«Figli voi siete per il Signore vostro D-o; non vi farete tagli e non vi raderete tra gli occhi per un morto.»
(Deuteronomio 14,1)
La morte, soprattutto di una persona giovane, ci lascia sempre sgomenti.
La Torà, che guida in maniera così dettagliata le nostre vite ed i nostri atti più intimi e privati, è quasi muta davanti alla fine della vita. È noto il fenomeno di persone che proprio quando c'è un lutto cercano di affrontarlo il più ebraicamente possibile, spesso molto più ebraicamente di come sono soliti vivere.
Molto spesso mi è stato detto da persone "lontane" di aver trovato nella regolamentazione ebraica del percorso del lutto una grande tranquillità e consolazione.
Cionondimeno dobbiamo riconoscere che la Torà ci parla poco, pochissimo, della morte e delle regole che la riguardano. Ci sono poche linee guida fondamentali ed il resto è tutto tradizione, con molti più minaghim (per quanto significativi ed importanti) che regole vere e proprie.
Il mio Maestro Rav Chajm Della Rocca shlita ricorda spesso la deliberata Volontà del Creatore di darci una Torat Chajm, una Torà di vita, una Torà che si occupi di questo mondo con le sue sfide piuttosto che di cose che trascendono la nostra esistenza terrena.
Non ci deve stupire allora che una delle poche regole del lutto sia in realtà un richiamo a non eccedere nelle sue manifestazioni.
Era evidentemente uso tra i popoli antichi, Rashì lo attribuisce agli Emorei, procurarsi delle ferite in segno di lutto o radersi completamente. A noi viene richiesto un comportamento diverso ed il motivo è che siamo figli del Signore.
Per Sforno, questa "parentela", che è la premessa del verso, significa che non è proprio esprimere un lutto assoluto quando resta in vita un parente degno di maggior onore.
D-o è eterno e noi siamo Suoi figli, siamo una sola famiglia, ed ogni manifestazione di lutto deve tener conto della sopravvivenza di questo "Genitore", cosa che ci deve impedire di eccedere nel lutto.
L'Avnè Nezer, ragionando sul Ramban, ricorda che il trapasso è un miglioramento per l'anima che sale in mondi superiori e si ricongiunge con il Santo Benedetto Egli sia e pertanto:
«Non è degno per voi farvi dei tagli o radervi per un morto, persino se muoia in gioventù.»
Passi per l'anima, ma il corpo?
Dobbiamo ricordarci allora della funzionalità del corpo che è contenitore per l'anima e, finito il suo ruolo, viene riposto (con tutte le attenzioni per un oggetto di mizvà) e non c'è certo da fustigarsi per un oggetto.
Così egli spiega anche l'interpretazione che i nostri Saggi hanno dato al divieto lo titgodedu, «non fatevi dei tagli».
«Lo taasù agudot agudot» — «non dividetevi in gruppetti e gruppetti». (TB Yevamot 13b)
«E la questione dei "gruppetti e gruppetti" si verifica per la separazione tra i cuori, ma non sono forse le anime d'Israele, alla loro radice, una sola cosa? Per forza allora ciò deriva dal poco procedere appresso all'anima e fare le questioni del corpo la cosa fondamentale. E perciò il suo senso è lo stesso senso del divieto di fare tagli o radersi per il morto e pertanto entrambi sono stati inclusi in un'unica espressione.»
(Shem MiShmuel, citando il padre l'Avnè Nezer)
Sia il significato immediato del testo che la sua interpretazione allegorica indicano quindi la necessità di concentrarsi sull'anima piuttosto che sul corpo. E la radice della divisione interna ad Israele è la nostra incapacità di trascendere il corpo e di capire che la radice della nostra anima è una e che abbiamo lo stesso Padre.
Lo Shem MiShmuel riflette allora sul senso profondo del divieto di dividersi in gruppi.
Prima di ciò però vale la pena di ricordare il senso della radice della parola agudà, manipolo, gruppetto, da cui agudot. Ibn Ezrà (su Esodo 12,22) cita Rabbì Marianus, per il quale la alef non è parte della radice che viene invece dal termine gdud, reggimento.
In passato ci siamo occupati di questa radice verbale nella derashà sulla Parashà di Vaichì del 5760. Jacov nostro padre benedì i suoi figli in punto di morte.
«Nella Tua salvezza ho sperato, oh Signore: Quando è giunto a benedire Gad ha pensato di usare anche per lui un'espressione in rima, perché Gad significa "buona sorte" (mazal tov), ed avrebbe potuto dire: "Gad, sia buona la sua sorte" (Gad iiè tov ghidò) oppure "Sia di buona sorte" (Gad iiè otò) e simili; eppure, si è subito ritratto dalla sua idea ed ha visto che è opportuno fidare solo nel Signore e non nelle sorti (segni zodiacali) e nell'esercito celeste. Perciò ha detto: "Nella Tua salvezza ho sperato, oh Signore", e non nella salvezza della sorte! E subito ha trovato un'espressione in rima senza ricordare la sorte ed ha detto: "Gad recluterà un reggimento" (Gad Gdud jegudennu)...»
(Dal commento di ShaDaL in loco basato sull'opinione del padre).
In questa pittoresca ricostruzione troviamo un Jacov che supera il proprio istinto. Perché augurare una "buona sorte" è automatico e spessissimo lo facciamo senza pensarci.
Eppure c'è in quest'augurio una contraddizione con il famoso principio che D-o espone ad Avraham: En mazal leIsrael. Israele non è sottoposto alla fortuna, alla sorte.
Il termine stesso di agudà contiene in sé il legame profondo tra l'uomo ed il Signore che esula ogni sorte o fortuna. Eppure, lo si è detto, non dobbiamo farci agudot agudot. La parcellizzazione è negativa.
E qui veniamo a quanto dice lo Shem MiShmuel. Si capisce perché non ci si debba separare per quanto riguarda la separazione dei cuori e dei corpi. Ma si può dire lo stesso di una separazione "intellettuale"? Come la mettiamo con Bet Hillel e Bet Shammai?
La natura dei primi segue l'istinto del chesed, della bontà, e facilitano. Gli altri sono trasportati dalla gvurà, la forza, e sono più rigorosi. Notoriamente «queste e quelle sono Parole del D-o vivente».
Lo Shem MiShmuel lo spiega con un'espressione che è fondamentale nelle preghiere del giorno di Rosh HaShanà: noi chiediamo a D-o di trattarci «o come figli, o come servi».
«Se come figli, abbi misericordia di noi come un padre ha misericordia per i figli, e se come servi, i nostri occhi sono appesi a Te fintanto che Tu ci grazi...»
Per lo Zohar entrambe le modalità sono legittime e riguardano persone completamente giuste. Di più, entrambe sono presenti all'interno di uno stesso uomo, giacché non si è sempre nella stessa condizione.
La differenza fondamentale tra i due livelli è che il figlio è intimo con il padre. Non c'è separazione alcuna: il bene del padre è il bene del figlio e viceversa. Il figlio può annullarsi dinanzi al padre. Può coincidere con il padre.
Il servo no. Il servo, per quanto legato al re, è pur sempre un'entità distinta e separata.
Magari fossimo degni servi del Signore. Ma anche se lo fossimo dovremmo comunque aspirare ad essere figli. Ad abbattere ogni interposizione tanto da essere intimi, attaccati naturalmente al Creatore come ad un Padre.
Quando si è nella modalità del servo, nella quale persiste l'individualità della materia, può esserci machloket, disputa. Quando però troviamo la via dell'essere figli e ci liberiamo della divisione troviamo quell'unità nella quale non c'è disputa.
Così anche Bet Hillel e Bet Shammai possono discutere fintanto che sono servi. Quando siedono assieme in giudizio o quando sono nella stessa città, si contano e seguono la maggioranza cancellando la contrapposizione.
Potremmo anche aggiungere che il grande merito ricordato a loro favore è quello di non aver mai smesso di sposarsi tra di loro.
Nell'unità c'è l'armonia.
La disputa tra le due scuole non è l'alibi perché ognuno faccia quello che vuole, come molti troppo spesso tragicamente sostengono.
Non ho idea di chi abbia coniato, soprattutto in Italia, l'infelice espressione che «da noi ognuno fa quello che vuole» e subito ti citano a sproposito Bet Hillel e Bet Shammai. Niente di tutto ciò.
Bet Hillel e Bet Shammai sono l'individualità delle idee, come visto la settimana scorsa, ma ciò non significa che la prassi possa seguire la frammentazione del sechel, perché il cuore non lo consente.
Nel corpo, nell'anima, nel cuore, Israele sono una cosa sola.
Allora il divieto di farsi agudot è il divieto di dare un peso sproporzionato a ciò che divide (la materialità, anche quella delle idee) a discapito della comunione delle anime.
«E questo è quanto ha detto il Testo, figli siete voi per il Signore vostro D-o. Visto che Israele sono figli per il Luogo ed è nella loro capacità lo spogliarsi della loro essenza e di vestirsi di angelicità ed essere all'estremo dell'annullamento, perciò la mizvà è che "lo titgodedu", non fate gruppetti gruppetti. E questo stesso è il senso del taglio per il morto, dal momento che Israele sono in effetti figli del Luogo annullati al Signore Benedetto come detto prima. Perciò quando si spogliano della veste del corpo vengono ricomposti con la loro radice come il figlio del re che torna al padre dopo essere stato molto lontano, e non c'è motivo per fare lutto oltre misura per la loro separazione da questo mondo.»
(Shem MiShmuel).
Nel miglior spirito chassidico lo Shem MiShmuel dimostra come troviamo nello Shabbat un'allusione a quanto detto.
Per i sei giorni lavorativi noi siamo servi del Signore; di Shabbat diveniamo figli del Signore.
Di Shabbat ognuno di noi può liberarsi dalla materialità e ritrovare l'unità d'Israele nello spirito; lo Shabbat è per lo Zohar il segreto dell'unità.
E così come il padrone manda il servo in libertà dopo i sei anni di servizio, così il Signore ci concede lo Shabbat dopo la settimana lavorativa.
Per questo di Shabbat si è esenti dalla mizvà dei Tefillin, che sono paragonati (Rashì su TB Shabbat 56b) al sigillo dei servi. Perché di Shabbat smettiamo di essere servi del Signore e diveniamo figli.
Il servo, per liberarsi al settimo anno, deve solo volerlo e non chiedere di restare.
Così anche noi dobbiamo volere la libertà dello Shabbat.
Questa Parashà, che in maniera così precisa limita le nostre manifestazioni di lutto, coincide con il momento nel quale gli ebrei italiani pongono definitivamente fine al periodo di lutto di Tishà BeAv.
È infatti con l'Haftarà di questo Shabbat che completiamo le tre Haftarot di consolazione (mentre in tutti gli altri riti sono sette) e voltiamo con speranza pagina verso il mese di Elul che viene a noi in pace e benedizione.
Questa derashà è dedicata alla memoria di David Raccah, che mi accompagnava al Benè Akiva quando ero bambino. Io ti ricorderò così.