uno che scherzava agli occhi dei suoi generi, così era Moshè agli occhi di Israele, come è scritto: (Esodo XVI, 3) ‘Magari fossimo morti per mano del Signore in terra d’Egitto.’”
Francamente una prima lettura del Maaram ci lascia attoniti. La frase la dice il Faraone. Moshè è paragonato a Lot, il popolo ai generi. Il verso a controprova viene preso dalle polemiche degli ebrei nel deserto dopo l’uscita. Cosa ci sta dicendo il Maaram?
Ci sta dicendo che è facile vedere il problema nei generi di Lot. È facile dire che il Faraone non capisce l’Unicità di D.. Ma se loro non la capiscono vuol dire che in fondo non l’abbiamo capita nemmeno noi, almeno non ad un livello tale da incidere sul Creato. Noi in fondo siamo spesso increduli come i generi di Lot, e davanti ad un Moshè che apre il mare e fa scendere la manna, ricordiamo con nostalgia la brodaglia dell’aguzzino. Noi stessi siamo troppo spesso accecati anche davanti a sconvolgimenti globali e non vediamo la Mano Potente, come con la Prima Guerra Mondiale per lo Shem MiShmuel. Chissà cosa avrebbe detto del nostro risorgimento nazionale e della fondazione dello Stato d’Israele...
Siamo accecati perché non vediamo che tutto è uno, perché tutto viene da Colui che è Unico.
Se vogliamo trovare la strada per la luce, per vedere e liberarci dai lacci dell’accecamento, non possiamo che tornare ai nostri padri, cercando di misurarci con le loro azioni, cercando di incidere su quelle middot, che è così difficile, ma così necessario, cambiare.