«Ascolta Israele, voi vi avvicinate oggi alla guerra contro i vostri nemici, non si fiacchi il vostro cuore, non temete e non vi confondete e non vi scoraggiate dinanzi a loro. Poiché il Signore vostro D-o è colui che procede con voi per combattere per voi contro i vostri nemici per salvarvi.»
(Deuteronomio 20,3)
Ci siamo ultimamente occupati di alcuni importanti elementi della lettura dello Shemà nell'opinione dello Shem MiShmuel. Vorrei provare questa settimana ad approfondire alcuni altri aspetti.
I versi che abbiamo appena letto sono l'introduzione del discorso del Coen «unto per la guerra». Quel Coen cioè che aveva il compito di fare un discorso alla truppa prima della battaglia. Questo discorso si apre con l'espressione «Ascolta Israele», interpretata nel Talmud da Rabbì Jochannan a nome di Rabbì Shimon bar Yochai:
«Ha detto il Santo Benedetto Egli Sia ad Israele: "Persino se non avete rispettato altro che la lettura dello Shemà la mattina e la sera non venite dati nelle loro mani".»
(TB Sotà 42a)
Simile il Rashì sul nostro verso. Lo Shemà come scudo ultimativo di Israele, come ancora di appartenenza ad un qualcosa di eccelso che include coloro che sono degni della protezione del Signore.
Ma c'è di più: la battaglia è sullo Shemà. È dello Shemà che parliamo quando ci viene fatta la guerra.
«E si apprestò il Filisteo dalla mattina alla sera e fu lì per quaranta giorni.»
(Shemuel I 17,16)
Acutamente Rabbì Jochannan rileva (TB Sotà 42b) che Goliat li minacciava «dalla mattina alla sera» per fargli annullare la lettura dello Shemà alla mattina ed alla sera. «E fu lì per quaranta giorni» in relazione ai quaranta giorni nei quali è stata data la Torà.
Le guerre d'Israele non sono mai puri avvenimenti storici ma nascondono in esse un conflitto esistenziale sulla natura stessa dell'esperienza umana.
È proprio per questo motivo che i nostri Saggi non si sono limitati a leggere i nostri versi in funzione delle guerre della politica nazionale, ma li hanno interiorizzati nel contesto della perenne guerra contro l'istinto del male. La guerra dello Shemà è anche e soprattutto la guerra dell'esame di coscienza che ognuno compie alla sera leggendo lo Shemà «sul letto».
Lo Shem MiShmuel ragiona. La milà è considerata una prova importante, forse la più importante, per Avraham e ciò è strano se si pensa che egli già ha superato situazioni ben più complesse come, ad esempio, quella della fornace ardente con Nimrod.
Il fondamento di questo precetto è la tmimut, la perfezione che viene richiesta con essa. È il passaggio con il quale Avraham si separa dal resto dell'umanità e diviene retaggio del Signore. Ci si sarebbe aspettato che una persona come Avraham, da decenni alla ricerca del Signore, non si facesse ripetere due volte questo invito ad entrare, lui solo, a diretto contatto con il Divino. Secondo il Midrash invece Avraham temporeggia ed anzi chiede consiglio ai suoi amici Eshkol, Aner e Mamré. Sappiamo che Mamré gli consiglia di fare quanto gli è stato comandato con la stessa tmimut, semplicità, che gli viene richiesta.
Perché tutto ciò? Avraham sa benissimo che questa è un'ottima opportunità per lui. È però preoccupato per l'impatto universale della sua elevazione. Fino a quel momento il suo messaggio universale aveva fatto proseliti (tra cui i suoi amici), ma che impatto avrà ora la sua elevazione? Come si fa ad essere temimim e separati e ciò nondimeno santificare il Nome di D-o su tutto il mondo?
Avraham, pertanto, è disposto a rinunciare al proprio livello se necessario. L'onore del Signore viene davanti a tutto e solo di quello si occupa Avraham.
Lo stesso messaggio è incluso nello Shemà. Veniamo chiamati ad amare il Signore con «tutta la tua anima», che i Saggi leggono: «persino se ti toglie l'anima». Ma è strano, nota il Rabbì di Sochatcov: sarebbe stato più logico dire «con tutto il tuo corpo». In caso di morte l'anima torna al Signore!
Ed allora il senso è: per forza che l'uomo deve essere disposto a rinunciare ad ogni conquista spirituale, addirittura alla propria anima, alla propria parte di mondo futuro, per la santificazione del Nome di D-o. Per il Chiddushè HaRim questo è quello che fanno gli esploratori di Jeoshua andando in casa della prostituta Rachav: sanno bene di sottoporsi ad un danno morale, ma dinanzi alla santificazione del Nome non c'è nessuna valutazione personale che tenga. Lo stesso vale per Pinchas che ha consciamente messo sul piatto la propria parte di mondo futuro.
Da qui che in questa guerra noi dobbiamo imparare ad essere soldati temimim, tarté mashmà, nelle sue due accezioni di semplici, integri. Dobbiamo smetterla di ragionare sempre da «generali» e trovare quella genuinità d'intenti e di azione che avevano i nostri padri.
Questo è vero anche al suo opposto. La lettura dello Shemà è chiamata anche «l'accettazione del giogo del regno del Cielo». Perché giogo? Si parla dell'amore per il Signore e dell'attaccamento ad Esso, non dovrebbe esserci cosa più piacevole! Spiega lo Shem MiShmuel che è proprio quando noi siamo pieni di infatuazione per una mizvà che dobbiamo imparare ad eseguirla solo come ordine del Re e non per piacere personale.
«Annulla la tua volontà davanti alla Sua» della Mishnà in Avot è per il Rabbì di Sochatchov da riferirsi proprio a quando la volontà spinge verso la mizvà. Lì si deve imparare a fare solo la Sua volontà. Non la propria.
Ricorda il Veggente di Lublino, sulla base della Ghemarà in TB Sanhedrin 46a, che quando, non sia mai, l'uomo ha un dolore dovrebbe imparare a pregare estraniandosi da esso e concentrandosi solo sullo Tzhaar haShekhinà, sul dolore che la stessa Presenza di D-o ha per la cosa.
Anche a livello nazionale, e qui il richiamo allo Shemà Israel collettivo prima della battaglia, si deve sempre pensare al dolore che Iddio ha per la nostra condizione e non alla condizione stessa e alle sue ripercussioni su di noi.
Lo Shem MiShmuel afferma che questo è uno degli elementi fondamentali del mese di Elul: spogliarsi di ogni involucro di individualità e prepararsi a pregare a Rosh HaShanà e Kippur solo per il Signore stesso: lemaanach El Chaj.
C'è poi un altro punto che per il Rabbì lega lo Shemà agli Yamim Noraim ai quali ci stiamo preparando.
Lo Shemà, si è detto, è «accettazione del giogo del regno del Cielo» eppure l'ebreo sa bene quante volte ha accettato su di sé il dominio del Shemà Israel e non se ne è fatto nulla. Come a dire che noi sappiamo che, pur con le migliori intenzioni, non siamo riusciti a trasformare la dichiarazione dello Shemà in qualcosa di duraturo.
Ebbene il messaggio dello Shemà è quello di non lasciarsi andare, di riprovare senza scoraggiarsi. Ricominciare, questa è la forza di Israele. Rialzarsi. Saper ricominciare da capo, a partire dal prossimo Shemà.
Esav viene dalla radice di asui, «fatto», perché si vede come un qualcosa di definito, di statico. Israele è sempre in movimento, sempre in divenire.
Il Santo Ebreo era solito dire che tanto è dinamico il servizio Divino che il rapporto tra ieri ed oggi è quello tra goi ed Israel.
Questa è anche una chiave importante per un giusto approccio a Rosh HaShanà. Sono questi i giorni nei quali ci ripromettiamo grandi cose. Eppure, sappiamo bene che dei buoni propositi dello scorso anno abbiamo fatto ben poco!
Noi dobbiamo essere completamente incuranti di ciò. Dobbiamo per davvero e con semplicità impegnarci per un futuro migliore. Dobbiamo con onestà riprometterci un anno buono al servizio di D-o senza fare la storiografia dei nostri fallimenti!
Shemà Israel è allora la summa del malkhut, di quel Regno Divino che rinnoveremo su D-o per un anno buono e dolce.